«  Borgognizzazione » del vino?

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ferrari federico
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«  Borgognizzazione » del vino?

Messaggioda ferrari federico » 01 nov 2025 10:44

Vi propongo la lettura di questo interessante articolo di Guy Woodward pubblicato nei giorni scorsi sulla pagina web di Tim Atkin (https://timatkin.com/the-burgundisation-of-wine/).
Traduzione chat gpt.

Ogni tanto, nel mondo del vino, spunta una nuova parola di tendenza. Spesso piuttosto nebulosa, talvolta del tutto intangibile, il suo ruolo è quello di riflettere in modo incisivo una moda che sta guadagnando terreno tra gli intenditori. Dieci anni fa, la “mineralità” era l’argomento del momento; oggi, è la “salinità” a essere di moda. All’estremità commerciale dello spettro, abbiamo avuto la “premiumisation” – e ora un nuovo termine può essere aggiunto al vocabolario del vino.

Credo che sia stato coniato per la prima volta nel Fine Wine Trends Report che ho recentemente redatto per la sede londinese del club privato a tema vinicolo 67 Pall Mall. Sono rimasto colpito dalla chiara direzione emersa dal rapporto, basato sulle abitudini e opinioni dei 3.800 bons viveurs del club. Una frase in particolare riassumeva piuttosto bene l’umore generale. Alla domanda su quale sarebbe stato, secondo loro, il probabile futuro del mondo dei vini pregiati, un rispondente creativo ha coniato un nuovo termine memorabile:

[i]Nei prossimi dieci anni, mi aspetto di vedere la ‘Burgundisation’ di tutte le regioni e gli stili di vino, in tutto il mondo.”

Da purista, lo trovo un orrendo, goffo massacro linguistico. Una “Burgundisation” come una “bastardisation”, se vogliamo. Ma da editor, lo trovo geniale. Sostantivo: l’atto con cui una regione vinicola si trasforma secondo il modello stilistico e pratico della Borgogna, con enfasi sulla precisione del luogo, sulla scala e sull’approccio. Non solo il termine rispecchia perfettamente il sentimento dominante del mercato, ma si capisce subito cosa significhi – in un modo un po’ da titolo dell’Economist, se vogliamo.

In realtà, è un concetto più sfumato di quanto sembri. A prima vista, la parola riassume la tendenza verso vini più sottili e contenuti, che privilegiano l’eleganza alla potenza – il movimento “anti-Parker”, per così dire, che ha preso piede nell’ultimo decennio (non è certo un caso che Parker non abbia mai davvero “capito” la Borgogna). Ma questo movimento va oltre le mode e i gusti. Per molti che si ispirano a essa – siano essi produttori o amanti del vino – la Borgogna è un’etica, uno stato mentale, una filosofia. E tutti, a quanto pare, cercano di attingere a essa…

Ciò che l’inventore di questa parola ha forse inconsapevolmente svelato è la somma di tutto ciò che la Borgogna rappresenta: vini di territorio, complessi e ipnotici, prodotti su piccola scala da domaines storici e rurali, spesso a conduzione familiare. L’immagine romantica di questi ultimi è – nonostante i Bouchard, Jadot e Louis Latour della Côte d’Or, o i marchi di lusso come Clos des Lambrays, Bonneau du Martray e simili – l’antitesi dei colossi aziendali che dominano parte delle scene vinicole californiana, australiana e, oso dire, bordolese.
In questo senso, la Borgogna esercita un fascino idealistico. Ma racchiude anche un’attrattiva sia emotiva che intellettuale: intellettuale nella sfida di decifrare il carattere dei singoli crus e la loro geografia; emotiva nella storia e nell’autenticità dei vini. C’è una percezione di onestà nella Borgogna, la sensazione che, anche quando i prezzi sono proibitivi, i vini siano realizzati in modo semplice e senza pretese.

Il fascino di queste qualità si ritrova nella continua popolarità dello Champagne dei piccoli produttori, che condivide molti degli stessi principi: piccole quantità, centralità del terroir, produttori rustici, un concetto di “dall’uva al bicchiere”. Il contrasto netto con la lucentezza e il glamour delle grandi maisons della regione lo rende ancora più attraente, mentre questo modello offre anche un ulteriore richiamo – quello della scoperta.
La struttura borgognona, che classifica i vigneti e non i produttori, consente maggiore fluidità, permettendo ad appellazioni minori di superare il loro rango grazie a un domaine rinomato o, ancora meglio, a un talentuoso nuovo arrivato. Lo stesso vale per lo Champagne – e questo attira chi ama “battere il sistema” e scovare affari. Come afferma Federico Moccia, responsabile delle operazioni vinicole di 67 Pall Mall London: «Tutti cercano il prossimo Ulysse Colin, il prossimo Selosse».

Un approccio del genere è molto più fattibile in Borgogna o in Champagne che a Bordeaux. Presentando la nuova gamma di Champagne di piccoli produttori di Jeroboams, il direttore vini Peter Mitchell MW ha parlato del nuovo “gesto di potere” a una cena: non stappare una bottiglia di Cristal o Dom Pérignon, ma un grower fizz che nessuno conosce. Gli iscritti del 67 sembrano concordare. «Oggi sembra un cliché affidarsi all’etichetta», ha detto uno di loro. «Raccontare la storia del produttore o del modo in cui il vino è fatto ha molto più valore».

Si potrebbe anche sostenere che, considerando quanto spendono (e recuperano, nei margini) le grandi maisons di Champagne in marketing, i piccoli produttori offrano un miglior rapporto qualità-prezzo. E persino in ambienti esclusivi come i club privati di St James’s, la clientela sembra sensibile ai prezzi. Nel rapporto, diversi membri hanno espresso frustrazione per i produttori che impongono prezzi “ridicoli” e spingono i vini “nelle mani di chi non ha idea di cosa siano” e li considera solo “simboli di status”.

Eppure, il pubblico del 67 sembra più tollerante verso l’aumento dei prezzi in Borgogna che a Bordeaux – o, almeno, più disposto ad assorbirli o mitigarli (il prezzo medio di una bottiglia di Bordeaux acquistata al club è infatti diminuito negli ultimi dieci anni, da 201 a 196 sterline, mentre quello di una bottiglia di Borgogna è aumentato da 115 a 179 sterline). Forse, sebbene i prezzi borgognoni siano cresciuti inesorabilmente, c’è più margine per “scendere di livello” nella Côte d’Or, sia in termini di produttore che di appellation. Uscendo invece dalle denominazioni classificate e dai comuni principali della Gironda, la qualità è molto più variabile.

Quali regioni, dunque, saranno le prossime a essere “borgognizzate”? Il Piemonte è la candidata più ovvia. Se un tempo il Barolo era considerato tannico e impenetrabile al rilascio, oggi i produttori stanno riducendo l’uso del legno per ottenere vini estremamente eleganti ed espressivi, con acidità rinfrescante, tensione coinvolgente e profumi ammalianti. Vi ricorda qualcosa?
Ancora una volta, però, non è solo una questione di stile. Il Piemonte ha adottato la classificazione italiana delle MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive), che consente di indicare in etichetta la sottozona del comune di provenienza, in una versione del sistema dei crus borgognoni. Tuttavia, con 170 MGA in Barolo e 66 in Barbaresco – e senza una gerarchia di qualità come in Borgogna – la cosa può risultare sconcertante. Ciò nonostante, secondo Moccia, «il futuro del Barolo sta nell’adottare un approccio borgognone».

Altre regioni italiane stanno seguendo un percorso simile. Montalcino non ha adottato una formula MGA, ma siti specifici – da Montosoli a Sant’Angelo – sono sempre più menzionati in etichetta. La classificazione Gran Selezione del Chianti Classico, pur non essendo strettamente legata al luogo, permette una gerarchia più chiara legata alla provenienza. La Sicilia, nel frattempo, è territorio ideale per la “Burgundisation” sia per stile che per atmosfera (le sue vendite decennali al 67 sono aumentate del 675%, a fronte di un incremento del 150% nei soci nello stesso periodo).

In tutto il mondo del vino, le regioni stanno dando priorità al sito sopra ogni altra cosa: i vini da singolo vigneto sono di gran moda, anche in luoghi un tempo impensabili come la Rioja (con i suoi Viñedos Singulares) o l’Inghilterra (dove Gusbourne produce ora una gamma annuale di vini da singolo sito).
Altri casi di “borgognizzazione” sono più letterali. In California (dove le vendite sono cresciute solo del 17% nel decennio) abbondano i piccoli produttori di vini da singolo vigneto, ma il massiccio Cabernet di Napa è in declino, mentre Chardonnay e Pinot dall’Oregon (in crescita del 1.850%!) sono decisamente in auge.

Forse la statistica più eloquente del rapporto deriva dalla domanda: «Da quali regioni pensate di acquistare più vino nei prossimi dieci anni?» Italia, Sudafrica, Spagna, Inghilterra, Germania e Austria erano tutte presenti (in quest’ordine). Ma al primo posto? La Borgogna. A volte, di una cosa buona non se ne ha mai abbastanza.
vinogodi
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Re: «  Borgognizzazione » del vino?

Messaggioda vinogodi » 01 nov 2025 19:18

...la prossima Borgogna italiana è decisamente l'Emilia con il suo Lambrusco... 8)
PS: L'eclisse di Paltrinieri non è che un Pommard con le bolle... 8)
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L_Andrea
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Re: «  Borgognizzazione » del vino?

Messaggioda L_Andrea » 01 nov 2025 19:43

vinogodi ha scritto:...la prossima Borgogna italiana è decisamente l'Emilia con il suo Lambrusco... 8)
PS: L'eclisse di Paltrinieri non è che un Pommard con le bolle... 8)

Vigna del Cristo sarà la nuova Vigne dell enfant Jesus?
vinogodi
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Re: «  Borgognizzazione » del vino?

Messaggioda vinogodi » 01 nov 2025 20:52

L_Andrea ha scritto:
vinogodi ha scritto:...la prossima Borgogna italiana è decisamente l'Emilia con il suo Lambrusco... 8)
PS: L'eclisse di Paltrinieri non è che un Pommard con le bolle... 8)

Vigna del Cristo sarà la nuova Vigne dell enfant Jesus?
...assolutamente si , anzi : vuoi mettere Cristo adulto con Cristo "enfant"?
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Re: «  Borgognizzazione » del vino?

Messaggioda L_Andrea » 01 nov 2025 21:15

Tralasciando le battute, credo che il " Mondo Borgogna" sia un unico e si inserisce in maniera perfetta con le dinamiche di mercato del mondo del lusso ( poca disponibilità rispetto alla richiesta, vari livelli di prodotti viva via sempre più esclusivi, mitizzazioni dei produttori).
Forse la Langa può in qualche modo inseguire quel progetto manon saprei se il mercato dei premium wine sia ormai saturo di produttori da inserire nel gotha mondiale.
Per cui credo sia abbastanza logico che si cerchi di seguire quel modello " inventandosi" cru , stemmi e dinastie in stile borgognone anche in zone senza secoli di storia
Nebbiolino
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Re: «  Borgognizzazione » del vino?

Messaggioda Nebbiolino » 01 nov 2025 22:53

L_Andrea ha scritto:Forse la Langa può in qualche modo inseguire quel progetto manon saprei se il mercato dei premium wine sia ormai saturo di produttori da inserire nel gotha mondiale.


Speriamo sia saturo.
E che in langa si ricominci a fare vini da langa, con bocche toste e tannini arrabbiati.
Che di vini svolti e già pronti da bere al primo anno di commercializzazione, ne ho un po’ le palle piene.
Su questo fronte, a proposito, buone notizie da Serralunga anno 2021.
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Bordolese78
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Re: «  Borgognizzazione » del vino?

Messaggioda Bordolese78 » 01 nov 2025 23:33

Nebbiolino ha scritto:
L_Andrea ha scritto:Forse la Langa può in qualche modo inseguire quel progetto manon saprei se il mercato dei premium wine sia ormai saturo di produttori da inserire nel gotha mondiale.


Speriamo sia saturo.
E che in langa si ricominci a fare vini da langa, con bocche toste e tannini arrabbiati.
Che di vini svolti e già pronti da bere al primo anno di commercializzazione, ne ho un po’ le palle piene.
Su questo fronte, a proposito, buone notizie da Serralunga anno 2021.




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