Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Dove discutere, confrontarsi o scherzare sempre in modo civile su argomenti attinenti al mondo del food&wine e non solo.

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zampaflex
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 30 gen 2024 16:39

tenente Drogo ha scritto:anche in Olanda gli agricoltori stanno protestando

cerchiamo di vedere le cose anche da loro punto di vista (certamente conservatore, come sempre sono stati i contadini fin dalla notte dei tempi): gli vogliono togliere i sussidi perché inquinano, vogliono convertire terre da coltivazione a fotovoltaico o eolico, insomma c'è da essere belli incazzati e questa rabbia finisce per cavalcarla tutta la destra


La chiave è che il governo europeo vuole fare cambiare loro il modo di lavorare, non buttarli fuori dalla loro terra. E' una protesta a retrograda a favore dello status quo.
E le emissioni di metano degli allevamenti?
E il consumo e perciò lo spargimento di nitrati e diserbanti nelle coltivazioni?
E il consumo di acqua potabile da parte di entrambi?
Sono o non sono argomenti su cui discutere seriamente, invece di scendere (lentamente) in piazza per chiedere il mantenimento dello sconto sul gasolio?
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda tenente Drogo » 30 gen 2024 16:46

zampaflex ha scritto:
tenente Drogo ha scritto:anche in Olanda gli agricoltori stanno protestando

cerchiamo di vedere le cose anche da loro punto di vista (certamente conservatore, come sempre sono stati i contadini fin dalla notte dei tempi): gli vogliono togliere i sussidi perché inquinano, vogliono convertire terre da coltivazione a fotovoltaico o eolico, insomma c'è da essere belli incazzati e questa rabbia finisce per cavalcarla tutta la destra


La chiave è che il governo europeo vuole fare cambiare loro il modo di lavorare, non buttarli fuori dalla loro terra. E' una protesta a retrograda a favore dello status quo.
E le emissioni di metano degli allevamenti?
E il consumo e perciò lo spargimento di nitrati e diserbanti nelle coltivazioni?
E il consumo di acqua potabile da parte di entrambi?
Sono o non sono argomenti su cui discutere seriamente, invece di scendere (lentamente) in piazza per chiedere il mantenimento dello sconto sul gasolio?


sì, ma glielo impone dall'alto
non li coinvolge nel cambiamento
adotta un approccio dirigista e paternalistico
dovrebbero mandare Carlin Petrini a mediare

ho paura che finirà male
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda tenente Drogo » 30 gen 2024 17:06

"Serotonina" di Houellebecq qualche anno fa descriveva in modo realistico una feroce rivolta di agricoltori francesi
sono pochi gli scrittori come lui in grado di intercettare le inquietudini del presente
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda l'oste » 01 feb 2024 18:23

Sarebbe da approfondire il perché l'agricoltura debba sempre più trasformarsi in industriale ed intensiva per reggere il mercato, a discapito magari della qualità e della cura per il prodotto. Diventerebbe un ragionamento molto complesso, tecnico, numerico e anche filosofico.

Non c'è un unico punto focale comune per le proteste degli agricoltori. Ogni nazione, quindi ogni zona geografica, ha istanze differenti, ogni agricoltore ha le proprie problematiche lavorative spesso differenti dagli altri colleghi di settore.
Per questo motivo secondo me uniformare in gran parte con norme e leggi europee in modo generico tutto il comparto agricoltura è una scelta ignorante, presuntuosa e snob perché non si considerano i singoli "terroir", le specifiche tradizioni e cultura, le biodiversità di ogni singolo stato (in Italia siamo i più penalizzati) e molto altro.
Però per i prestiti, i titoli, il fisco e le procedure "economiche" europee si stabiliscono differenze tra nazioni, scale mobili o immobili e quant'altro.
Gli Stati Veramente Uniti d'Europa sarebbero una grande prospettiva per il futuro dei popoli, per creare sinergie vincenti per bilanciare e stabilizzare l'economia.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 02 feb 2024 14:06

l'oste ha scritto:Sarebbe da approfondire il perché l'agricoltura debba sempre più trasformarsi in industriale ed intensiva per reggere il mercato, a discapito magari della qualità e della cura per il prodotto. Diventerebbe un ragionamento molto complesso, tecnico, numerico e anche filosofico.

Non c'è un unico punto focale comune per le proteste degli agricoltori. Ogni nazione, quindi ogni zona geografica, ha istanze differenti, ogni agricoltore ha le proprie problematiche lavorative spesso differenti dagli altri colleghi di settore.
Per questo motivo secondo me uniformare in gran parte con norme e leggi europee in modo generico tutto il comparto agricoltura è una scelta ignorante, presuntuosa e snob perché non si considerano i singoli "terroir", le specifiche tradizioni e cultura, le biodiversità di ogni singolo stato (in Italia siamo i più penalizzati) e molto altro.
Però per i prestiti, i titoli, il fisco e le procedure "economiche" europee si stabiliscono differenze tra nazioni, scale mobili o immobili e quant'altro.
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No, beh, attenzione. Le norme in contestazione non puntano ad una uniformizzazione delle tecniche, bensì a proteggere l'ambiente. Io ho letto solo di:
- messa a riposo annuale del 4% della superficie coltivata, a rotazione
- riduzione dell'uso di anticrittogamici e antiparassitari
- cessazione dei sussidi statali al gasolio agricolo
Non mi pare un atteggiamento dirigista e industrialista, semmai ambientalista e perciò maggiormente favorevole a chi già è instradato verso il bio.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda tenente Drogo » 02 feb 2024 15:01

zampaflex ha scritto:
l'oste ha scritto:Sarebbe da approfondire il perché l'agricoltura debba sempre più trasformarsi in industriale ed intensiva per reggere il mercato, a discapito magari della qualità e della cura per il prodotto. Diventerebbe un ragionamento molto complesso, tecnico, numerico e anche filosofico.

Non c'è un unico punto focale comune per le proteste degli agricoltori. Ogni nazione, quindi ogni zona geografica, ha istanze differenti, ogni agricoltore ha le proprie problematiche lavorative spesso differenti dagli altri colleghi di settore.
Per questo motivo secondo me uniformare in gran parte con norme e leggi europee in modo generico tutto il comparto agricoltura è una scelta ignorante, presuntuosa e snob perché non si considerano i singoli "terroir", le specifiche tradizioni e cultura, le biodiversità di ogni singolo stato (in Italia siamo i più penalizzati) e molto altro.
Però per i prestiti, i titoli, il fisco e le procedure "economiche" europee si stabiliscono differenze tra nazioni, scale mobili o immobili e quant'altro.
Gli Stati Veramente Uniti d'Europa sarebbero una grande prospettiva per il futuro dei popoli, per creare sinergie vincenti per bilanciare e stabilizzare l'economia.
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No, beh, attenzione. Le norme in contestazione non puntano ad una uniformizzazione delle tecniche, bensì a proteggere l'ambiente. Io ho letto solo di:
- messa a riposo annuale del 4% della superficie coltivata, a rotazione
- riduzione dell'uso di anticrittogamici e antiparassitari
- cessazione dei sussidi statali al gasolio agricolo
Non mi pare un atteggiamento dirigista e industrialista, semmai ambientalista e perciò maggiormente favorevole a chi già è instradato verso il bio.


e ti sembrano misure accettabili?
sono insostenibili economicamente
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 02 feb 2024 15:19

tenente Drogo ha scritto:
zampaflex ha scritto:
l'oste ha scritto:Sarebbe da approfondire il perché l'agricoltura debba sempre più trasformarsi in industriale ed intensiva per reggere il mercato, a discapito magari della qualità e della cura per il prodotto. Diventerebbe un ragionamento molto complesso, tecnico, numerico e anche filosofico.

Non c'è un unico punto focale comune per le proteste degli agricoltori. Ogni nazione, quindi ogni zona geografica, ha istanze differenti, ogni agricoltore ha le proprie problematiche lavorative spesso differenti dagli altri colleghi di settore.
Per questo motivo secondo me uniformare in gran parte con norme e leggi europee in modo generico tutto il comparto agricoltura è una scelta ignorante, presuntuosa e snob perché non si considerano i singoli "terroir", le specifiche tradizioni e cultura, le biodiversità di ogni singolo stato (in Italia siamo i più penalizzati) e molto altro.
Però per i prestiti, i titoli, il fisco e le procedure "economiche" europee si stabiliscono differenze tra nazioni, scale mobili o immobili e quant'altro.
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No, beh, attenzione. Le norme in contestazione non puntano ad una uniformizzazione delle tecniche, bensì a proteggere l'ambiente. Io ho letto solo di:
- messa a riposo annuale del 4% della superficie coltivata, a rotazione
- riduzione dell'uso di anticrittogamici e antiparassitari
- cessazione dei sussidi statali al gasolio agricolo
Non mi pare un atteggiamento dirigista e industrialista, semmai ambientalista e perciò maggiormente favorevole a chi già è instradato verso il bio.


e ti sembrano misure accettabili?
sono insostenibili economicamente


Se fossero applicate solo a qualcuno sarebbero distorsive.
Applicate a tutti gli agricoli d'Europa costituiscono un nuovo levelled field che farà aumentare un poco i prezzi, ma sarà così per tutti, e toccherà ai consumatori (giustamente) pagare il conto dell'aumento dei prezzi in cambio di minore impatto sull'ambiente.

Due sole sono le lamentele che per me hanno fondamento: la richiesta di applicare misure compensatorie nei confronti dei prodotti agricoli provenienti da fuori UE, non soggetti agli stessi livelli di protezione e tutela ambientale (ci siamo capiti), dove la UE qualcosa può fare e pare abbia iniziato a costruire un dossier, e la gestione della filiera distributiva che per alcuni paesi è uno strazio, ma che NON è responsabilità dell'Europa bensì interamente privata e nazionale.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda bobbisolo » 02 feb 2024 15:29

zampaflex ha scritto:e toccherà ai consumatori (giustamente) pagare il conto dell'aumento dei prezzi in cambio di minore impatto sull'ambiente.


perchè giustamente?

Siamo sempre al solito argomento... condividiamo i costi, socializziamo le perdite ma non i ricavi:
chi utilizza di più deve pagare di più... chi consuma/impatta di più sulla salute del pianeta dovrebbe pagare in proporzione al danno che arreca... mi sembra un principio così naturale.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 02 feb 2024 16:27

bobbisolo ha scritto:
zampaflex ha scritto:e toccherà ai consumatori (giustamente) pagare il conto dell'aumento dei prezzi in cambio di minore impatto sull'ambiente.


perchè giustamente?

Siamo sempre al solito argomento... condividiamo i costi, socializziamo le perdite ma non i ricavi:
chi utilizza di più deve pagare di più... chi consuma/impatta di più sulla salute del pianeta dovrebbe pagare in proporzione al danno che arreca... mi sembra un principio così naturale.


Perché l'aumento dei costi per potere mantenere una agricoltura più sostenibile non può attualmente essere assorbito dagli agricoltori e perciò deve riversarsi a valle, e quindi, salvo abbattimento dei costi di filiera distributiva, impattare sul consumatore finale.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda l'oste » 02 feb 2024 19:47

zampaflex ha scritto:
l'oste ha scritto:Sarebbe da approfondire il perché l'agricoltura debba sempre più trasformarsi in industriale ed intensiva per reggere il mercato, a discapito magari della qualità e della cura per il prodotto. Diventerebbe un ragionamento molto complesso, tecnico, numerico e anche filosofico.

Non c'è un unico punto focale comune per le proteste degli agricoltori. Ogni nazione, quindi ogni zona geografica, ha istanze differenti, ogni agricoltore ha le proprie problematiche lavorative spesso differenti dagli altri colleghi di settore.
Per questo motivo secondo me uniformare in gran parte con norme e leggi europee in modo generico tutto il comparto agricoltura è una scelta ignorante, presuntuosa e snob perché non si considerano i singoli "terroir", le specifiche tradizioni e cultura, le biodiversità di ogni singolo stato (in Italia siamo i più penalizzati) e molto altro.
Però per i prestiti, i titoli, il fisco e le procedure "economiche" europee si stabiliscono differenze tra nazioni, scale mobili o immobili e quant'altro.
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No, beh, attenzione. Le norme in contestazione non puntano ad una uniformizzazione delle tecniche, bensì a proteggere l'ambiente. Io ho letto solo di:
- messa a riposo annuale del 4% della superficie coltivata, a rotazione
- riduzione dell'uso di anticrittogamici e antiparassitari
- cessazione dei sussidi statali al gasolio agricolo
Non mi pare un atteggiamento dirigista e industrialista, semmai ambientalista e perciò maggiormente favorevole a chi già è instradato verso il bio.

Le norme che giustamente riporti e che in parte sono virtuose ed "ecologiste", sono solo la punta dell'iceberg e probabilmente la goccia che ha scatenato la protesta. Ma in ogni paese le istanze sono diverse, contro la tassazione, l'uniformazione produttiva di alcune tipologie di prodotti, l'import di materie da paesi con standard non allineati alla normativa e qualità UE, la "pressione" di alcuni stati in favore di semi OGM e prodotti "sintetici", il disconoscimento e non incentivo verso le piccole realtà in favore dei metodi produttivi industriali eccetera. È una questione molto sfaccettata e complessa.
Probabilmente si sarebbe dovuto intervenire anni fa con un programma condiviso e ragionevole invece di arrivare a questo punto critico.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 02 feb 2024 21:56

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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 03 feb 2024 22:49

Oggi alla cooperativa agricola “Coraggio”, alle porte di Roma, i contadini dell’Associazione rurale italiana (Ari), nata 30 anni fa a cavallo di esperienze di cooperative agricole tra la Sicilia e il Veneto, si riuniscono per discutere di “diritto alla terra”. Non sono tupamaros, sono agricoltori italiani che gestiscono con sempre maggiore fatica i terreni, spesso troppo piccoli, ereditati dai genitori, o dai nonni, e che i loro figli non vogliono più ereditare e gestire. Perché, come emerge dall’ultimo censimento Istat, in Italia il 21,3% delle aziende agricole ha meno di un ettaro di terreno, e il 64% arriva a 5 ettari; solo l’1,6% ha più di 100 ettari. Numeri insostenibili, spiega Antonio Onorati, uno dei coordinatori dell’Ari: «Con meno di 5 ettari è difficile far sopravvivere una famiglia, e comunque anche il lavoratore con un’azienda di 10 ettari di norma ottiene un valore tra i 15 e i 20 mila euro annui, che non fanno neanche un salario operaio, eppure per raggiungere questa cifra spesso il lavoro di una persona sola non basta.
Allargarsi non è facile: la terra costa cara, sia da comprare che da affittare, e si trova in vendita solo su grandi appezzamenti. Costa tra i 35 mila e i 70 mila euro all’ettaro, 10 ettari sono incomprabili: ci vorrebbe una politica completamente diversa».
Ultima modifica di zampaflex il 10 feb 2024 16:26, modificato 1 volta in totale.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 05 feb 2024 13:36

Il quadro tra Francia e Italia NON è lo stesso, ma ci sono alcune similitudini, e sicuramente una maggiore focalizzazione delle proteste sull'argomento chiave: i prezzi di vendita. Questo reportage li racconta.

Nella zona industriale di Amiens, un gruppo di allevatori protesta davanti ad una centrale d’acquisto Auchan per chiedere "prezzi più equi dai supermercati ”. Nei pressi di Caen, un altro gruppo di allevatori blocca una centrale d’acquisto Carrefour: “Vendo in perdita, 5 euro al chilo, e poi vedo i miei prodotti a 20 o 30 euro al chilo nei supermercati”, protesta uno di loro. In Alta Saona, dei militanti della Fdsea, la Federazione dipartimentale dei sindacati degli agricoltori, hanno bloccato l’ingresso di una fabbrica Lactalis, la multinazionale agroalimentare francese, che “rifiuta da mesi di negoziare con i produttori di latte,
malgrado gli obblighi legali, e paga il latte il 15% in meno dei concorrenti”.
DA GIORNI AGRICOLTORI e allevatori protestano in Francia contro la corsa al ribasso dei prezzi al consumo portata avanti dai colossi dell’agroalimentare e che mette a dura prova il loro potere d’acquisto. Emergono tensioni a tutti i livelli della catena produttiva – agricoltori, produttori e grande distribuzione, che hanno interessi economici divergenti – e sotto gli occhi di un governo impantanato nelle sue indicazioni contraddittorie.
Secondo il governo bisogna infatti garantire l’aumento della remunerazione degli agricoltori e, al tempo stesso, ottenere la riduzione dei prezzi dei generi alimentari venduti nei supermercati per favorire i consumatori, ma senza mettersi contro le
grandi aziende del settore. “I prezzi devono essere rivisti al ribasso, ma è necessario che gli allevatori e gli agricoltori possano vivere del loro lavoro. È questo equilibrio che dobbiamo trovare e di cui voglio essere garante”, ha detto a novembre il ministro dell ’Economia, Bruno Le Maire. Il governo ha annunciato maggiori controlli e sanzioni in caso di non rispetto delle tre leggi “Egalim” ( 2018, 2021 e 2023), che servono a proteggere la retribuzione degli agricoltori e a garantire un migliore equilibrio dei rapporti commerciali. Queste leggi permettono in particolare agli agricoltori di riunirsi in organizzazioni di
produttori in modo da poter pesare nei negoziati con i colossi dell’industria agroalimentare (Lactalis, Nestlé, Danone, LDC, Bigard, ecc.) e della grande distribuzione (Leclerc, Carrefour, Intermarché, Système U e Auchan). Le leggi Egalim limitano inoltre gli abusi: stabiliscono la ripercussione obbligatoria del costo delle materie prime agricole sul prezzo finale del prodotto alimentare venduto nei negozi; portano al 10% la soglia al di sotto della quale un’azienda della grande distribuzione non può rivendere un prodotto se non vuole correre il rischio di essere accusata di dumping; regolamentano le promozioni più aggressive del tipo ” due prodotti al prezzo di uno”. Il principio delle leggi Egalim, come sottolineato dalla senatrice centrista Anne-Catherine Loisier che aveva difeso i testi, era dunque di “concedere margini più importanti alla grande distribuzione”,
che avrebbe di conseguenza potuto “accordare una migliore retribuzione agli agricoltori”. Ma le leggi non sono state rispettate. “Per due anni, dal 2021 al 2023, il prezzo delle materie prime agricole è stato in forte aumento. Tutto è aumentato, dai prezzi di produzione ai prezzi sugli scaffali dei supermercati – ha spiegato una fonte a Mediapart -. Ma da qualche tempo i prezzi stanno diminuendo.
Il che vuol dire che c’è qualcuno che sta approfittando della situazione”. Viene additato innanzi tutto il colosso Lactalis. “Dallo scorso giugno, Lactalis non ascolta più l’Unell, l’Unione nazionale degli allevatori di Lactalis, e impone i suoi prezzi eludendo ogni discussione. In pratica, noi chiediamo un aumento del 5% del prezzo del latte e Lactalis impone l’1%”, ha denunciato un produttore di latte della Loira Atlantica sul quotidiano locale Ouest-France. Lactalis ha risposto così a Mediapart: “Nel pieno rispetto delle leggi Egalim, Lactalis negozia tutti i mesi il prezzo del latte con l’Unell, secondo il contratto stabilito dalle due parti, ed è quello che sta facendo anche attualmente”.
Il gruppo ha aggiunto poi che “la sfida di Lactalis France è trovare il giusto equilibrio sul prezzo del latte al fine di poter mantenere dei prezzi accessibili per i consumatori”.
Il deputato socialista Dominique Potier, che conosce molto bene il settore, teme che la posizione degli industriali come Lactalis nei negoziati, non sia alla fine “ricompensata dalle grandi aziende della distribuzione ”, che spalancherebbero loro le porte dei loro supermercati a scapito dell’equa remunerazione degli agricoltori. “Siamo tornati al vecchio mondo – ha osservato un altro esperto –. La grande distribuzione si sta convincendo che se non dovesse ottenere rapidamente la diminuzione dei prezzi, perderebbe quote di mercato”. In questo momento il contesto è particolarmente teso per il settore della grande distribuzione in Francia anche perché deve far fronte alla crisi che ha investito uno di loro, il gruppo Casino, al limite della bancarotta, i cui ipermercati e supermercati saranno acquisiti da Intermarché, Auchan e Carrefour. “Ci sono quote di mercato da prendere, soprattutto nel sud-est della Francia, dove il gruppo Casino era particolarmente presente. C’è quindi un rischio reale che le aziende della grande distribuzione siano molto aggressive sui prezzi”, aggiunge l’esperto sentito da Mediapart .
ALLA LUCE delle quote di mercato pubblicate dall’istituto Kantar, si può dire che, una volta scomparso Casino, il mercato francese sarà dominato da tre aziende – Leclerc, Carrefour e Intermarché – che deterranno più del 20% ciascuna delle quote di mercato. “Significa che la dipendenza economica degli attori della produzione industriale e agricola dalla grande distribuzione crescerà”, aggiunge l’esperto.
A scuotere il settore in questo momento è inoltre il sospetto che i giganti della grande distribuzione stiano aprendo le loro centrali d’acquisto fuori dalla Francia, in altri Paesi europei, proprio per poter, tra l’altro, eludere le leggi Egalim. Ha iniziato Leclerc, che ha spostato la sua centrale Eurelec a Bruxelles. Carrefour, temendo di diventare meno competitivo rispetto allo storico concorrente, ha a sua volta aperto la centrale Eureca a Madrid, mentre SystèmeU ha raggiunto il gruppo Everest con sede in Olanda. Concretamente è possibile quindi che dei prodotti alimentari siano prodotti, trasformati e commercializzati
in Francia, ma virtualmente acquistati dalle centrali d’acquisto di supermercati basate all’estero per aggirare la legge francese e vendere a prezzi sempre più bassi ai consumatori. Il presidente del Système U, Dominique Schelcher, ha formalmente smentito “qualsiasi volontà da parte di Système U di aggirare la legge francese”: “Système U – ha detto Schelcher su Bfm Tv –non ha aperto una centrale d’acquisto all’estero, ha aderito ad un partenariato tedesco-olandese, che ha stabilito di fissare la sede dell’organizzazione in Olanda”.
Ma il 26 gennaio, anche il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, in genere docile con i giganti del capitalismo francese, ha annunciato “sanzioni fino al 2% del fatturato” ai produttori e ai distributori che violano la legge Egalim. Senza fare nomi, il
primo ministro Gabriel Attal ha a sua volta confermato che il governo “sanzionerà pesantemente tre società che non rispettano” la legge. “Sarò intrattabile”, ha avvertito Le Maire. Bisogna stare a vedere se il ministro manterrà la parola. Ma neanche questo potrebbe essere sufficiente per risolvere la crisi in corso. Il deputato socialista Dominique Potier, che ritiene
necessaria la più equa distribuzione dei profitti, propone alcune piste: “In primo luogo – osserva – bisogna garantire la trasparenza sui margini dei distributori e dei produttori. In secondo luogo – continua – è necessario che le autorità si mostrino capaci di far rispettare la legge. Infine – conclude – bisogna riequilibrare i rapporti di forza, mettendo fine all’oligarchia che domina soprattutto nel settore della grande distribuzione”.
Propone cioè la fine dei “cartelli” nel settore alimentare. Ma la sfida è enorme.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda bobbisolo » 06 feb 2024 21:51

zampaflex ha scritto:
bobbisolo ha scritto:
zampaflex ha scritto:e toccherà ai consumatori (giustamente) pagare il conto dell'aumento dei prezzi in cambio di minore impatto sull'ambiente.


perchè giustamente?

Siamo sempre al solito argomento... condividiamo i costi, socializziamo le perdite ma non i ricavi:
chi utilizza di più deve pagare di più... chi consuma/impatta di più sulla salute del pianeta dovrebbe pagare in proporzione al danno che arreca... mi sembra un principio così naturale.


Perché l'aumento dei costi per potere mantenere una agricoltura più sostenibile non può attualmente essere assorbito dagli agricoltori e perciò deve riversarsi a valle, e quindi, salvo abbattimento dei costi di filiera distributiva, impattare sul consumatore finale.


filiera distributiva, intendi la gdo e/o gli intermediari tra agricoltori e gdo, la parte logistica?
Perchè sicuro sono questi che incidono di più sui prezzi che paga il consumatore...
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 06 feb 2024 23:14

bobbisolo ha scritto:
zampaflex ha scritto:
bobbisolo ha scritto:
zampaflex ha scritto:e toccherà ai consumatori (giustamente) pagare il conto dell'aumento dei prezzi in cambio di minore impatto sull'ambiente.


perchè giustamente?

Siamo sempre al solito argomento... condividiamo i costi, socializziamo le perdite ma non i ricavi:
chi utilizza di più deve pagare di più... chi consuma/impatta di più sulla salute del pianeta dovrebbe pagare in proporzione al danno che arreca... mi sembra un principio così naturale.


Perché l'aumento dei costi per potere mantenere una agricoltura più sostenibile non può attualmente essere assorbito dagli agricoltori e perciò deve riversarsi a valle, e quindi, salvo abbattimento dei costi di filiera distributiva, impattare sul consumatore finale.


filiera distributiva, intendi la gdo e/o gli intermediari tra agricoltori e gdo, la parte logistica?
Perchè sicuro sono questi che incidono di più sui prezzi che paga il consumatore...


Si, tutta la catena logistica che parte da quando il prodotto lascia il campo a quando entra in negozio.
Gli agricoltori che si associano in coop o consorzi riescono a trattenere una parte maggiore del prezzo che vede il consumatore. Se ti metti nelle mani del grossista locale che poi vende al grossista di altra regione o alla GD, sei fottuto.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda tenente Drogo » 07 feb 2024 11:40

scrive un'imprenditrice agricola

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Le ragioni dei trattori. Servono ricerca, innovazione e poca burocrazia

DEBORAH PIOVAN 7 febbraio 2024

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L’agricoltura in crisi affronta sfide cruciali: cambiamento climatico, sostenibilità ambientale, maggiore competitività. Quel che si chiede alla politica sono strategie e strumenti innovativi per superarle.

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Le proteste degli agricoltori e il modo in cui si sceglie di raccontarle sui media portano a commentare che sì, siamo in campagna elettorale e tutti hanno un’agenda. Questo non fa bene all’agricoltura e al bisogno di rispondere alle molte sfide che essa ha davanti. Da agricoltrice ed europeista convinta mi preoccupa la facilità con cui si abbandonano le sofferenze del settore primario alle risposte facili e sbagliate del populismo. Sono le sofferenze di fronte a un cambio epocale, come quello introdotto dalla nuova Politica agricola comunitaria e dal Green deal.


Premetto che non condivido i modi della protesta e nemmeno tutti i contenuti: prendersela con la carne coltivata o con la farina di insetti non ha alcun senso ed è solo un segnale di disagio mal diretto. Gli agricoltori europei producono all’interno del quadro di regole più severo che esista, sia dal punto di vista ambientale che della salubrità: il nostro cibo è il più sicuro al mondo eppure abbiamo i consumatori più spaventati al mondo. È vero, siamo sovvenzionarti per produrre cibo sano e a buon mercato. Ma il valore di quegli indennizzi si è dimezzato negli ultimi due anni a fronte di requisiti ancora più stringenti che spesso non seguono logiche scientifiche. Si dice che la spesa comunitaria per l’agricoltura non è calata, ma la verità è che per ottenere contributi di qualche decina di euro in più a ettaro viene chiesto di rinunciare alla difesa delle colture da insetti e malattie, quindi di produrre di meno: da dove dovrebbero arrivare il reddito degli agricoltori e il cibo per i consumatori, quando un prodotto non difeso rischia di essere malsano e non vendibile?

Quanto all’esenzione dall’Irpef, gli agricoltori non sono tassati a bilancio ma a forfait, quindi a prescindere da quel che producono. Prendiamo ad esempio la coltivazione di frumento e quella di uve da vino: la prima porta a un genere di prima necessità, il pane, che non può costare troppo; la seconda porta a un prodotto a valore aggiunto e quindi a redditi ben maggiori. Entrambe sono tassate allo stesso modo: un cerealicoltore che non ha titoli per piantare viti, cioè non ha il permesso per farlo, paga un’imposta pari a quella di un viticoltore o di un produttore di piantine di vite. Si dice che gli agricoltori sanno solo lamentarsi e non sanno confrontarsi con il mercato. Di certo non possiamo confrontarci con quello estero che produce mais Ogm, più sano del nostro e più richiesto dai mangimisti, con il quale si nutrono gli animali che danno i prosciutti e formaggi del Made in Italy. Agli agricoltori italiani questa tecnologia utile per la competitività è stata negata; non dall’Europa, ma da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni in Italia. Siamo passati in dieci anni dall’essere autosufficienti per il nostro fabbisogno di mais a importarne la metà, in buona parte Ogm. 

Insomma, gli agricoltori protestano perché non riescono a fare bilancio, sono soffocati dalla burocrazia e da troppe regole non sempre basate su dati scientifici, sono umiliati, sono accusati di non essere competitivi ma non vengono autorizzati a esserlo. E protestano perché tutto questo sta peggiorando. Cosa ci serve? Oggi ci sono nuove biotecnologie utili per la sostenibilità ambientale ed economica del processo di produzione del cibo: in Italia le chiamano Tea, recniche di evoluzione assistita; in Europa Ngt, Nuove tecniche del genoma. Finalmente anche l’Italia ha fatto richiesta per le prove in campo di un riso ottenuto con Tea dal team della prof. Vittoria Brambilla dell’Università di Milano. Permetterà di evitare il trattamento fungicida visto che il riso non si ammalerà di brusone. Bene: ci auguriamo che da questa apertura arrivi anche una nuova stagione di finanziamenti per la ricerca e una chiara strategia per la filiera del cibo.

Ci serve una politica che aiuti a creare un clima fertile per l’innovazione. E, banalmente, serve la seria volontà di tagliare la burocrazia. Infine serve che noi agricoltori condividiamo le sfide che abbiamo davanti: cambiamento climatico, sostenibilità ambientale, competitività. Con la società dobbiamo condividere strategie e strumenti innovativi per affrontarle.
 
I comunisti mi trattavano da fascista, i fascisti da comunista.
Tutto questo ha aiutato il film.
(Sam Fuller, a proposito di "The Steel Helmet")

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zampaflex
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 07 feb 2024 18:01

Dalla Repubblica, il punto delle norme alle spalle delle contestazioni

Il rinnovo per altri dieci anni in Europa del controverso erbicida glifosato, classificato come “probabile cancerogeno”. Il voto contrario da parte dell’europarlamento — a stragrande maggioranza — del regolamento Ue che dimezzava i pesticidi in agricoltura. La decisione francese della scorsa settimana, infine, di “mettere in pausa” il piano nazionale di riduzione della chimica nei campi. La lotta ai fitofarmaci era già finita stritolata tra le ruote dei trattori ben prima di ieri, quando la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato il ritiro della bozza di regolamento “Farm to fork”: dal campo alla forchetta. «Von der Leyen ha bloccato una strada che era già senza sbocco», commenta Andrea Segrè, economista e agronomo, professore di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile all’ateneo di Bologna.
Il regolamento europeo accartocciato da Von der Leyen prevedeva di dimezzare l’uso dei pesticidi nei campi europei entro il 2030. Senza quei prodotti chimici però le rese agricole calano dell’8% per i cereali, dell’11% per i semi da olio e del 10% per gli ortaggi. Ecco perché la bozza, nata nei corridoi di Bruxelles nel 2020 su iniziativa dei Verdi, era finita subito nel mirino delle lobby dei grandi produttori agricoli europei, spalleggiati dalle destre. Il voto del 22 novembre scorso all’Europarlamento si era tradotto in una disfatta: 299 no, 207 sì e 121 astenuti. Il testo iniziale era stato talmente stravolto da centinaia di emendamenti che perfino i sostenitori della bozza in aula avevano finito per votare contro.
Pochi giorni dopo, il 28 novembre, la Commissione Europea si era spaccata sull’erbicida glifosato. Il fitofarmaco più usato al mondo è accusato — ma senza prove stringenti — di provocare mutazioni del Dna ed è collocato dunque dalla Iarc (l’agenzia dell’Oms che si occupa di ricerca sui tumori) nella tabella dei probabili cancerogeni.
Incapace di prendere una decisione a maggioranza, la Commissione aveva di fatto rinnovato l’autorizzazione a usare il glifosato nei paesi europei per altri dieci anni. Le elezioni europee che si avvicinano e la marcia dei trattori hanno infine convinto Parigi nei giorni scorsi a “mettere in pausa” il progetto Ecophyto, che riprendeva il principio di “Farm to fork” e chiedeva agli agricoltori di dimezzare l’uso dei pesticidi. L’annuncio di Von Der Leyen, ieri, è stato dunque l’ultimo chiodo sulla bara della lotta dell’Europa alla chimica nei campi.
«La colpa non va data agli agricoltori », ragiona Segrè. «Hanno margini di guadagno talmente ridotti che non li si può biasimare. Vogliono salvare il raccolto, e il raccolto oggi si salva con i pesticidi. Spetterebbe alla politica capire che non è l’unica via. Esistono la lotta biologica, i bioagrofarmaci, gli insetti utili e le nuove tecnologie di evoluzione assistita. Sono tecniche efficaci e compatibili con l’ambiente che richiedono però tanta ricerca. Molti altri paesi investono su questi temi con profitto. L’Italia no. Ed è questo l’errore che ci ha portato all’impasse di oggi».
Noi consumatori continuiamo così a ritrovarci residui chimici nei piatti. L’Efsa — l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare di Parma — dipinge una situazione nemmeno troppo allarmante. Secondo il suo ultimo rapporto sui pesticidi del 2021 solo il 2% dei campioni prelevati dall’agricoltura e dall’allevamento europei supera i livelli massimi concessi dalla legge per le singole sostanze chimiche. Ma se si ribalta il punto di vista e si va a cercare nei nostri organismi — come ha fatto l’anno scorso il consorzio Human Biomonitoring for Europe analizzando i campioni di urina — l’84% delle persone ha in corpo almeno
due tipi di pesticidi, il valore medio è di 3 pesticidi a individuo, con picchi di 13. Tutti e 13 rispettano i limiti di legge, certo, ma il loro effetto cumulato e combinato è ignoto. Nessuno ha mai spiegato se e quanto faccia male.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda l'oste » 09 feb 2024 09:41

Fortunatamente la "protesta dei trattori" in Italia é gestita dal Ministero dell'agricoltura, della sovranità, delle foreste e delle colline sono in fiore, dove ai vertici abbiamo un vero fuoriclasse in materia, serietà e competenze, altro che il vergognoso "amichettismo" di sinistra.
Non importa chi sarà l'ultimo a spegnere la luce. E' già buio.


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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda Patàta » 09 feb 2024 10:50

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steeeve6
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda steeeve6 » 10 feb 2024 00:20

È stato tutto bellissimo fino a quando i bellicosissimi agricoltori hanno deciso di barattare la loro rivolta (a questo punto giustificata/giustificabile??) con la sfilata al Colosseo di 4 trattori malmessi

Zampaflex ha ragione da un punto di vista analitico/economico, personalmente però ritengo che se, e dico se, e risottolineo se, questi agricoltori hanno DAVVERO i problemi di cui parlano, l azione politica sia necessaria non da un punto di vista puramente assistenziale, ma di sensibilizzazione dei consumatori verso scelte che portino il vil denaro ai produttori e non si vituperati mercanti: mi spiego, con un territorio come quello italiano in cui tanti prodotti di eccellenza sono prodotti in territori "spigolosi", sarei curioso di sapere quali potrebbero essere le azioni da fare per essere più efficienti che potrebbero contrastare gli effetti di un consumatore inconsapevole che vive di comodità e prezzo al ribasso .
Se il consumatore non è in grado di capire che, rinunciando alla comodità di prenderlo al supermercato insieme al latte e alla pizza surgelata ,prendendo 1kg di pomodori direttamente dal produttore può sostenere direttamente lo stesso produttore(non figure mitologiche)pagando anche gli stessi pomodori il 20 % in meno, allora la politica può (deve) intervenire con azioni per sensibilizzare ed educare il consumatore. Ed è questo che sarebbe bello succedesse, ma qui siamo nella fase "sapete quali sono i due libri più corti del mondo? Quello degli eroi di guerra italiani e quello dei comici tedeschi"
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zampaflex
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 10 feb 2024 16:39

steeeve6 ha scritto:È stato tutto bellissimo fino a quando i bellicosissimi agricoltori hanno deciso di barattare la loro rivolta (a questo punto giustificata/giustificabile??) con la sfilata al Colosseo di 4 trattori malmessi

Zampaflex ha ragione da un punto di vista analitico/economico, personalmente però ritengo che se, e dico se, e risottolineo se, questi agricoltori hanno DAVVERO i problemi di cui parlano, l azione politica sia necessaria non da un punto di vista puramente assistenziale, ma di sensibilizzazione dei consumatori verso scelte che portino il vil denaro ai produttori e non si vituperati mercanti: mi spiego, con un territorio come quello italiano in cui tanti prodotti di eccellenza sono prodotti in territori "spigolosi", sarei curioso di sapere quali potrebbero essere le azioni da fare per essere più efficienti che potrebbero contrastare gli effetti di un consumatore inconsapevole che vive di comodità e prezzo al ribasso .
Se il consumatore non è in grado di capire che, rinunciando alla comodità di prenderlo al supermercato insieme al latte e alla pizza surgelata ,prendendo 1kg di pomodori direttamente dal produttore può sostenere direttamente lo stesso produttore(non figure mitologiche)pagando anche gli stessi pomodori il 20 % in meno, allora la politica può (deve) intervenire con azioni per sensibilizzare ed educare il consumatore. Ed è questo che sarebbe bello succedesse, ma qui siamo nella fase "sapete quali sono i due libri più corti del mondo? Quello degli eroi di guerra italiani e quello dei comici tedeschi"


Se questo governo avesse reali capacità politiche, cioé di controllo dei fenomeni e lungimiranza, farebbe come in Francia e Spagna e promulgherebbe una legge in base alla quale i compratori, che siano grossisti o GD, non possano mai offrire un prezzo in acquisto inferiore ai costi di produzione. Facciamo base. Vogliamo essere magnanimi? Mettiamo pure un markup dell'X%. E lasciamo che poi siano le dinamiche della libera impresa e del mercato a regolare quali produttori sono capaci e quali no.
Invece è una melassa di piccoli interessi di bottega e losche mancette elettoralistiche, e tutto quello che sa fare è rimettere gli sconti fiscali che aveva appena tolto.

Ieri intervista controcorrente ad un altro agricoltore:

Antonio Onorati, dell’Associazione Rurale Italiana (Ari), oggi non sarà in piazza a Roma tra i “trattori”. E non soltanto perché, spiega, «per noi è difficile lasciare stalle e lavori nei campi, non possiamo permetterci economicamente neanche un giorno o due di assenza». Ma anche perché le rivendicazioni sono profondamente diverse: i contadini delle organizzazioni che, come Ari, si riconoscono nel Coordinamento Europeo Via Campesina, sono contrari all’uso dei pesticidi e all’adozione degli Ngt. È per questo che martedì sono andati invece a manifestare a Strasburgo, per chiedere che il Parlamento rigettasse la proposta di deregolazione di quelli che considerano come i nuovi Ogm. E per chiedere una riforma della Politica Agricola Europea (Pac) che garantisca una giusta remunerazione del lavoro agricolo, e un accesso alla terra più equo.
Cosa non funziona nella Pac?
«Noi chiediamo di fermare la corsa all’ingrandimento continuo delle aziende: è vero che le economie di scala possono essere positive, ma se si incoraggiano e si finanziano solo i grandi, i giovani non possono entrare nel mercato. La Pac dovrebbe sostenere maggiormente gli agricoltori che non vogliono ingrandirsi».
I contributi non sono distribuiti in modo equo, per ettaro?
«Il 52,85% degli agricoltori Ue prende tra 0 e 1250 euro. Lo 0,01% delle aziende (sono quelle di grandi dimensioni) riceve il 12,25% dei fondi, oltre 500 mila euro a testa. Le risorse andrebbero distribuite invece anche tenendo conto del lavoro e del modello sostenibile». (mio pensiero: dovremmo calcolare i $$$ per ettaro, semmai)
La spinta verso l’ingrandimento delle aziende agricole è motivata dal convincimento che le piccole siano poco sostenibili economicamente.
«Noi vorremmo invece che aumentasse il numero delle aziende contadine, e infatti rivendichiamo il diritto alla terra, che adesso ha costi esorbitanti, che pochi possono permettersi. Anche le aste Ismea sono troppo costose per i piccoli produttori. Ma non è vero che grande significa sostenibile, è il contrario. In Europa ci sono due agricolture: una piccola, che vive essenzialmente di lavoro, e che per sopravvivere ha dovuto affrontare un continuo ammodernamento,
puntando sul biologico e sul dialogo città-campagna, per acquisire nuovi clienti, perché se entra nella grande distribuzione viene massacrata. E un pugno di grandi e grandissime aziende che praticano l’agricoltura industriale e sono principalmente
orientate all’esportazione, dipendono dai prezzi fissati dalle Borse di Parigi e di Chicago e quindi per competere hanno bisogno dei pesticidi, della chimica, degli Ogm. E del pieno utilizzo dei terreni: noi non siamo contro la messa a riposo
del 4% dei terreni, anzi è una regola antica».
Anche voi, però, come i grandi, chiedete di fermare gli accordi internazionali di libero scambio.
«Noi non stiamo difendendo l’autarchia, ma riteniamo che ogni Paese debba avere la possibilità di scegliere cosa produrre, e cosa mangiare, con sistemi di etichettatura che funzionino. Aprire in modo incondizionato il mercato europeo al commercio globale significa legarci mani e piedi a meccanismi che non siamo in grado di controllare».
Non è una forma di protezionismo?
«Dare priorità al mercato interno invece che all’esportazione, e priorità alla produzione agroecologica, assicurando quote di
produzione governate e redistribuite equamente fra i Paesi e le regioni d’Europa, è essenziale per garantire prezzi stabili per gli agricoltori, assicurando al contempo anche prezzi accessibili per il pubblico. Chiediamo anche una legge sul modello di quella spagnola, che vieti di imporre agli agricoltori prezzi inferiori ai costi di produzione»
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 10 feb 2024 16:46

Recupero anche questo articolo perché lo trovo molto utile per inquadrare la protesta ed il dibattito.

«Per l’Europa sarà come portare l’uomo sulla Luna» aveva esordito Ursula von der Leyen, nominata presidente della Commissione da appena 10 giorni. Era il dicembre del 2019, Greta aveva da poco parlato all’Onu (“Se fallirete non ve lo perdoneremo”) e il Green Deal era il primo raggio di sole della neonata legislatura di Bruxelles. Si trattava di un progetto ambizioso come una missione lunare. Puntava, spiegava von der Leyen, a «riconciliare economia e pianeta». In 24 pagine poneva obiettivi su rinnovabili e gas serra, cibo e pesticidi, inquinamento e riscaldamento delle case, fino a promettere
zero emissioni nel 2050.
Col tempo molti traguardi sono caduti come foglie di un albero. A bloccare le strade oggi, al tramonto della legislatura europea, sono i trattori. E Greta ormai appare più in tribunale che in piazza.
L’ultima a cadere è stata la bozza di regolamento sui pesticidi, che ne dimezzava l’uso entro il 2030: cassata dalla stessa von der Leyen 3 giorni fa anche se l’europarlamento l’aveva già affondata a novembre. «Ribadire il no a una legge già bocciata
è pura propaganda. Fa capire quali saranno le posizioni alle prossime elezioni» dice amaro Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi Sinistra.
Sempre a novembre il parlamento europeo aveva approvato per il rotto della cuffia la legge per il ripristino della natura, che prevede di riportare allo stato originario il 20% di terre e mari entro il 2030. Decurtata dalle misure più controverse per gli
agricoltori e avversata dalla destra, la norma è stata una vittoria di Pirro: ha dimostrato quanto sia esile l’afflato verde dell’Europa. Vittime del vento anti-ambientalista sono state poi la legge sugli imballaggi annacquata, la norma sulle case efficienti, approvata ma ancora priva dei dettagli capaci di renderla incisiva, e il mancato adeguamento dell’Europa ai nuovi limiti dell’Oms sul particolato che inquina le città. Nel presentare i nuovi obiettivi di decarbonizzazione per il 2040, infine, la Commissione martedì ha stralciato il settore agricolo, che nel testo originario del Green Deal era chiamato a tagliare del 30% le emissioni entro il 2040.
I motivi di questi fallimenti? Si può partire dall’eccessiva ambizione del Green Deal.
Il nuovo obiettivo di decarbonizzazione di martedì, per dire, si propone di tagliare del 90% i gas serra quando dal 1990 a oggi siamo scesi solo del 32,5%. Nel 2023 in Italia le nuove installazioni di rinnovabili sono aumentate di 5,7 Gigawatt. «Un buon passo avanti rispetto al passato — commenta Bonelli — ma per rispettare il Green Deal dovremmo arrivare ai 12 annui».
La guerra in Ucraina c’entra fino a un certo punto. Ha fatto salire i prezzi dell’energia, ma ha dato impulso alle rinnovabili. Per trovare il colpevole — suggeriscono Marco Giuli e Margherita Bianchi dell’Istituto di Affari Internazionali nel rapporto “Il Green Deal a fine legislatura” — serve guardare alla politica, interna e estera.
Lo shock dei gilet gialli in Francia nel 2018 — con le proteste innescate da una tassa sui carburanti — ha lasciato un imprinting indelebile. A maggio il capo dell’Eliseo Macron ha chiesto una pausa per le politiche verdi, affiancato dal Belgio, facendo
sorridere una Polonia che contro il Green Deal ha votato fin dal primo giorno. Il soprassalto in Germania è arrivato dal bando delle caldaie a gas entro il 2024 (poi cancellato), che ha dato l’opportunità all’estrema destra del partito Afd di schierarsi contro la transizione verde e vincere consensi. In Olanda i limiti alle emissioni degli allevamenti hanno fatto nascere un partito, Movimento civico contadino, che alla prima prova alle provinciali del 2023 ha superato il 19%.
La transizione energetica ha un problema di equità, sostiene Bonelli: «Il suo prezzo non può essere pagato allo stesso modo da tutti». Ma per non sbagliare, alla vigilia delle elezioni, si è deciso di accantonare il capitolo verde tout court. «Politiche di retroguardia» le definisce Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, ente non profit per la riduzione dei gas serra. «Il mondo ha già deciso da che parte andare, con o senza l’Europa, con o senza l’Italia, che per un decennio ha tenuto il freno a mano tirato. Le rinnovabili oggi sono così economiche e vincenti che si imporranno da sole. Anche il prezzo dell’auto elettrica scenderà. Basta guardare alla Cina e alla sua marcia inarrestabile, seguita dagli Stati Uniti». Alla Luna, insomma, arriveremo. Ma anche stavolta non sarà l’Europa a lasciarvi la sua impronta.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda steeeve6 » 10 feb 2024 20:15

zampaflex ha scritto:
steeeve6 ha scritto:È stato tutto bellissimo fino a quando i bellicosissimi agricoltori hanno deciso di barattare la loro rivolta (a questo punto giustificata/giustificabile??) con la sfilata al Colosseo di 4 trattori malmessi

Zampaflex ha ragione da un punto di vista analitico/economico, personalmente però ritengo che se, e dico se, e risottolineo se, questi agricoltori hanno DAVVERO i problemi di cui parlano, l azione politica sia necessaria non da un punto di vista puramente assistenziale, ma di sensibilizzazione dei consumatori verso scelte che portino il vil denaro ai produttori e non si vituperati mercanti: mi spiego, con un territorio come quello italiano in cui tanti prodotti di eccellenza sono prodotti in territori "spigolosi", sarei curioso di sapere quali potrebbero essere le azioni da fare per essere più efficienti che potrebbero contrastare gli effetti di un consumatore inconsapevole che vive di comodità e prezzo al ribasso .
Se il consumatore non è in grado di capire che, rinunciando alla comodità di prenderlo al supermercato insieme al latte e alla pizza surgelata ,prendendo 1kg di pomodori direttamente dal produttore può sostenere direttamente lo stesso produttore(non figure mitologiche)pagando anche gli stessi pomodori il 20 % in meno, allora la politica può (deve) intervenire con azioni per sensibilizzare ed educare il consumatore. Ed è questo che sarebbe bello succedesse, ma qui siamo nella fase "sapete quali sono i due libri più corti del mondo? Quello degli eroi di guerra italiani e quello dei comici tedeschi"


Se questo governo avesse reali capacità politiche, cioé di controllo dei fenomeni e lungimiranza, farebbe come in Francia e Spagna e promulgherebbe una legge in base alla quale i compratori, che siano grossisti o GD, non possano mai offrire un prezzo in acquisto inferiore ai costi di produzione. Facciamo base. Vogliamo essere magnanimi? Mettiamo pure un markup dell'X%. E lasciamo che poi siano le dinamiche della libera impresa e del mercato a regolare quali produttori sono capaci e quali no.
Invece è una melassa di piccoli interessi di bottega e losche mancette elettoralistiche, e tutto quello che sa fare è rimettere gli sconti fiscali che aveva appena tolto.

Ieri intervista controcorrente ad un altro agricoltore:

Antonio Onorati, dell’Associazione Rurale Italiana (Ari), oggi non sarà in piazza a Roma tra i “trattori”. E non soltanto perché, spiega, «per noi è difficile lasciare stalle e lavori nei campi, non possiamo permetterci economicamente neanche un giorno o due di assenza». Ma anche perché le rivendicazioni sono profondamente diverse: i contadini delle organizzazioni che, come Ari, si riconoscono nel Coordinamento Europeo Via Campesina, sono contrari all’uso dei pesticidi e all’adozione degli Ngt. È per questo che martedì sono andati invece a manifestare a Strasburgo, per chiedere che il Parlamento rigettasse la proposta di deregolazione di quelli che considerano come i nuovi Ogm. E per chiedere una riforma della Politica Agricola Europea (Pac) che garantisca una giusta remunerazione del lavoro agricolo, e un accesso alla terra più equo.
Cosa non funziona nella Pac?
«Noi chiediamo di fermare la corsa all’ingrandimento continuo delle aziende: è vero che le economie di scala possono essere positive, ma se si incoraggiano e si finanziano solo i grandi, i giovani non possono entrare nel mercato. La Pac dovrebbe sostenere maggiormente gli agricoltori che non vogliono ingrandirsi».
I contributi non sono distribuiti in modo equo, per ettaro?
«Il 52,85% degli agricoltori Ue prende tra 0 e 1250 euro. Lo 0,01% delle aziende (sono quelle di grandi dimensioni) riceve il 12,25% dei fondi, oltre 500 mila euro a testa. Le risorse andrebbero distribuite invece anche tenendo conto del lavoro e del modello sostenibile». (mio pensiero: dovremmo calcolare i $$$ per ettaro, semmai)
La spinta verso l’ingrandimento delle aziende agricole è motivata dal convincimento che le piccole siano poco sostenibili economicamente.
«Noi vorremmo invece che aumentasse il numero delle aziende contadine, e infatti rivendichiamo il diritto alla terra, che adesso ha costi esorbitanti, che pochi possono permettersi. Anche le aste Ismea sono troppo costose per i piccoli produttori. Ma non è vero che grande significa sostenibile, è il contrario. In Europa ci sono due agricolture: una piccola, che vive essenzialmente di lavoro, e che per sopravvivere ha dovuto affrontare un continuo ammodernamento,
puntando sul biologico e sul dialogo città-campagna, per acquisire nuovi clienti, perché se entra nella grande distribuzione viene massacrata. E un pugno di grandi e grandissime aziende che praticano l’agricoltura industriale e sono principalmente
orientate all’esportazione, dipendono dai prezzi fissati dalle Borse di Parigi e di Chicago e quindi per competere hanno bisogno dei pesticidi, della chimica, degli Ogm. E del pieno utilizzo dei terreni: noi non siamo contro la messa a riposo
del 4% dei terreni, anzi è una regola antica».
Anche voi, però, come i grandi, chiedete di fermare gli accordi internazionali di libero scambio.
«Noi non stiamo difendendo l’autarchia, ma riteniamo che ogni Paese debba avere la possibilità di scegliere cosa produrre, e cosa mangiare, con sistemi di etichettatura che funzionino. Aprire in modo incondizionato il mercato europeo al commercio globale significa legarci mani e piedi a meccanismi che non siamo in grado di controllare».
Non è una forma di protezionismo?
«Dare priorità al mercato interno invece che all’esportazione, e priorità alla produzione agroecologica, assicurando quote di
produzione governate e redistribuite equamente fra i Paesi e le regioni d’Europa, è essenziale per garantire prezzi stabili per gli agricoltori, assicurando al contempo anche prezzi accessibili per il pubblico. Chiediamo anche una legge sul modello di quella spagnola, che vieti di imporre agli agricoltori prezzi inferiori ai costi di produzione»


Non capisco, le parti non virgolettate sono un tuo pensiero o le domande dell intervistatore?

A prescindere ,mi sembra un discorso sensato che ricorda un po' quello che successe con le quote latte anni fa (se non ricordo male .. ero piccolo e non ho mai approfondito la questione)

Resta il fatto che comunque dovrebbe essere il primo mattoncino di un domino piu ampio, che andrebbe a toccare sia il discorso soldi in tasca delle persone (se c è un prezzo minimo di produzione che supera quello che il mercato interno può accettare come spesa, il giochino si rompe subito) , sia i rapporti con i paesi da cui potrebbe arrivare la.stessa.merce a prezzi minori. E allora si torna al dilemma : fino a che punto si è disposti ad accettare un prezzo minore di acquisto,che lascia più soldi in tasca, a fronte di sfruttamenti , condizioni di lavoro irrispettose e tecniche esasperate che comportano i danni che conosciamo?

Uno Stato, definiamolo sovrano per rendere l idea, non dovrebbe avere il dovere di proteggere i propri agricoltori e braccianti, che hanno ottenuto diritti sacrosanti, da un libero mercato in cui gli attori che vi partecipano se ne fregano di questi diritti (che vanno dall'orario di lavoro alle conseguenze di lavorare in un campo pieno di chimica)? È questo che intendo quando dico che la politica va coinvolta, ma ribadisco non come assistenzialismo o autarchia, ma come organo che a tutto tondo deve aiutare i propri imprenditori/lavoratori/cittadini, anche uscendo da logiche meramente economiche/di mercato.e perché no, pestando loro i piedi.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 10 feb 2024 23:10

steeeve6 ha scritto:Non capisco, le parti non virgolettate sono un tuo pensiero o le domande dell intervistatore?


Il non virgolettato è opera del giornalista, ho aggiunto solo un mio commento tra parentesi sulla necessità di adottare una statistica più significativa.
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Re: Coldiretti: autarchici, retrogradi e un po' fascisti

Messaggioda zampaflex » 12 feb 2024 14:00

Ed ecco la mirabile Gabanelli agire sul tema, scoperchiando intrallazzi (mal)vezzi e camurrìe.

Le proteste cominciate in gennaio in Germania si sono allargate a macchia d’olio al resto d’Europa, fino a sbarcare a Sanremo. Ci sono ragioni comuni a tutti gli agricoltori europei contro le politiche Ue, ragioni nazionali, e altre ragioni difficili da attribuire a qualcuno. Il primo motivo di scontro è stato l’aggiornamento della direttiva sui limiti delle emissioni di CO2 degli impianti industriali, compresi quelli zootecnici. Il mondo agricolo si è messo di traverso e nell’accordo finale raggiunto il 28 novembre scorso gli allevamenti intensivi di bovini sono stati stralciati dal testo. Il secondo è la legge sul ripristino della natura che, per il comparto agricolo, chiedeva di portare dall’attuale 4% fino al 10% la superficie di terreno da non coltivare entro il 2030 (ma era a discrezione degli Stati indicare la percentuale). Lo scopo è favorire la riproduzione della fauna e degli insetti impollinatori (api, coleotteri, vespe), per garantire la crescita delle colture. Per gli agricoltori il provvedimento metteva invece a rischio la produttività dell’Ue. A novembre il provvedimento è stato stralciato. Sempre a novembre il Parlamento Ue ha rigettato il regolamento che puntava a dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030, a favore di metodi alternativi. Una misura necessaria a proteggere la fertilità dei terreni, la salute dei coltivatori e la salubrità dei prodotti, ma gli agricoltori l’hanno contestata in tutte le sedi, e il 6 febbraio la presidente della Commissione Ue von der Leyen ne ha annunciato il ritiro.

Mercosur e cereali ucraini
L’intesa tra la Ue e i principali Paesi sudamericani sugli accordi di libero scambio (Mercosur) è da sempre nel mirino del mondo agricolo europeo. Pochi giorni fa la Commissione ha ammesso che non ci sono le condizioni per chiudere la trattativa.
Poi c’è la questione dei cereali ucraini diretti in Africa. Chiuso il porto di Odessa è stato aperto un corridoio di transito via terra, ma i container si fermano sui mercati polacchi, ungheresi, francesi, italiani. Basso costo e abbondanza di prodotto fanno calare i prezzi a danno dei coltivatori di cereali, ma a vantaggio degli allevatori che comprano il mangime a poco. Il 31 gennaio l’Ue ha introdotto un meccanismo di salvaguardia rafforzata sulle importazioni dall’Ucraina di prodotti a dazio zero, ed è previsto un «freno di emergenza» anche per il pollame, uova e zucchero.

La burocrazia della Pac
La Politica agricola comune (Pac) nel corso degli anni ha subito molti cambiamenti, ma la svolta cruciale è del 2023: per l’erogazione dei fondi occorre una maggiore attenzione alla questione climatica, anche perché gli agricoltori sono i primi a pagarne le conseguenze. Oggi la Pac vale un terzo del bilancio dell’Ue: per il periodo 2021-2027 si tratta di 386,6 miliardi
più 8 dalla Next Generation Eu per aiutare le zone rurali a realizzare la transizione verde. All’Italia ne andranno 37, alla Francia 64, alla Germania 42, alla Spagna 45. Per ottenere questi fondi occorre rispettare le condizionalità, fra cui l’uso di fitofarmaci e terreni a riposo, ma la burocrazia è troppo lunga e gravosa. Critica accolta: entro il 26 febbraio si discuterà la semplificazione. È anche stato congelato per un altro anno l’obbligo di mettere a riposo almeno il 4% delle superfici coltivate.

Richieste nazionali
Ci sono poi le proteste contro i governi nazionali. In Germania è stato lo stop al «diesel calmierato» per i trattori (su cui il governo ha fatto una parziale marcia indietro). In Francia non vogliono gli aumenti delle imposte sul gasolio agricolo e
sanzioni alle imprese che non rispettano la legge che regola il guadagno degli agricoltori nei confronti della grande distribuzione (Gdo), e niente accordo con il Mercosur. Il nuovo premier Attal ha promesso dieci misure con effetto immediato.
In Olanda il malcontento è dovuto al piano di abbattimento dei capi di allevamento del 30% per ridurre le emissioni. In Belgio i contadini valloni chiedono l’adeguamento all’inflazione e la compensazione economica per tutti i vincoli.

In Italia
Gli agricoltori italiani, oltre alle questioni che riguardano le politiche Ue, in gran parte superate, chiedono prezzi più giusti
all’origine. L’ortofrutta per esempio quando arriva sullo scaffale del supermercato ha avuto un ricarico del 300% rispetto
alla miseria pagata al produttore. Questo succede perché fra l’agricoltore e la Gdo c’è in mezzo una lunga filiera: l’intermediario, il grossista, il trasportatore, l’imballaggio. Per ridurla i produttori dovrebbero essere meno frammentati e aggregarsi fra loro, conquistando così maggior potere contrattuale. Lo hanno fatto i piccoli coltivatori di mele della Val di
Non: si sono consorziati e il prezzo di vendita alla Gdo lo decidono loro. Altro discorso sono le aste al ribasso: la Gdo decide
il prezzo iniziale, e chi fa il ribasso maggiore entra sullo scaffale. Una pratica sleale stoppata da una nuova direttiva europea,
ma che andrebbe potenziata. Un altro tema caldo sono i fondi Pac destinati ai campi coltivati: devono essere assegnati
equamente. In Italia invece un ettaro di terreno seminato in Sicilia riceve meno fondi rispetto a quello della Lombardia.
Ma dare più al Sud vuol dire togliere al Nord, che non ne vuole sapere. Infine il coro che da ogni parte si leva: «Tasse
troppo alte». Vediamo.
L’Irpef Le imprese agricole individuali e a conduzione familiare hanno sempre pagato l’Irpef sui redditi dominicali e agrari definiti dal catasto in base alla superficie e al tipo di coltura dichiarata. Nel 2016 il governo Renzi, con la legge n. 232 decide l’esenzione totale dell’Irpef. Prorogata poi dai governi successivi fino al 31 dicembre 2023. A partire da quest’anno il governo Meloni ha deciso di non prorogare, scatenando la rabbia degli agricoltori. Ma quanto pesa sulle loro tasche? Dalla relazione tecnica alla Legge di bilancio 2022 sappiamo che un anno di esenzione Irpef e addizionali regionali e comunali valgono 140,7 milioni di euro. Considerando che dai dati Istat le imprese agricole individuali e a conduzione familiare sono 1.059.204, vuol dire che in media dovrebbero pagare di tasse ognuna all’anno 132,9 euro. Dal loro punto di vista sono troppi. E infatti la premier ci ha ripensato. In tutti i Paesi Ue gli agricoltori pagano le tasse in base ai redditi reali.

Cresce il reddito agricolo
A partire dal 2013 il reddito medio per agricoltore nella Ue è cresciuto. Nel 2021, secondo i dati della Rica (Rete d’informazione contabile agricola), ammontava a 28.800 euro. Dentro c’è un 10% con un reddito superiore a 61.500 euro, e un 10% che fatica a pareggiare le spese. Tra i Paesi Ue ci sono differenze significative: Danimarca, Germania, Olanda e Francia settentrionale vantano i redditi per lavoratore più elevati, mentre Romania, Slovenia, Croazia e Polonia sono più bassi. Per quel che riguarda l’Italia la media arriva a 36 mila, con le regioni del Nord a quota 40 mila.
Nel periodo 2014-2023 Bruxelles ha stanziato 2,5 miliardi per aiutare i produttori di frutta e verdura colpiti dal divieto russo sulle importazioni Ue, per stabilizzare il mercato lattiero-caseario, per sostenere il settore vitivinicolo, per gli agricoltori di 22 Paesi che hanno visto aumentare i costi di produzione e subito eventi meteorologici estremi. Insomma le ragioni del malcontento sono tante e complesse, ma ci sono anche verità inconfutabili: il settore agricolo è messo sotto pressione dai cambiamenti climatici. L’agricoltura è responsabile dell’11% delle emissioni di CO2 dell’Ue, e partecipare alla transizione verde è nel suo stesso interesse. La politica dovrebbe mettere in campo le competenze migliori per trovare soluzioni praticabili. Lo ha riconosciuto anche la presidente von der Leyen: «Per andare avanti sono necessari più dialogo e un approccio diverso». Poi però tutti devono fare la loro parte e non dire solo dei «no».
Non progredi est regredi

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