Messaggioda Wineduck » 02 giu 2026 15:10
Mark Pisoni su FB... lucidissimo!
Quattro anni fa Vladimir Putin pensava di poter piegare l’Ucraina in poche settimane. Pensava di installare un governo fantoccio a Kyiv, di dividere l’Occidente e di dimostrare che la NATO era un relitto della Guerra Fredda. Oggi, guardando i risultati concreti della guerra, è difficile immaginare un fallimento strategico più completo.
L’Ucraina non solo esiste ancora come Stato sovrano, ma è diventata il principale baluardo militare d’Europa. Un paese che, secondo molti osservatori, avrebbe dovuto crollare in pochi mesi sta infliggendo perdite enormi all’esercito russo, colpendo depositi di munizioni, raffinerie, basi aeree e infrastrutture militari a centinaia e talvolta migliaia di chilometri dal fronte. La Russia continua ad avanzare a costo di sacrifici umani giganteschi, ma sempre più lentamente e con risultati sempre più modesti.
Ancora più significativo è ciò che è accaduto fuori dal campo di battaglia.
Putin sosteneva di voler fermare l’espansione della NATO. Ha ottenuto esattamente il contrario. La Finlandia, storicamente neutrale e attenta a non provocare Mosca, è entrata nell’Alleanza Atlantica. La Svezia ha fatto lo stesso. Il risultato è che la NATO oggi si estende per oltre mille chilometri aggiuntivi lungo il confine russo. Una delle principali giustificazioni geopolitiche dell’invasione si è trasformata in un boomerang storico.
Anche il resto dell’Europa sta cambiando. La Germania ha abbandonato molte delle proprie esitazioni strategiche e sta investendo somme enormi nella difesa. La Polonia sta costruendo le forze armate più potenti del continente europeo. Paesi che per decenni avevano considerato la guerra una possibilità remota stanno aumentando i bilanci militari, rafforzando la produzione di armamenti e coordinando sempre più strettamente le proprie politiche di sicurezza.
L’effetto complessivo è che l’Europa di oggi è molto più consapevole del rischio rappresentato dalla Russia rispetto a quella del 2021. Se l’obiettivo di Putin era dividere gli europei e indebolire l’Alleanza Atlantica, ha ottenuto l’effetto opposto: un’Europa più armata, più coesa e più determinata.
C’è poi un aspetto storico che dovrebbe far riflettere.
Una delle principali giustificazioni utilizzate da Hitler negli anni Trenta era la presunta necessità di proteggere le minoranze di lingua tedesca che vivevano fuori dai confini del Reich. Fu questo l’argomento usato per rivendicare l’Austria e soprattutto i Sudeti in Cecoslovacchia. Molti leader europei dell’epoca si convinsero che si trattasse di richieste limitate e ragionevoli. Sappiamo tutti come andò a finire.
Putin non è Hitler e la Russia di oggi non è la Germania nazista. Ma è difficile non notare una somiglianza nella narrativa utilizzata. Per anni il Cremlino ha giustificato le proprie azioni sostenendo di voler difendere le popolazioni russofone della Crimea e del Donbass. Oggi discorsi simili vengono evocati riguardo alla Transnistria e, in modo sempre più inquietante, alle minoranze russe presenti nei paesi baltici.
È proprio questo che rende la situazione potenzialmente pericolosa. Non perché esista il rischio realistico di una colonna di carri armati russi diretta verso Berlino o Parigi, ma perché la storia dimostra che le guerre europee spesso iniziano ai margini del continente, attraverso dispute apparentemente locali e rivendicazioni etniche presentate come limitate.
Molti europei rispondono: “La Russia non invaderà mai l’Europa.” Se con questo intendono che i carri armati russi non arriveranno a Berlino o a Parigi, probabilmente hanno ragione.
Ma il problema non è questo.
Né la Prima né la Seconda guerra mondiale scoppiarono perché qualcuno voleva conquistare immediatamente Londra o Parigi. Furono le alleanze a trasformare crisi regionali in conflitti continentali.
Quando Hitler invase la Polonia nel 1939, Regno Unito e Francia entrarono in guerra in virtù degli impegni assunti. Nel 1914 un attentato nei Balcani si trasformò in una guerra mondiale attraverso il sistema delle alleanze.
Lo stesso principio esiste oggi.
Se domani la Russia dovesse attaccare Estonia, Lettonia o Lituania con il pretesto di proteggere una minoranza russofona, non si troverebbe di fronte soltanto quei paesi. Entrerebbe automaticamente in collisione con l’intera NATO. Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada, Stati Uniti e decine di altri paesi sarebbero coinvolti dagli obblighi previsti dall’Articolo 5.
Ed è qui che emerge il vero paradosso. Più la guerra di Putin appare fallimentare dal punto di vista strategico, più aumenta il rischio che egli scelga l’escalation anziché il compromesso. La storia insegna che i leader autoritari raramente ammettono i propri errori. Molto più spesso cercano una nuova scommessa che permetta loro di ribaltare una situazione sfavorevole.
È per questo che la deterrenza è fondamentale. Lo scopo di una NATO forte non è fare la guerra alla Russia. È impedire che la Russia commetta il tragico errore di iniziarne una più grande.
"Woke up this morning with a wine glass in my hand - Whose wine? What wine? - Where the hell did I dine? - Must have been a dream - I don't believe where I've been - Come on, let's do it again"
Peter Frampton