Carlo "Carlin" Petrini

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Travolta
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Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda Travolta » 22 mag 2026 11:27

Se ne è andato un gigante, un uomo che ha saputo muovere il pensiero, protagonista di piccole e grandi rivoluzioni.
Nexus1990
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda Nexus1990 » 22 mag 2026 11:49

Gli sia lieve la Terra che ha protetto/promosso
fabrizio leone
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda fabrizio leone » 22 mag 2026 12:23

Grande uomo

Rip
vinogodi
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda vinogodi » 22 mag 2026 13:14

...RIP...
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montrachet61
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda montrachet61 » 22 mag 2026 20:31

Non solo grande, un grandissimo uomo…ed un grandissimo sognatore.
L_Andrea
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda L_Andrea » 22 mag 2026 22:28

Riposi in pace..
Che il suo sogno possa continuare in eterno
brontosauro
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda brontosauro » 22 mag 2026 23:00

Pur conoscendolo poco, e avendolo capito forse ancor di meno, mi unisco con commozione al ricordo e al rimpianto.
Perché, se non lo faccio per lui, per chi mai potrei farlo?
Bronto Sauro

"Si può vivere senza musica, senza gioia, senza amore e senza filosofia. Ma mica tanto bene" (Vladimir Jankélévitch)
vinogodi
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda vinogodi » 23 mag 2026 09:31

brontosauro ha scritto:Perché, se non lo faccio per lui, per chi mai potrei farlo?
...Netanyahu? 8)
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montrachet61
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda montrachet61 » 23 mag 2026 12:53

Netanyahu?

Quello non puoi definirlo uomo…e’ solo un grandissimo delinquente che andrebbe messo in una buia galera a marcire…lui ed i suoi sodali
vinogodi
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda vinogodi » 23 mag 2026 13:11

montrachet61 ha scritto:Netanyahu?

Quello non puoi definirlo uomo…e’ solo un grandissimo delinquente che andrebbe messo in una buia galera a marcire…lui ed i suoi sodali
...appunto...
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Wineduck
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda Wineduck » 23 mag 2026 15:36

post di Alessandro Trocino da FB

Di Carlìn Petrini mi sono occupato molti anni fa. Ora è tempo di bilanci, inevitabilmente, almeno per me, in chiaroscuro. Un grande uomo, ma con non poche cadute retoriche, nostalgiche e antiscientifiche.
Dalla Rassegna del Corriere
Nel 1979, a 29 anni, un ex consigliere comunale di Unità proletaria per il comunismo di Bra organizza la prima edizione di «Cantè j’ Euv» (cantare le uova), rito collettivo piemontese che porta gruppi di giovani vestiti da frate, con fisarmonica al seguito, a bussare alle porte nottetempo, per avvistare ragazze in età da marito e ricevere uova, da usare poi in piazza, per frittate rinvigorenti, utili per il tiro alla fune. Lo stesso che, due anni dopo, fonda la Libera e benemerita associazione degli amici del Barolo. Lo slogan è questo: «Il Barolo è democratico o quanto meno può diventarlo». Si poteva intuire già qui il luminoso futuro che aspettava questo giovanotto estroso - Carlo Petrini, detto Carlìn - impegnato nella lotta proletaria, ma capace di coniugare il rispetto delle tradizioni popolari con le utopie visionarie (e no, poi sfortunatamente il Barolo non è diventato democratico).
Qualche anno dopo, nel 2010, Petrini è già molto noto, acclamato dagli adepti del viver lento e del mangiar lento, con un movimento che dalle Langhe ha conquistato il mondo. Al congresso di Slow Food viene chiamato un altro giovane molto ruspante, che da ex operaio di una fabbrica di pellami e da ex pr di discoteca, è diventato ministro dell’Agricoltura. Luca Zaia è a suo agio. A lui piace ancora inzaccherare le scarpe a punta quadrata con la merda di vacca e anche a loro non sembra dispiacere. È un leghista ruspante, con una marsina ministeriale che gli sta stretta. Dal palco del Congresso, fa un discorso, poi si ferma un attimo e dice, con un sorriso: «Siete dei fighetti».
Petrini è morto ieri, a 76 anni, e come è giusto che sia, se ne cantano le lodi. Non per un omaggio ipocrita, ma perché è stato davvero un grande uomo. La sua intuizione più importante – prima ancora della fondazione di Slow Food, di Terra Madre, dell’Università di Scienze gastronomiche, della Comunità Laudato si’– è stato smettere di trattare il cibo come un elemento folcloristico e pittoresco, da usare al più come strumento commerciale e di marketing, come troppo spesso si fa oggi. E invertire la rotta in una società, quella degli anni ’80 e ’90, che con l’edonismo reaganiano e craxiano, aveva esaltato l’esibizionismo ganassa e il lusso sfrenato: è il periodo del riflusso, in cui impazzano escort e cocaina, anabolizzanti e pesticidi, rucola e gamberetti.
Sono gli anni del vino al metanolo, del drive-in, dei McDonald’s. Petrini intuisce che bisogna riconnettere il cibo – come prodotto lavorato e servito al grande pubblico – al grande processo artigianale che c’è dietro, e quindi al rispetto delle materie prime e della biodiversità, ai contadini, ai produttori. E alla terra, la madre terra, senza la quale non ci sarebbe nulla. Se il presente ha un senso, lo deve anche al passato, alle nostre radici. Capisce che parlare di cibo significa parlare di identità, antropologia, politica, economia, ambiente.
L’altra sua intuizione è trasformare il cibo in una cosa seria, anche a sinistra. È evidente il nesso con la narrazione pasoliniana, che vedeva nel passaggio dalle campagne alle città un simbolo dello sradicamento che, con la modifica dei processi produttivi, l’industrializzazione e il consumismo, aveva prodotto una massificazione spersonalizzante. Con Petrini il cibo diventa etica, politica, persino conflitto di classe. Alla sinistra lanciata verso il progresso, contrappone una critica feroce ma anche divertita della modernità consumistica. E spiega, come scriverà anni dopo il manifesto, che «si può essere compagni e buongustai», (equo)solidali e goderecci.
Alla sagra del tordo di Montalcino, nel 1982, lui e i rappresentanti dell’Arci Langhe rimangono inorriditi dalla pasta fredda, dall’insalata sporca, dal cibo immangiabile. Carlìn prende carta e penna verga una lettera indignata di protesta alla Casa del popolo.
È stato detto che Petrini - con la sua barba da patriarca buono e il suo understatement glocal («esageruma nen», ripeteva spesso) - è stato «un rivoluzionario gentile», «un intellettuale popolare», «un monaco laico». O, come ha scritto Stefano Sardo, figlio di Piero (cofondatore di Slow Food), «un capopopolo innaturale, un leader senza cravatta, con il tovagliolo legato al collo».
jjCarlo Petrini è morto ieri nella sua Bra, a 76 anni (Ansa)
Ma con lo stesso rispetto che si deve a un grande uomo, non si può non vedere l’altra faccia di Petrini e del suo movimento. Quel tovagliolo legato al collo è anche il simbolo di un’estetica che si fa etica, quella del ritorno alle origini, della tradizione, della natura, del bel mondo antico. Petrini diventa in quegli anni il leader di una nuova sinistra ambientalista, anti-industriale, diffidente verso il mercato ma anche verso la scienza. Un leader un po’ populista e un po’ guru, che trasforma le sue battaglie in slogan e che riesce a far convivere, in un matrimonio innaturale, le utopie comunitarie e anarchiche con la costruzione di un movimento tutt’altro che artigianale, che si basa su alleanze trasversali e in una rete di relazioni con politici e personalità, che lo porta a passare da papa Francesco a Dario Fo, da Piero Fassino a Enzo Ghigo, da Roberto Benigni a Luca Zaia. Lo stesso Zaia che lanciava il suo epiteto scherzoso di «fighetti», aveva contribuito all’edizione 2010 del Salone del Gusto con un generoso contributo di 600 mila euro.
Inevitabilmente gli ideali degli inizi, la retorica sul sudore e sulla fatica, sulla bellezza dell’artigianato e sulla convivialità contadina si sono poi scontrati con la realtà di un mondo molto complesso. E così l’utopia petriniana, a un certo punto, viene percepita come un lusso culturale per élite benestanti, per una sinistra che ama il Barolo e se ne frega se non è proprio democratico e non può condividerlo con il popolo.
Nella sua sacrosanta battaglia ambientalista e di rispetto del lavoro di chi il cibo lo produce, Petrini scivola verso versanti da un lato nostalgici, dall’altro antiscientifici. Nel primo combatte battaglie in sintonia con il Carroccio, come dice lui stesso: «La Lega ha intercettato con intelligenza temi e valori che sosteniamo da tempo: memoria, identità del territorio, forme popolari di espressione come la musica locale e i dialetti». Il sapere nostalgico verde padano lo porta a sostenere la battaglia contro gli Ogm, a lanciare lo sciopero dell’ananas (frutto tropicale simbolo di quello che non è italiano), a promuovere il chilometro zero (poi superato dal «chilometro consapevole») e la biodinamica, a invitare a disertare i ristoranti cinesi e a difendere il protezionismo dei dazi. Petrini chiede di «deindustrializzare l’agricoltura», sostiene certe leggende che alimentano paure ancestrali: come i «centomila suicidi tra i contadini indiani causati dai semi sterili del cotone Ogm» (lo dice Vandana Shiva, vicepresidente di Slow Food international, ma non è vero), la mitica (e inesistente) fragola-pesce di Mario Capanna (per Beppe Grillo responsabile di 60 morti) e «il mais con il gene di uno scorpione».
In un dialogo con Ermanno Olmi su Repubblica, Petrini si lancia: «Guarda quanta dignità hanno i contadini dei Paesi poveri. Ci fanno sentire ridicoli. Di fronte a loro ci scopriamo brutti, rumorosi, avvelenati dall’inutile». Olmi concorda: «Nel nostro stomaco il cibo non fermenta più, va in putrefazione». Antonio Pascale, agronomo e scrittore, gli ricorda quanto sia «poco dignitosa» la miseria e quanto sia pericoloso questo «oscurantismo bucolico». Con Adriano Celentano, Petrini lancia un appello: «Uscite dai call center, tornate nei campi a fare i contadini». Che a zappare la terra ci si sia sempre rotti la schiena, è un’illuminazione che non li sfiora, perché c'è da raccontare il mito del buon contadino e della natura incontaminata. Del resto, Petrini, in un dialogo con Jeremy Rifkin, conclude: «La scienza non si può porre a un livello superiore rispetto ai saperi tradizionali». Che la tradizione sia un innesto di innovazioni e contaminazioni di culture e di popoli cristallizzate nel tempo lo sapeva benissimo, ma era difficile da tradurre in uno slogan e da vendere. Come sapeva benissimo che il concetto di «naturale» è astratto e ideologico (e perfino pericoloso) e che la natura è cultura, come sanno gli scienziati.
Scivolate, eccessi romantici che non cancellano quanto di buono ha fatto Petrini nella sua vita. «Chi semina utopie raccoglie realtà», diceva. In un'intervista a Maurizio Crosetti, dieci anni fa, diceva che il suo sogno «prima di morire, è di vedere la fame nel mondo ridotta a zero. La schiavitù ci ha messo due secoli per scomparire, poi è scomparsa». Inutile aggiungere che con il biologico, il buono, pulito e giusto, senza l'innovazione scientifica, senza l'agricoltura intensiva e senza un aumento delle rese, il sogno di sfamare otto miliardi di persone, per ora, rimane una bellissima utopia
"Woke up this morning with a wine glass in my hand - Whose wine? What wine? - Where the hell did I dine? - Must have been a dream - I don't believe where I've been - Come on, let's do it again"
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Re: Carlo "Carlin" Petrini

Messaggioda vinogodi » 23 mag 2026 19:32

Wineduck ha scritto:post di Alessandro Trocino da FB

Di Carlìn Petrini mi sono occupato molti anni fa. Ora è tempo di bilanci, inevitabilmente, almeno per me, in chiaroscuro. Un grande uomo, ma con non poche cadute retoriche, nostalgiche e antiscientifiche.
Dalla Rassegna del Corriere
Nel 1979, a 29 anni, un ex consigliere comunale di Unità proletaria per il comunismo di Bra organizza la prima edizione di «Cantè j’ Euv» (cantare le uova), rito collettivo piemontese che porta gruppi di giovani vestiti da frate, con fisarmonica al seguito, a bussare alle porte nottetempo, per avvistare ragazze in età da marito e ricevere uova, da usare poi in piazza, per frittate rinvigorenti, utili per il tiro alla fune. Lo stesso che, due anni dopo, fonda la Libera e benemerita associazione degli amici del Barolo. Lo slogan è questo: «Il Barolo è democratico o quanto meno può diventarlo». Si poteva intuire già qui il luminoso futuro che aspettava questo giovanotto estroso - Carlo Petrini, detto Carlìn - impegnato nella lotta proletaria, ma capace di coniugare il rispetto delle tradizioni popolari con le utopie visionarie (e no, poi sfortunatamente il Barolo non è diventato democratico).
Qualche anno dopo, nel 2010, Petrini è già molto noto, acclamato dagli adepti del viver lento e del mangiar lento, con un movimento che dalle Langhe ha conquistato il mondo. Al congresso di Slow Food viene chiamato un altro giovane molto ruspante, che da ex operaio di una fabbrica di pellami e da ex pr di discoteca, è diventato ministro dell’Agricoltura. Luca Zaia è a suo agio. A lui piace ancora inzaccherare le scarpe a punta quadrata con la merda di vacca e anche a loro non sembra dispiacere. È un leghista ruspante, con una marsina ministeriale che gli sta stretta. Dal palco del Congresso, fa un discorso, poi si ferma un attimo e dice, con un sorriso: «Siete dei fighetti».
Petrini è morto ieri, a 76 anni, e come è giusto che sia, se ne cantano le lodi. Non per un omaggio ipocrita, ma perché è stato davvero un grande uomo. La sua intuizione più importante – prima ancora della fondazione di Slow Food, di Terra Madre, dell’Università di Scienze gastronomiche, della Comunità Laudato si’– è stato smettere di trattare il cibo come un elemento folcloristico e pittoresco, da usare al più come strumento commerciale e di marketing, come troppo spesso si fa oggi. E invertire la rotta in una società, quella degli anni ’80 e ’90, che con l’edonismo reaganiano e craxiano, aveva esaltato l’esibizionismo ganassa e il lusso sfrenato: è il periodo del riflusso, in cui impazzano escort e cocaina, anabolizzanti e pesticidi, rucola e gamberetti.
Sono gli anni del vino al metanolo, del drive-in, dei McDonald’s. Petrini intuisce che bisogna riconnettere il cibo – come prodotto lavorato e servito al grande pubblico – al grande processo artigianale che c’è dietro, e quindi al rispetto delle materie prime e della biodiversità, ai contadini, ai produttori. E alla terra, la madre terra, senza la quale non ci sarebbe nulla. Se il presente ha un senso, lo deve anche al passato, alle nostre radici. Capisce che parlare di cibo significa parlare di identità, antropologia, politica, economia, ambiente.
L’altra sua intuizione è trasformare il cibo in una cosa seria, anche a sinistra. È evidente il nesso con la narrazione pasoliniana, che vedeva nel passaggio dalle campagne alle città un simbolo dello sradicamento che, con la modifica dei processi produttivi, l’industrializzazione e il consumismo, aveva prodotto una massificazione spersonalizzante. Con Petrini il cibo diventa etica, politica, persino conflitto di classe. Alla sinistra lanciata verso il progresso, contrappone una critica feroce ma anche divertita della modernità consumistica. E spiega, come scriverà anni dopo il manifesto, che «si può essere compagni e buongustai», (equo)solidali e goderecci.
Alla sagra del tordo di Montalcino, nel 1982, lui e i rappresentanti dell’Arci Langhe rimangono inorriditi dalla pasta fredda, dall’insalata sporca, dal cibo immangiabile. Carlìn prende carta e penna verga una lettera indignata di protesta alla Casa del popolo.
È stato detto che Petrini - con la sua barba da patriarca buono e il suo understatement glocal («esageruma nen», ripeteva spesso) - è stato «un rivoluzionario gentile», «un intellettuale popolare», «un monaco laico». O, come ha scritto Stefano Sardo, figlio di Piero (cofondatore di Slow Food), «un capopopolo innaturale, un leader senza cravatta, con il tovagliolo legato al collo».
jjCarlo Petrini è morto ieri nella sua Bra, a 76 anni (Ansa)
Ma con lo stesso rispetto che si deve a un grande uomo, non si può non vedere l’altra faccia di Petrini e del suo movimento. Quel tovagliolo legato al collo è anche il simbolo di un’estetica che si fa etica, quella del ritorno alle origini, della tradizione, della natura, del bel mondo antico. Petrini diventa in quegli anni il leader di una nuova sinistra ambientalista, anti-industriale, diffidente verso il mercato ma anche verso la scienza. Un leader un po’ populista e un po’ guru, che trasforma le sue battaglie in slogan e che riesce a far convivere, in un matrimonio innaturale, le utopie comunitarie e anarchiche con la costruzione di un movimento tutt’altro che artigianale, che si basa su alleanze trasversali e in una rete di relazioni con politici e personalità, che lo porta a passare da papa Francesco a Dario Fo, da Piero Fassino a Enzo Ghigo, da Roberto Benigni a Luca Zaia. Lo stesso Zaia che lanciava il suo epiteto scherzoso di «fighetti», aveva contribuito all’edizione 2010 del Salone del Gusto con un generoso contributo di 600 mila euro.
Inevitabilmente gli ideali degli inizi, la retorica sul sudore e sulla fatica, sulla bellezza dell’artigianato e sulla convivialità contadina si sono poi scontrati con la realtà di un mondo molto complesso. E così l’utopia petriniana, a un certo punto, viene percepita come un lusso culturale per élite benestanti, per una sinistra che ama il Barolo e se ne frega se non è proprio democratico e non può condividerlo con il popolo.
Nella sua sacrosanta battaglia ambientalista e di rispetto del lavoro di chi il cibo lo produce, Petrini scivola verso versanti da un lato nostalgici, dall’altro antiscientifici. Nel primo combatte battaglie in sintonia con il Carroccio, come dice lui stesso: «La Lega ha intercettato con intelligenza temi e valori che sosteniamo da tempo: memoria, identità del territorio, forme popolari di espressione come la musica locale e i dialetti». Il sapere nostalgico verde padano lo porta a sostenere la battaglia contro gli Ogm, a lanciare lo sciopero dell’ananas (frutto tropicale simbolo di quello che non è italiano), a promuovere il chilometro zero (poi superato dal «chilometro consapevole») e la biodinamica, a invitare a disertare i ristoranti cinesi e a difendere il protezionismo dei dazi. Petrini chiede di «deindustrializzare l’agricoltura», sostiene certe leggende che alimentano paure ancestrali: come i «centomila suicidi tra i contadini indiani causati dai semi sterili del cotone Ogm» (lo dice Vandana Shiva, vicepresidente di Slow Food international, ma non è vero), la mitica (e inesistente) fragola-pesce di Mario Capanna (per Beppe Grillo responsabile di 60 morti) e «il mais con il gene di uno scorpione».
In un dialogo con Ermanno Olmi su Repubblica, Petrini si lancia: «Guarda quanta dignità hanno i contadini dei Paesi poveri. Ci fanno sentire ridicoli. Di fronte a loro ci scopriamo brutti, rumorosi, avvelenati dall’inutile». Olmi concorda: «Nel nostro stomaco il cibo non fermenta più, va in putrefazione». Antonio Pascale, agronomo e scrittore, gli ricorda quanto sia «poco dignitosa» la miseria e quanto sia pericoloso questo «oscurantismo bucolico». Con Adriano Celentano, Petrini lancia un appello: «Uscite dai call center, tornate nei campi a fare i contadini». Che a zappare la terra ci si sia sempre rotti la schiena, è un’illuminazione che non li sfiora, perché c'è da raccontare il mito del buon contadino e della natura incontaminata. Del resto, Petrini, in un dialogo con Jeremy Rifkin, conclude: «La scienza non si può porre a un livello superiore rispetto ai saperi tradizionali». Che la tradizione sia un innesto di innovazioni e contaminazioni di culture e di popoli cristallizzate nel tempo lo sapeva benissimo, ma era difficile da tradurre in uno slogan e da vendere. Come sapeva benissimo che il concetto di «naturale» è astratto e ideologico (e perfino pericoloso) e che la natura è cultura, come sanno gli scienziati.
Scivolate, eccessi romantici che non cancellano quanto di buono ha fatto Petrini nella sua vita. «Chi semina utopie raccoglie realtà», diceva. In un'intervista a Maurizio Crosetti, dieci anni fa, diceva che il suo sogno «prima di morire, è di vedere la fame nel mondo ridotta a zero. La schiavitù ci ha messo due secoli per scomparire, poi è scomparsa». Inutile aggiungere che con il biologico, il buono, pulito e giusto, senza l'innovazione scientifica, senza l'agricoltura intensiva e senza un aumento delle rese, il sogno di sfamare otto miliardi di persone, per ora, rimane una bellissima utopia
...amen... e, soprattutto, riposi in pace...
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