Diario economico

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zampaflex
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 17 ott 2025 14:16

bobbisolo ha scritto:Il punto non era negare che esistano piccoli azionisti o assicurati dietro i fondi. Il punto è chi decide e chi guadagna davvero quando si tagliano 16.000 posti di lavoro. Spoiler: non sono i milioni di risparmiatori americani, ma chi ha il controllo delle quote e delle decisioni strategiche.


Ma se l'ho detto qui sopra!
Il top management è l'entità che ha gli incentivi e le leve per produrre tagli così drastici e guadagnarci.
La compensazione trascurata dai più è che spesso le grandi aziende come questa assumono, assumono, e poi quando il vento non gira più tagliano e tornano al punto di partenza.

E' MOLTO più dannoso invece, a mio parere, quando le produzioni vengono chiuse e spostate in nazioni dal costo del lavoro più basso (ma magari con minore efficienza, efficacia, knowledge).
L'ondata di destrismo che caratterizza molti paesi occidentali viene soprattutto da lì, ma come spesso succede indica il colpevole sbagliato (l'immigrazione).
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Re: Diario economico

Messaggioda bobbisolo » 17 ott 2025 14:28

zampaflex ha scritto:
bobbisolo ha scritto:Il punto non era negare che esistano piccoli azionisti o assicurati dietro i fondi. Il punto è chi decide e chi guadagna davvero quando si tagliano 16.000 posti di lavoro. Spoiler: non sono i milioni di risparmiatori americani, ma chi ha il controllo delle quote e delle decisioni strategiche.


Ma se l'ho detto qui sopra!
Il top management è l'entità che ha gli incentivi e le leve per produrre tagli così drastici e guadagnarci.
La compensazione trascurata dai più è che spesso le grandi aziende come questa assumono, assumono, e poi quando il vento non gira più tagliano e tornano al punto di partenza.

E' MOLTO più dannoso invece, a mio parere, quando le produzioni vengono chiuse e spostate in nazioni dal costo del lavoro più basso (ma magari con minore efficienza, efficacia, knowledge).
L'ondata di destrismo che caratterizza molti paesi occidentali viene soprattutto da lì, ma come spesso succede indica il colpevole sbagliato (l'immigrazione).


oh, vedi che alla fine ci capiamo?
Hai appena confermato che il top management ha incentivi e leve per generare tagli... quindi siamo d’accordo sul fatto che la dinamica del profitto a breve termine non riguardi certo il piccolo risparmiatore.

Sulle delocalizzazioni: si, sono un danno enorme, ma fanno parte dello stesso schema... la logica è identica: ottimizzare i margini nel breve sacrificando occupazione, competenze e stabilità.
La differenza è solo di scala: i tagli nestlè sono la versione "da vetrina" di un processo strutturale.

Sul resto, nessun dissenso: l’ondata di "destrismo" nasce anche da lì, ma se ci arriviamo per strade diverse, va benissimo. L’importante è non perdere di vista chi guida il gioco :wink:
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 17 ott 2025 16:06

bobbisolo ha scritto:Hai appena confermato che il top management ha incentivi e leve per generare tagli... quindi siamo d’accordo sul fatto che la dinamica del profitto a breve termine non riguardi certo il piccolo risparmiatore.


Il top management è quello che ha vantaggi diretti ed immediati, però il popolo bue negli USA gradisce o comprende tale manovra. Purché non tocchi a loro. Anche se molti non si preoccupano finché il mercato del lavoro resta dinamico.

https://usafacts.org/articles/what-percentage-of-americans-own-stock/

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Re: Diario economico

Messaggioda bobbisolo » 17 ott 2025 16:44

zampaflex ha scritto:
bobbisolo ha scritto:Hai appena confermato che il top management ha incentivi e leve per generare tagli... quindi siamo d’accordo sul fatto che la dinamica del profitto a breve termine non riguardi certo il piccolo risparmiatore.


Il top management è quello che ha vantaggi diretti ed immediati, però il popolo bue negli USA gradisce o comprende tale manovra. Purché non tocchi a loro. Anche se molti non si preoccupano finché il mercato del lavoro resta dinamico.

https://usafacts.org/articles/what-percentage-of-americans-own-stock/


Ah, bene, vedo che finalmente cominciamo a parlare anche di dati e non solo di percezioni.
Si, il "popolo bue" americano possiede azioni... o meglio, micro-frazioni di azioni, spesso dentro fondi pensione che non controllano né orientano un bel nulla.
É la differenza tra avere un biglietto della lotteria e decidere dove aprono la ricevitoria.

Il punto non è che il cittadino medio sia complice o favorevole ai tagli, ma che non abbia alcuna leva reale per impedirli o modificarli.
La "proprietà diffusa" è solo una foglia di fico: il potere di voto e i benefici economici restano concentrati sempre nelle stesse mani: quelle dei grandi fondi, dei top manager e dei consigli d’amministrazione.

Poi certo, il mercato del lavoro americano è dinamico, quindi l’impatto viene assorbito più facilmente. Ma non per questo il meccanismo diventa virtuoso: rimane una gigantesca macchina di redistribuzione al contrario, dai lavoratori ai capital holders.

In sintesi: tu la chiami "partecipazione di massa", io la chiamo "decorazione statistica".
E direi che entrambi abbiamo ragione... solo che la mia è quella meno comoda.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 17 ott 2025 17:15

bobbisolo ha scritto:Si, il "popolo bue" americano possiede azioni... o meglio, micro-frazioni di azioni, spesso dentro fondi pensione che non controllano né orientano un bel nulla.


Si vede che non hai presente come funzionano i fp negli USA...
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Re: Diario economico

Messaggioda bobbisolo » 17 ott 2025 17:56

zampaflex ha scritto:
bobbisolo ha scritto:Si, il "popolo bue" americano possiede azioni... o meglio, micro-frazioni di azioni, spesso dentro fondi pensione che non controllano né orientano un bel nulla.


Si vede che non hai presente come funzionano i fp negli USA...


Irrilevante... nasconditi pure dietro il tuo latinorum :mrgreen:
Sono convinto che per i tuoi followers funzionerà meglio della sostanza che ho riportato io.
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Re: Diario economico

Messaggioda tenente Drogo » 19 ott 2025 18:43

interessante articolo di Rampini


L'ascesa del Resto del Mondo, Cina inclusa? Ha innestato la retromarcia. Ecco i dati (ma sarà dura smontare il teorema)
(Federico Rampini - Corriere della Sera)

Sembrava una certezza: l’ascesa del Resto del Mondo, e il nostro declino. Questo scenario ha avuto una consistenza reale, in un periodo preciso: all’inizio di questo millennio. Era il periodo in cui la Cina correva, seguita da altri paesi emergenti, ben rappresentati nel club dei Brics. L’America da parte sua incappava in due tremendi incidenti di percorso: l’11 settembre 2001 con le conseguenti guerre in Afghanistan e in Iraq; la crisi dei mutui subprime nel 2008 seguita da una pesante recessione. Da allora è diventato un dogma e un luogo comune, descrivere un mondo in cui “noi” arretriamo, mentre “tutti gli altri” (o quasi) avanzano. A prescindere dalle preferenze e dai desideri, questa sembrava la direzione di marcia della storia: per alcuni era un benefico scossone contro delle gerarchie ingiuste, per altri poteva essere uno scenario sgradevole, ma bisognava rassegnarsi comunque, volenti o nolenti.

Senonché, come spesso accade, la storia vera ci sta giocando uno scherzo. Quello scenario si è avverato solo per un certo periodo, e poi ha smesso di realizzarsi. La rincorsa degli altri prima si è fermata, in seguito ha addirittura innestato la retromarcia. Oggi viviamo in un mondo dove non solo il sorpasso cinese sull’America è scomparso dall’orizzonte, ma gli “emergenti” in senso lato, con poche eccezioni, perdono terreno. Almeno nei confronti dell’America. L’inversione di marcia è tanto clamorosa quanto ignorata. Gli anni dal 2010 in poi hanno visto fermarsi la rincorsa degli emergenti. Gli anni dal 2020 in poi hanno visto l’America allungare il distacco. Perché questa sorpresa viene oscurata? Perché a questo clamoroso cambiamento dei trend non corrisponde un aggiornamento della nostra narrazione?

Prima di fornirvi tutti i dati rilevanti per dimostrare l’inversione di marcia, e capire il nuovo mondo in cui viviamo, voglio anticipare le ragioni per cui questo rovesciamento di scenario è assente dai nostri discorsi. Primo, esiste una “vischiosità delle teorie”: quando esse prendono piede, hanno difensori autorevoli, riempiono scaffali di librerie e infine diventano senso comune, è molto difficile sradicarle anche se non descrivono più la realtà dei fatti. Interviene il prestigio degli esperti: siamo tutti restii ad abbandonare le nostre tesi; mi ci metto pure io che in saggi di vent’anni fa come “Il secolo cinese” e “L’impero di Cindia” abbracciavo lo scenario dell’ascesa degli altri, Cina e India in testa. La pigrizia intellettuale fa la sua parte, è sempre faticoso doversi ricostruire una rappresentazione del mondo.

Una seconda spiegazione è geografica: a smentire lo scenario del declino è l’America, solo l’America, l’Europa invece continua a perdere terreno quindi non percepisce il cambiamento e pensa che il suo declino sia comune a tutto l’Occidente.

Una terza spiegazione è geopolitica: i leader dei paesi emergenti hanno scommesso sul fatto che “il futuro appartiene al Grande Sud globale”, ne ricavano prestigio e influenza; anche in Occidente c’è chi gode di questo perché pensa che finalmente i popoli oppressi e sfruttati hanno la loro rivincita. Prendere atto che la riscossa degli emergenti è già finita, disturba una serie di poteri forti e di correnti ideologiche.

Infine, ciliegina sulla torta, c’è la quarta spiegazione che è politica: qualcuno potrebbe credere che il recupero di un vantaggio americano sia legato alla figura di Donald Trump, e quindi scatta una forma di negazionismo (invece Trump c’entra poco o niente con un trend che ha spiegazioni strutturali, ed era iniziato ancora prima del suo primo mandato).

Vengo ai dati, perché immagino che quanto ho scritto fin qui vi lasci perplessi, scettici, increduli, o “negazionisti”. In realtà sono dati ben noti, in circolazione da qualche tempo. Un riassunto efficace lo estraggo da un saggio recente di Michael Beckley, docente di Political Science alla Tufts University, membro dell’American Enterprise Institute, e direttore per l’Asia del Foreign Policy Research Institute. Il saggio, intitolato “The Stagnant Order and The End of the Rising Powers”, apparirà sul numero di novembre-dicembre della rivista Foreign Affairs.

I numeri più significativi sono questi. Tra il 2000 e il 2010 la teoria del sorpasso cinese sembra assai fondata: in quel decennio il Pil della Repubblica Popolare misurato in dollari balza dal 12% al 41% del Pil americano. È un salto spettacolare, ed è comprensibile che in quel periodo si tenda a estrapolare la tendenza verso il futuro. È il periodo in cui il mio collega americano Fareed Zakaria conia appunto l’espressione “the Rise of the Rest” e immagina un mondo “post-americano”. Barack Obama fa sua quella teoria e l'accetta come un ridimensionamento ineluttabile, e tutto sommato accettabile, del primato americano.

In quegli anni l’exploit cinese è formidabile ma non è isolato. Nello stesso arco di tempo – il primo decennio del nuovo millennio – il Pil dell’India e quello del Brasile, misurati come una percentuale di quello americano, raddoppiano. La Russia fa perfino meglio di loro: il suo Pil quadruplica, sempre guardandolo in proporzione a quello degli Stati Uniti. Usare questo criterio di misurazione (con il Pil Usa come riferimento) è efficace perché dà l’idea di come cambino i pesi relativi, e si riduca la distanza fra il numero uno che è l’America, e tutti gli altri. Tra gli inseguitori, anche gli europei in quel decennio riescono in una certa misura ad accorciare le distanze rispetto agli Usa.

Ma già nel decennio successivo il trend inizia a cambiare, per molti paesi anche se non ancora per tutti. Il Pil del Brasile e quello del Giappone, misurati come quote del Pil americano, nel periodo 2010-2020 si dimezzano. Italia, Francia, Canada, e Russia, perdono un terzo del loro peso economico relativo rispetto al numero uno. Germania e Regno Unito perdono un quarto. Solo Cina e India continuano a crescere, anche in proporzione.

Col decennio attuale, cioè a partire dal 2020, il rovesciamento si rafforza. Solo l’India continua a tenere il passo con gli Stati Uniti. Il Pil della Cina retrocede dal 70% al 64% rispetto a quello americano e il divario tra le due superpotenze torna così ad allargarsi. Il Pil del Giappone cala dal 22% al 12% di quello Usa. Germania, Francia, Regno Unito, Russia, tutti perdono terreno. Se si uniscono fra loro le economie di tutta l’Africa, di tutta l’America latina, di tutto il Sud-Est asiatico, il loro peso complessivo cala dal 90% al 70% del Pil americano. L’ascesa del Resto del Mondo ha intrapreso una marcia a ritroso, del tutto evidente. Continueremo a sentirne parlarne a lungo di quell'ascesa, per tutte le ragioni che ho anticipato, ma è ormai un teorema anacronistico, come una stella morta che continua a proiettare la sua luce.

Altri dati confermano questa inversione di tendenza e indicano le sue cause. I profitti del settore tecnologico a livello globale vanno per oltre la metà a società americane; la Cina ne cattura un modesto 6%. Tra i vantaggi che si celano dietro la ripresa del primato americano: il mercato di consumo degli Usa vale più di quelli cinese ed europeo sommati fra loro. Gli Stati Uniti sono il secondo maggiore mercato del mondo per l'export di tutti gli altri eppure dipendono poco dal commercio estero: le loro esportazioni valgono appena un decimo del loro Pil, mentre per la Cina l’export pesa il 30% del Pil (è una delle asimmetrìe che rendono gli Usa meno vulnerabili in una guerra commerciale).

La situazione debitoria viene spesso additata come un tallone d’Achille dell’America, la sua fragilità nascosta. Il debito che conta davvero però non è solo quello pubblico, è quello aggregato, sia pubblico che privato. Sotto questo profilo il debito americano è gigantesco perché vale il 250% del Pil, ma è molto inferiore a quello della Cina (300%), del Giappone (380%), o della Francia (320%).

La demografia è una delle forze nascoste degli Stati Uniti. Stanno invecchiando anche loro, ma meno degli altri. Stando alle tendenze e proiezioni attuali, nell’arco dei prossimi 25 anni l’America vedrà aumentare del 38% i suoi pensionati, ma in Cina aumenteranno dell’84%. L’India sta meglio, ha una popolazione giovane, ma questa forza lavoro giovane è afflitta da un deficit d’istruzione che rappresenta un handicap grave: quasi nove giovani indiani su dieci hanno una formazione del tutto inadeguata rispetto alle richieste del mercato del lavoro moderno.

Di tutti i paesi emergenti la Cina resta senza dubbio quello che ha le maggiori capacità, e probabilità di successo. Tuttavia secondo l’analisi di Beckley la crescita cinese si fonda su tre scommesse azzardate: “che conti la produzione lorda a prescindere dalla sua redditività; che poche industrie avanzatissime possano sopperire alla mancanza di vitalità dell’economia nel suo insieme; e che il regime autoritario sia più dinamico delle democrazie”. Che la Cina di oggi sia meno efficiente e dinamica delle apparenze, lui lo deduce fra l’altro da questo dato: per ogni aumento di Pil cinese ci vogliono il doppio dei capitali e il quadruplo della manodopera, rispetto allo stesso aumento del Pil Usa. Le spiegazioni della superiorità americana hanno a che vedere – fra le altre cose – con il peso del settore dei servizi (più produttivo), l’efficienza del mercato finanziario, l’innovazione tecnologica, il costo dell’energia.

Se il Resto del Mondo ha finito la sua rincorsa, e addirittura retrocede rispetto all’America, quali saranno le conseguenze? Beckley si avventura in alcuni possibili scenari. Quello più pessimista indica maggiori probabilità di guerre via via che gli autocrati del Grande Sud globale vedono esaurirsi la crescita economica con cui avevano placato le loro popolazioni. Uno scenario diametralmente opposto, di segno ottimista, guarda all’invecchiamento demografico generalizzato e lo associa a una minore probabilità di guerre: mancheranno soldati, e le società piene di anziani hanno una maggiore avversione al rischio. E' una sorta di "pace geriatrica"...

In generale, come si evince dal titolo del saggio, Beckely non crede che il mondo sia diretto verso un nuovo ordine globale, perché gli attori che dovrebbero costruirlo si stanno dimostrando più deboli. Lui vede invece un grande ristagno, una situazione in cui nessun aspirante egemone è in grado di sfidare davvero l’America. La quale, a sua volta, tende a ritrarsi dalle responsabilità internazionale, sicché il ristagno degli Altri e la sclerotizzazione dei rapporti di forze non assomigliano a un "ordine". Qui però entriamo nel regno delle previsioni. E come abbiamo visto vent’anni fa, le previsioni che sembrano verosimili, o perfino certe, possono ricevere delle sorprese brutali quando l’evoluzione dei fatti cambia improvvisamente di segno e direzione. La lezione di questi ultimi 25 anni è un invito alla cautela, prima di “estrapolare”. Questo vale anche per l’arretramento del Resto del Mondo: è una tendenza reale; ma sarà durevole, o ci saranno altri rovesciamenti? L’interesse del saggio di Beckley è che cerca spiegazioni solide, strutturali, dietro il rallentamento degli Altri.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 23 ott 2025 07:06

Io credo molto poco nella parte "intelligenza" della IA.
La prima legge non scritta dell'informatica dice "merda in, merda out".
Beh, è stata provata ancora...

https://x.com/alex_prompter/status/1980224548550369376

Scientists just proved that large language models can literally rot their own brains the same way humans get brain rot from scrolling junk content online.

They fed models months of viral Twitter data short, high-engagement posts and watched their cognition collapse:

- Reasoning fell by 23%
- Long-context memory dropped 30%
- Personality tests showed spikes in narcissism & psychopathy
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Re: Diario economico

Messaggioda Ludi » 23 ott 2025 08:12

zampaflex ha scritto:Io credo molto poco nella parte "intelligenza" della IA.
La prima legge non scritta dell'informatica dice "merda in, merda out".
Beh, è stata provata ancora...

https://x.com/alex_prompter/status/1980224548550369376

Scientists just proved that large language models can literally rot their own brains the same way humans get brain rot from scrolling junk content online.

They fed models months of viral Twitter data short, high-engagement posts and watched their cognition collapse:

- Reasoning fell by 23%
- Long-context memory dropped 30%
- Personality tests showed spikes in narcissism & psychopathy


il problema sono i danni che l'uso dell'intelligenza artificiale provoca alle capacità cognitive umane; lo sto vedendo in modo drammatico, negli ultimissimi anni, nei miei studenti. Perdita di capacità di pensiero critico e di elaborazione delle nozioni, scarsa o nulla ritenzione dei concetti appresi, passività durante le lezioni. Quando tenni le mie prime lezioni nel 1989, ma anche solo una quindicina di anni fà, l'aula era attenta e interattiva; mi dava grandi soddisfazioni. Tutti i miei colleghi, peraltro, si trovano nella medesima situazione...
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 29 ott 2025 15:22

Solo il 41% degli italiani riesce a risparmiare, 5 punti percentuali in meno rispetto all’anno scorso, la quota più bassa dal 2018. E
non si tratta di una scelta: il risparmio viene ancora considerato rilevante sia come tutela per le situazioni personali meno prevedibili (57%) che per far fronte alle crisi economiche di sistema. Gli italiani risparmiano meno perché hanno entrate insufficienti: aumentano sia quanti hanno consumato tutto il reddito (37% contro il 34% nel 2024), sia chi ha dovuto attingere ai risparmi accumulati (15% contro il 12% nel 2024). Dall’indagine Ipsos per l’Acri, presentata in apertura della 101esima Giornata Mondiale del Risparmio, emerge una congiuntura particolarmente difficile per il Paese. A essere tagliate sono anche le spese, comprese quelle per il cibo e la salute. Un quarto delle famiglie non sarebbe in grado di far fronte a spese non programmate di 1.000 euro, e solo il 36% sarebbe in grado di coprire un’emergenza da 10.000 euro.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 30 ott 2025 09:55

Il 36% degli imprenditori potrebbe decidere di vendere l’azienda nei prossimi cinque anni a causa delle crescenti difficoltà a trovare personale, a problemi di carattere organizzativo, a ritardi nella digitalizzazione o a passaggi generazionali critici o bloccati. L’indagine, realizzata attraverso questionari alle imprese (PMI con fatturato tra i 5 e i 100 milioni di euro, in prevalenza della manifattura) in quattro regioni di cui oltre 500 nel bresciano, è stata realizzata da Future Age, azienda specializzata in Change Management e digitalizzazione avanzata che nel 2024 ha fatturato 4 milioni di euro e vanta oltre 300 clienti attivi.
Lo studio è stato fatto somministrando questionari alle imprese, elaborato a livello interno dalla società, da prendere ovviamente con tutte le pinze possibili. Quello sulla carenza di personale non è un tema nuovo e si presta a molteplici letture.
Il tema delle competenze è sicuramente in cima ai pensieri degli imprenditori, riguarda il deficit di formazione a scuola ma anche in azienda, così come c’è una questione anche di salari e motivazioni: se si paga poco, se all’estero c’è un maggiore riconoscimento non solo economico delle competenze ma anche del tempo di vita delle persone, tenersi i talenti grandi e piccoli diventa più complicato. Sullo sfondo, questione che diverrà sempre più centrale con il passare degli anni, c’è anche il declino demografico.
L’indagine di Future Age si sofferma sul primo degli aspetti. «Il segnale più allarmante riguarda il crollo del capitale umano interno —osserva lo studio —: sette imprenditori su dieci lamentano una drastica mancanza di persone con voglia di fare e senso di appartenenza, affidabilità, rifiuto del sacrificio». Dopodiché — se la mancanza di personale motivato e coinvolto è
problema sollevato dal 69% degli imprenditori —, non molto dietro ci sono i problemi organizzativi e le inefficienze di processo (54%), i ritardi nella digitalizzazione (31%), i passaggi generazionali bloccati (36%) o i conflitti interni (34%).
«Più della metà degli imprenditori si ritrova in aziende lente, disordinate o non adattive, con strutture che faticano a stare dietro ai cambiamenti di mercato» sottolinea la ricerca. E ancora: «I principali colli di bottiglia segnalati sono la bassa integrazione tra reparti, la carenza di controllo di gestione, i flussi decisionali ancora troppo padronali, la scarsa managerializzazione». Tutte questioni, si può osservare, che poco hanno a che vedere con i dipendenti che non hanno voglia di fare e che riguardano più qualche problema di gestione ai vertici. Allo stesso modo, secondo l’indagine di Future Age, la digitalizzazione è avviata solo a metà, spesso limitata alla contabilità o alla gestione documentale. Aree come CRM, pianificazione avanzata, ERP internazionali, intelligenza artificiale e controllo di performance restano ancora ampiamente trascurate.
Non bastasse, il tema del mancato passaggio generazionale solleva questioni quali il disinteresse dei figli a continuare l’attività, l’assenza di competenze o i conflitti stessi tra i familiari. Di qui l’amara conclusione dello studio: «Nei prossimi cinque-dieci anni, la capacità delle PMI italiane di adattarsi e innovare sarà cruciale — afferma l’amministratore delegato di Future Age Paolo Borghetti —. Servono politiche aziendali più strutturate, una gestione del personale più efficace e un uso strategico della digitalizzazione: senza un cambiamento, molte imprese rischiano di perdere competitività e di scomparire».

Praticamente quello che dico da vent'anni: la ridotta dimensione delle nostre aziende, innanzitutto per l'incapacità dei soci imprenditori di ridurre il proprio potere decisionale (attraverso aggregazioni o deleghe manageriali) è un freno colossale alla competitività. Oggi che appare sempre più evidente un vincolo esterno, cioé il basso ricambio di manodopera, la crisi si manifesta potente e l'orizzonte si scurisce.
Ah, ma per Salvini, Lega, governo il piccolo è bello...preserviamo le nostre specificità...ADATTARSI O MORIRE! E la PMI sta morendo.
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Re: Diario economico

Messaggioda l'oste » 30 ott 2025 16:27

Ho letto con interesse i due ultimi post di zampaflex ma faccio fatica a collegare la situazione quantomeno critica e preoccupante da lui presentata, con il proclama della signora Meloni che ieri ha detto in un messaggio a Federmanager che "L'Italia ha ripreso a correre".
Non importa chi sarà l'ultimo a spegnere la luce. E' già buio.

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Re: Diario economico

Messaggioda tenente Drogo » 30 ott 2025 19:28

l'oste ha scritto:Ho letto con interesse i due ultimi post di zampaflex ma faccio fatica a collegare la situazione quantomeno critica e preoccupante da lui presentata, con il proclama della signora Meloni che ieri ha detto in un messaggio a Federmanager che "L'Italia ha ripreso a correre".


l'Italia è ferma ma se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno almeno non torna indietro
I comunisti mi trattavano da fascista, i fascisti da comunista.
Tutto questo ha aiutato il film.
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Re: Diario economico

Messaggioda vinogodi » 31 ott 2025 10:22

l'oste ha scritto:Ho letto con interesse i due ultimi post di zampaflex ma faccio fatica a collegare la situazione quantomeno critica e preoccupante da lui presentata, con il proclama della signora Meloni che ieri ha detto in un messaggio a Federmanager che "L'Italia ha ripreso a correre".
... secondo me, soprattutto per l'occupazione femminile, la Meloni tiene conto delle migliaia di ragazze attive su OnlyFans come alternativa ai turni in fabbrica sottopagati: basta far vedere i piedi e due tette per portarsi a casa 3.000 euro medi al mese: se poi si rallegra il tutto con qualche contenuto più spinto, lo stipendio di un manager aziendale è assicurato...
PS: continuità aziendale da parte dei figli? Studiare ( tanto), impegnarsi almeno 10 ore al giorno in azienda, sapere le lingue, sacrificare i fine settimana... a chi glielo fa fare di spianarsi il culo quando sono già pieni di soldi per almeno la generazione corrente grazie al papà un pò coglione che ha sacrificato tutto per creare impresa?
PPS: per anni ho lottato per una collaborazione stretta fra aziende e scuola ( Università su tutte) rendendomi anche disponibile per anni all'insegnamento al CISITA ( propaggine formativo dell'Unione Industriali di Parma) per la formazione tecnica dei neodiplomati o neolaureati ... l'interesse c'era , ma soprattutto dei partecipanti ... ma l'industria latitava per qualsivoglia programma di formazione, così come per gli investimenti sulla ricerca e innovazione...ma siamo sicuri che la colpa sia solamente dei giovani che "non hanno voglia di fare un cazzo"? Io i miei dubbi li ho metabolizzati... 8)
Ente Nazionale Tutela dei Bevitori Capiscitori (EnTuBeCa) - Ministero della Cultura Enologica Popolare (MinCulEnPop)
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 31 ott 2025 10:50

vinogodi ha scritto: ... l'interesse c'era , ma soprattutto dei partecipanti ... ma l'industria latitava per qualsivoglia programma di formazione, così come per gli investimenti sulla ricerca e innovazione...ma siamo sicuri che la colpa sia solamente dei giovani che "non hanno voglia di fare un cazzo"? Io i miei dubbi li ho metabolizzati... 8)


Assolutamente no: la prima colpa, come dicevo sopra, è della classe imprenditoriale che sarebbe più corretto definire padronale: l'imprenditore pianifica il futuro, la successione, le deleghe manageriali, la crescita aziendale per linee interne ed esterne.
Il padrone va avanti da solo, decide tutto lui, finché muore, a volte alla scrivania. E con lui muore l'azienda.

Per un Del Vecchio (Luxottica) ci sono diecimila Mario Rossi...

:roll:
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 02 nov 2025 19:05

Pressione fiscale in Europa, per dimostrare che NON è il problema principale per l'Italia:

Danimarca 45,8%
Francia 45,3%
Belgio 45,1%
Austria 43,8%
Lussemburgo 42,7%
Italia 42,6%
Svezia 42,5%
Finlandia 42,3%
Grecia 41,7%
Germania 40,9%
- Media Unione Europea 40,4%
Norvegia 40,4%
Paesi Bassi 39,4%
Slovenia 38,8%
Croazia 38,6%
Cipro 37,6%
Polonia 37,6%
Spagna 37,3%
Portogallo 37,1%
Islanda 36,9%
Slovacchia 35,9%
Estonia 35,5%
Lettonia 35,5%
Ungheria 35,3%
Repubblica Ceca 35,0%
Lituania 33,3%
Bulgaria 30,5%
Malta 29,3%
Romania 28,8%
Svizzera 27,8%
Irlanda 22,4%
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 03 nov 2025 11:06

Rapporto GIMBE sulla spesa sanitaria.

La spesa sanitaria nel 2024 è pari a € 185.116 milioni:
€ 137.456 milioni di spesa pubblica (74,3%)
€ 41.299 milioni di spesa a carico dei cittadini (23,3%)
€ 6.361 milioni di spesa intermediata da fondi sanitari e assicurazioni (3,4%)
E nonostante l'87% della spesa privata gravi sulle tasche dei cittadini 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a una o più prestazioni sanitarie

https://salviamo-ssn.it/attivita/rapporto/8-rapporto-gimbe.it-IT.html
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 04 nov 2025 18:32

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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 10 nov 2025 00:05

Tax gap sale a 98-102 miliardi. Economia sommersa 9,1% Pil
Relazione Mef,'gap' tasse-contributi 2022 cresce di 3,5 miliardi
8 novembre 2025 da Redazione ANSA
Nel 2022 il gap complessivo (tributario e contributivo) è risultato compreso fra 98,1 e 102,5 miliardi di euro, in dipendenza delle due diverse ipotesi di lavoro adottate nel corso della stima circa il comparto del lavoro dipendente, con un incremento rispetto al 2021 prossimo, in ambedue i casi considerati, ai 3,5 miliardi di euro. Nel quinquennio 2018-22 risulta invece una riduzione del gap compresa tra 5 e 5,9 miliardi. E' quanto emerge dall'ultima Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva appena pubblicata dal Mef. Il valore aggiunto generato dall'economia sommersa si è è attestato a 182,6 miliardi, in crescita del 10,4% rispetto al 2021 (165,5 miliardi): l'incidenza sul Pil è "rimasta sostanzialmente stabile", portandosi al 9,1% dal 9% del 2021.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 21 nov 2025 11:49

invece di parlare di cifre (tristi come il meteo oggi, d'altronde c'è in carica un governo conservatore che conserva, quando ne servirebbe uno innovatore che innova), riporto l'articolo su una interessantissima società informatica che ha creato una app dedicata agli agricoltori che semplifica TUTTA la burocrazia legata all'attività.

Questa è l'azienda:
https://www.xfarm.ag/

Questo il racconto del fondatore:
https://www.repubblica.it/tecnologia/2025/11/14/news/beautiful_minds_matteo_vanotti_l_ingegnere_che_ha_trasformato_il_caos_agricolo_in_una_startup_da_record-424981086/?ref=RHLM-BG-P28-S7-T1-l1f3

L’uomo che ha messo ordine nel caos. Quando è tornato nell’azienda agricola di famiglia, non ha visto la terra e le sue opportunità: ha visto fogli. Centinaia di fogli. Sparsi ovunque, sulle scrivanie, appesi ai muri, ammucchiati sui trattori. Era il caos amministrativo simbolo di un settore, quello dell’agricoltura, che non aveva ancora varcato la soglia del digitale.
«Per sopravvivere ho buttato via tutto e ho scritto un’app».
«I miei nonni avevano aperto una fornace e poi preso un’azienda agricola. Noi andavamo a dare una mano durante i fine settimana. Un bel giorno mio padre ci disse: da oggi dell’azienda ve ne occupate voi. Io ho guardato i miei fratelli e ho detto: ok ragazzi, cosi non possiamo andare avanti, digitalizziamo tutto». Scrive un’app per sé, per mettere ordine in azienda, e poi la regala. «A Valmacca, il nostro piccolo paese in Piemonte dove ci sono mille abitanti e dieci agricoltori, la usavamo tutti. E tutti mi dicevano: che bella. Aggiungi questo, aggiungi quello…».
«L’app è una sorta di gestionale per l’azienda agricola. La scarichi e metti dentro tutto: i campi, le varietà, il magazzino, le entrate e le uscite, le pratiche amministrative. Poi ci sono i dati. Grazie a sensori e satelliti noi suggeriamo agli agricoltori quando irrigare, quando concimare, dove intervenire seguendo un approccio data-driven. È un po’ come Alexa collegata al trattore, ai sensori, ai satelliti. Aiuta l’agricoltore a prendere decisioni in modo più efficiente».
...
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 25 nov 2025 11:26

In Italia da tempo si discute del problema dei prezzi dell'elettricità, legati al gas anche quando la fonte è solare.
La produzione solare presenta un problema di fondo, tecnico, nella gestione della elasticità della domanda (vi siete mai chiesti cosa succede a monte dell'interruttore di casa, quando lo schiacciate? Eh, è molto interessante, ma non ne parlo qui).
La Spagna lo ha dimostrato nel male, non avendo adeguato l'infrastruttura.
Però allo stesso tempo la Spagna ha dimostrato anche che tanto solare fa crollare i costi.

https://www.qualenergia.it/articoli/spagna-spezza-legame-gas-prezzi-elettrici/

Tra il 2019 e il 2025, la Spagna ha ridotto di tre quarti le ore in cui il prezzo dell’energia era fissato dal gas, passando dal 75% delle ore nel 2019 al 19% nel primo semestre 2025.
Nello stesso periodo, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità si è attestato a 62 €/MWh, ben sotto al costo medio di produzione a gas, pari a 111 €/MWh, e inferiore del 32% rispetto alla media europea.
Tra dicembre 2019 e giugno 2025, la Spagna ha aggiunto oltre 40 GW di eolico e fotovoltaico, raddoppiando la loro capacità installata.
Nel primo semestre 2025 queste due fonti hanno coperto il 46% della domanda elettrica, contro il 27% del 2019. Parallelamente, i combustibili fossili hanno soddisfatto solo il 20% della domanda, mentre in Germania, Italia e Olanda restano al 40-50%.
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Re: Diario economico

Messaggioda Ludi » 25 nov 2025 13:50

zampaflex ha scritto:In Italia da tempo si discute del problema dei prezzi dell'elettricità, legati al gas anche quando la fonte è solare.
La produzione solare presenta un problema di fondo, tecnico, nella gestione della elasticità della domanda (vi siete mai chiesti cosa succede a monte dell'interruttore di casa, quando lo schiacciate? Eh, è molto interessante, ma non ne parlo qui).
La Spagna lo ha dimostrato nel male, non avendo adeguato l'infrastruttura.
Però allo stesso tempo la Spagna ha dimostrato anche che tanto solare fa crollare i costi.

https://www.qualenergia.it/articoli/spagna-spezza-legame-gas-prezzi-elettrici/

Tra il 2019 e il 2025, la Spagna ha ridotto di tre quarti le ore in cui il prezzo dell’energia era fissato dal gas, passando dal 75% delle ore nel 2019 al 19% nel primo semestre 2025.
Nello stesso periodo, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità si è attestato a 62 €/MWh, ben sotto al costo medio di produzione a gas, pari a 111 €/MWh, e inferiore del 32% rispetto alla media europea.
Tra dicembre 2019 e giugno 2025, la Spagna ha aggiunto oltre 40 GW di eolico e fotovoltaico, raddoppiando la loro capacità installata.
Nel primo semestre 2025 queste due fonti hanno coperto il 46% della domanda elettrica, contro il 27% del 2019. Parallelamente, i combustibili fossili hanno soddisfatto solo il 20% della domanda, mentre in Germania, Italia e Olanda restano al 40-50%.


ben vengano le fonti rinnovabili, ma con intelligenza; i megaparchi eolici o l'agrifotovoltaico producono scempi irreversibili al paesaggio, che è un valore costituzionale protetto al pari dell'ambiente. Utilizziamo il fotovoltaico nella aree industriali, nei parcheggi, nei tetti delle abitazioni al di fuori dei centri storici.
Ultima modifica di Ludi il 25 nov 2025 13:55, modificato 1 volta in totale.
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Re: Diario economico

Messaggioda tenente Drogo » 25 nov 2025 13:53

Ludi ha scritto:
zampaflex ha scritto:In Italia da tempo si discute del problema dei prezzi dell'elettricità, legati al gas anche quando la fonte è solare.
La produzione solare presenta un problema di fondo, tecnico, nella gestione della elasticità della domanda (vi siete mai chiesti cosa succede a monte dell'interruttore di casa, quando lo schiacciate? Eh, è molto interessante, ma non ne parlo qui).
La Spagna lo ha dimostrato nel male, non avendo adeguato l'infrastruttura.
Però allo stesso tempo la Spagna ha dimostrato anche che tanto solare fa crollare i costi.

https://www.qualenergia.it/articoli/spagna-spezza-legame-gas-prezzi-elettrici/

Tra il 2019 e il 2025, la Spagna ha ridotto di tre quarti le ore in cui il prezzo dell’energia era fissato dal gas, passando dal 75% delle ore nel 2019 al 19% nel primo semestre 2025.
Nello stesso periodo, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità si è attestato a 62 €/MWh, ben sotto al costo medio di produzione a gas, pari a 111 €/MWh, e inferiore del 32% rispetto alla media europea.
Tra dicembre 2019 e giugno 2025, la Spagna ha aggiunto oltre 40 GW di eolico e fotovoltaico, raddoppiando la loro capacità installata.
Nel primo semestre 2025 queste due fonti hanno coperto il 46% della domanda elettrica, contro il 27% del 2019. Parallelamente, i combustibili fossili hanno soddisfatto solo il 20% della domanda, mentre in Germania, Italia e Olanda restano al 40-50%.


ben vengano le fonti rinnovabili, ma con intelligenza; i megaparchi eolici o l'agrifotovoltaico producono scempi irreversibili al paesaggio, che è un valore costituzionale protetto al pari dell'ambiente. Utilizziamo il fotovoltaico nella aree industriali, nei parcheggi, nei tetti della abitazioni al di fuori dei centri storici.


sull'eolico siamo perfettamente d'accordo
le pale eoliche possono sfregiare un territorio, rovinare un paesaggio

però quando esprimo questa opinione trovo un sacco di gente che addirittura le trova belle
e io non so che dire, boh?
I comunisti mi trattavano da fascista, i fascisti da comunista.
Tutto questo ha aiutato il film.
(Sam Fuller, a proposito di "The Steel Helmet")

http://fortezza-bastiani.blogspot.com
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Re: Diario economico

Messaggioda Ludi » 25 nov 2025 13:56

tenente Drogo ha scritto:sull'eolico siamo perfettamente d'accordo
le pale eoliche possono sfregiare un territorio, rovinare un paesaggio

però quando esprimo questa opinione trovo un sacco di gente che addirittura le trova belle
e io non so che dire, boh?


in Sardegna hanno fatto degli scempi scandalosi, tenuto conto (oltretutto) della vocazione turistica del territorio.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 26 nov 2025 15:45

Sono trent'anni che dico che il vero problema economico dell'Italia è la dimensione ridotta delle aziende con le conseguenze ovvie ed esiziali: la loro incapacità di investire per mancanza di flussi adeguati di ricavi (tecnicamente di operating free cash flows), i mezzi propri insufficienti, la volontà di dominare l'orticello a qualunque costo, l'impossibilità di creare soluzioni al passaggio generazionale.

E finalmente chi ha il dovere di fare autocritica se ne accorge.

Come sta l’industria italiana? E soprattutto: riuscirà a restare competitiva nell’era delle grandi transizioni, della frammentazione geopolitica e dell’Intelligenza artificiale? La questione è decisiva, ma molto difficile da inquadrare.
Ed è quello che, con grande merito e patrimonio di dati, tenta di fare un nuovo rapporto del Centro studi di Confindustria sulla trasformazione vissuta dalla nostra manifattura negli ultimi anni. Ne esce una risposta complessa, con due corni principali. Il primo, il più positivo, è che una significativa evoluzione c’è stata, una sorta di selezione naturale che nel complesso ha reso il tessuto industriale più resiliente e (un po’) più produttivo, permettendogli di difendere la sua quota globale. Il secondo, molto meno incoraggiante, che una serie di limiti strutturali – ridotta dimensione delle imprese, concentrazione in settori a bassa tecnologia, scarsa propensione ad investire in ricerca e beni immateriali – non permette di ridurre il divario di competitività con altri Paesi europei e con i campioni globali, e in prospettiva minacciano di farlo crescere ancora. Anche perché quei limiti, e gli eventuali correttivi, non sembrano essere al centro del dibattito.

https://www.repubblica.it/economia/2025/11/26/news/manifattura_italiana_rapporto_centro_studi_confindustria-425005186/?ref=-BH-I0-P-S1-T1

I dati più generali dicono che l’industria italiana resta un pilastro dell’economia nazionale, seconda in Europa e ottava al mondo per dimensioni, con il 2,1% del valore aggiunto manifatturiero globale. Raccontano di una sostanziale tenuta, addirittura di una crescita nel caso dell’export, non banale nell’era in cui è emersa la superpotenza produttiva cinese. E’ l’effetto di una manifattura molto diversificata – e quindi in grado di resistere meglio a shock settoriali –, molto votata alle esportazioni (oltre il 48% della produzione) e nell’ultimo decennio, quello successivo alla grande crisi, rafforzatasi nella competitività e nel patrimonio. Le micro imprese, che in tutte le economie sono le meno produttive, sono diminuite del 12%, mentre la dimensione media delle più grandi, che in generale sono le più efficienti, è aumentata. Dopo vent’anni in cui il gap di produttività con gli altri Paesi europei non ha fatto che allargarsi, tra il 2015 e il 2019 ha mostrato segnali di convergenza.

Il problema che emerge dalla radiografia di Confindustria però è che questa evoluzione è lenta e limitata. Dal punto di vista delle dimensioni delle imprese, quella media resta molto bassa: nel 2023 solo il 42% del valore aggiunto è stato generato dalle grandi aziende (e il 30% da piccole e micro), contro il 74% della Francia e il 75% della Germania. Dal punto di vista settoriale, il 60% del sistema resta concentrato in comparti a media e bassa intensità tecnologica (meccanica, metalli, alimentare, tessile), mentre in Francia è il 50% e in Germania il 40%. La crescita di produttività degli ultimi anni si spiega con variazioni positive interne ai settori, con aumento del divario tra grandi (più produttivi dei pari dimensione europei) e piccoli, ma non da una redistribuzione delle risorse verso settori più avanzati.

Anche le attitudini di investimento riflettono questa tassonomia produttiva tradizionale: in Italia la propensione all’investimento è superiore al resto d’Europa, ma si concentra su beni materiali, dai macchinari in giù, mentre sui beni intangibili – ricerca, software, brevetti, capitale manageriale, i nuovi traini dell’innovazione globale – restiamo decisamente dietro a Francia e Germania.
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