Châteauneuf-du-Pape AOC Vieilles Vignes 2004 - Domaine de la JanasseEtichetta parkeriana, celebrata in alcuni millesimi a suon di 100/100, perfetto specchio di quello stereotipo che ha imperversato per anni in tutto il mondo. Occhio nero, rotea denso e pesante nel bicchiere, da cui si sollevano ondate cupissime di aromi scuri e maturi, frutta nera quasi sciroppata, liquore alla liquirizia, pasta di olive, e perché no afrore d'asfalto caldo appena posato anziché il tipico e più austero
goudron dei vini
ancien régime, tutto condito in denso brodo di vaniglia dolce e balsamico suadente. Insomma, il mitico "smorgasbord" di note parkeriane al top della forma. Dopo un quarto d'ora dicasi un quarto d'ora viene fuori la cenere, si spengono le luci, tacciono le voci, e dal buio senti sussurraaar...
- prego, vuole ber la Janasse?
- grazie, preferisco di no: non bevo il vino col timeeeer...
Vino da sveltina in degustazione tecnica massale. A tavola, un vinone che dopo pochi minuti di bicchiere risulta stanco e fiacco, che non diventa proprio cattivo ma a cui non rimane molto da dire. 85/100.
Rossese di Dolceacqua DOC Vigneti d'Arcagna 2004 - Vignaioli Testalonga Antonio PerrinoOcchio granato scarico ma piuttosto brillante, con ampia unghia aranciata, non perfettamente limpido ma pulito.
Il naso all'opposto ti fa uno scherzo strano: anziché nasconderti qualche descrittore da districare più o meno faticosamente nel mezzo del flusso alcolico e delle note genericamente vinose, svuota completamente il bicchiere, ci butta dentro una zaffata di aria tersa e calma di scogliera, e nel mezzo ci distribuisce bei mazzetti di spezioline ed altre cose belle.
La trasparenza. Un naso netto è una cosa. Un naso trasparente è un'altra. Quanto sono rari i nasi trasparenti nel vino, in quello rosso? Rarissimi, sono. Vertici assoluti. Rayas, Haut Brion, Clos Rougeard, il Quintino Sella o il San Sebastiano a seconda delle annate, Monprivato più di Cà d'Morissio e anche più di Monfortino, il Carema di Ferrando, Soldera più di Biondi-Santi, a modo loro i grandi Patriglione e i grandi Duca Enrico al culmine della parabola. In una classe già inferiore di trasparenza, gli ultimi Monvigliero di Burlotto, l'Osso San Grato 2004 e 2006 più del 2005 e del 1999, Poggio di Sotto, il Lagrein di Mayr Nusserhof...
Il naso di un vitigno neutro che raggiunge, con i propri descrittori tipici, la nettezza e definizione, la perentoria capacità di evocare la diretta presenza degli oggetti nel bicchierie che è propria dei vitigni aromatici. Ma da vitigno neutro è sfumato, cangiante, mobile, in continua e progressiva evoluzione nel bicchiere: sorprende anziché accattivarsi, affabula anziché sedurti, affascina anziché attizzare. Eppure non trapassa mai nella poetica dell'indistinto, dell'evocativo, rimane sempre sobrio, nitido, materialmente presente. Non c'è insomma bisogno di perdersi in allettanti fantasticherie per finire a dire il classico "un vino così non si può spiegare quanto è buono, tanto è perfetto".
Ecco qui il rosmarino e il timo secchi, mischiati insieme al centro; poi una punta di lavanda in un angolo, e a fianco il pugnetto del pepe nero sgranato, ma non crudo, non pungente, non trigeminale. Da qualche parte anche una punta più densa, forse alloro, ma no, è solo il primo emergere della china che sarà fra qualche anno.
Uno stacco netto, come se questi aromi-oggetto fossero in sospensione nella parte alta della cassa armonica del bicchiere.
Sotto, appena meno netti che sopra, i frutti dolcissimi del mediterraneo, i datteri, i fichi bianchi freschi; il frutto rosso non è più l'acquerello della prima gioventù, si scioglie in afrori più densi e di ciliegia matura, di fragolina di bosco quasi avvizzita, e solo qui e lì fa capolino qualche nota più nitida di melograno. Il frutto di bosco è un ricordo ormai lontano, come l'alito alcolico del vino, che proprio non si trova più.
In fondo in fondo, gentile, il mare.
La bocca scorre lieve e precisa, dall'attacco al centro bocca, senza perdere un millimetro di palato e senza lasciare una striatura di troppo, pennellando le curve del gusto come fanno i grandi piloti, che più vanno forte e più sembra che la macchina vada sempre alla stessa velocità, senza il minimo sbandamento - ed è proprio per quello che vanno sempre più forte. A tre quarti bocca il vino schiocca, si apre alla sapidità misurata che infiltra inesorabile tutta la bocca, senza per questo dover sloggiare la dolcezza del frutto, la carezza del tannino maturo e finissimo. E' qui che si ripete crepitante e misurato lo spettacolo aromatico del naso, che il vino diviene gioia sensoriale, che ti piglia alla gola non mentre il sorso scende, ma mentre sale quel piccolo groppo di felicità di cui può essere capace il vino. Volendo tornare alla concretezza del vino, si potrebbe volere la stessa perentoria nettezza ed intensità del naso, una lieve maggiore purezza tattile, e saremmo davvero davanti ad uno dei grandi vini del mondo. Non ce li ha, rimane qualche passo indietro, medaglia di cartone alle Olimpiadi.
Nondimeno, nella notte silenziosa, una goccia sola nel bicchiere vuoto vale ore di naso a disposizione; un piccolissimo sorso, minuti interi di queste cose.
96/100
Carema DOC Etichetta Nera 2005 - FerrandoEcco qui il solito gran vino dei Ferrando. Edizione splendida questo 2005, forse forse superiore alla 2004, rispetto alla quale aggiunge un filo di densità in più, conservando intatta la pulizia degli aromi, le note agrumate, il floreale delicato, la profondità delle radici già ben espresse eppure gentili. Me lo ricordavo più trasparente, ma forse è colpa del bicchiere che lo precede. Bocca scorrevole, pulita, lieve, ma con gli artigli tannici ancora sfoderati. 93/100.

“La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.”