pippuz ha scritto:C'è anche il Sodaccio ... e pure "Ambra dolce" di Montevertine. Mai sentito ?

ESTRATTO DA ARTICOLO SU WINEREPORT
Dopo la scomparsa di Sergio Manetti, la guida dell’azienda è passata a suo figlio Martino che con la consulenza del maestro assaggiatore Giulio Gambelli e di Bruno Bini e Klaus Johan Reimitz, conduce, con immutato impegno, l’azienda. Montevertine produce però, dal 1983, un altro vino, replicato solo nelle grandissime annate, 1985, 1986, 1988, 1990, 1992, 1994, 1995, 1996, 1997, 1999 e non prodotto nel 1984,1987,1989,1991, 1993,1998 e 2000.
Si tratta di un vino che non esiste sul mercato, che viene realizzato in piccolissimi quantitativi, una o due barrique in tutto, esclusivamente per un grande conoscitore dei vini toscani e di tutto il mondo, un vino che può essere bevuto, in pratica, solo recandosi a Firenze in via Ghibellina, e prenotando un tavolo in quel ristorante leggendario che corrisponde al nome di Enoteca Pinchiorri.
Il Cannaio, questo il nome del vino che i Manetti producono in esclusiva, solo nelle annate di grande qualità, per Giorgio Pinchiorri, prevedibilmente con la sua illuminata e appassionata consulenza, é praticamente un 100% Sangiovese, con qualche grappolo di Canaiolo, proveniente da una piccola porzione di vigna adiacente a quella delle Pergole Torte, chiamata appunto "Il Cannaio". Si può pertanto affermare che il Cannaio sia un "fratellino" del Pergole Torte.
L' etichetta, come nel caso degli altri vini, è disegnata da quel grande pittore che fu Alberto Manfredi, (scomparso nel 2001, solo un anno dopo la morte di Sergio Manetti), i cui volti di donna stilizzati e accennati in maniera inimitabile, con sublime eleganza di tratto, impreziosiscono, sin dall’esordio, le etichette del Pergole Torte.
Per gli strani casi della vita, ho avuto, solo di recente, occasione di poter assaggiare un esemplare di Cannaio, per di più di quell’annata 1985 (l’anno della grande gelata) che a Montevertine definiscono eccezionale, avendo improvvisamente scoperto in cantina un paio di bottiglie che riposavano tranquille da diversi anni, da quando il patron del grande ristorante fiorentino, parlo di svariati anni fa, me ne aveva fatto dono, essendo rimasto colpito da un mio commento che definiva stravagante il nome di un suo vino, Canperlaia, che si era fatto produrre dal Carpineto.
Per anni le due bottiglie di Cannaio hanno riposato, tra diverse annate di Maurizio Zanella, di Pinero, di Château Musar, che attendono ancora d’essere stappate, finché non sono riapparse, poco dopo Natale, un giorno che riordinavo scaffali e casse alla ricerca di cose curiose e dimenticate. E proprio nell’imminenza di una mia visita, in febbraio, a Montevertine.
Bene, posso permettermi di pensare che questa sorta di limbo e di dimenticatoio che ha fatto coprire di polvere l’etichetta che ritrae due volti stilizzati posti all’interno di una bottiglia, possa aver giovato al Cannaio 1985, facendolo diventare uno dei migliori e più emozionanti esempi della grandezza del Sangiovese di cui abbia avuto prova nella mia vita ?
Nulla m’impedisce di pensarlo e di convincermi che Sergio Manetti aveva non solo ragione, ma ragionissima, quando asseriva, contro il parere blaterante dei sostenitori della “migliorabilità” dell’uva principe toscana, mediante un’iniezione di un pizzico di quei Cabernet, Merlot e Syrah che hanno stravolto l’identità di molti Chianti Classico, che il Sangiovese non aveva bisogno di nulla, se non d’essere capito, interpretato al meglio, assecondato ed essere posto in condizioni di esprimersi al meglio ?
M’è stato sufficiente stappare il vino con calma e lasciarlo riprendersi dalla lunga prigionia nel vetro, stiracchiarsi e fare un ampio respiro per il lungo riposo, per poi trovarmi nel bicchiere un capolavoro di toscanità, un vino inimitabile, come solo i grandi vini possono essere, che nella sua maturità ha trovato una compiutezza d’espressione e una “saggezza” straordinaria.
Mi sembra quasi inutile, e banale, descriverlo, evocare il colore rubino caldo brillante e luminoso (da Sangue di Giove), il suo naso avvolgente, fitto, di assoluta dolcezza, che evocava la ciliegia matura, il ginepro, l’alloro ed il rosmarino, le liliacee ed il sottobosco umido. Ed è del tutto inutile, ne sono consapevole, cercare di tradurre in parole la succosa delicatezza del frutto, la bocca ancora carnosa nonostante i 18 anni, i tannini setosi ma ancora ben rilevati, il sapore ricco, pieno, terroso, la stoffa vellutata che si dispone quieta in bocca, elegantissima e suadente come una carezza che sembra non avere fine. Un vino di eleganza assoluta, di perfetta armonia, che dimostra come bastino del grande Sangiovese ed un pizzico di Lanaiolo per fare un capolavoro, inconfondibilmente e orgogliosamente chiantigiano e toscano.
Come dicono in Francia: châpeau bas messieurs !