Messaggioda tenente Drogo » 19 ott 2025 18:43
interessante articolo di Rampini
L'ascesa del Resto del Mondo, Cina inclusa? Ha innestato la retromarcia. Ecco i dati (ma sarà dura smontare il teorema)
(Federico Rampini - Corriere della Sera)
Sembrava una certezza: l’ascesa del Resto del Mondo, e il nostro declino. Questo scenario ha avuto una consistenza reale, in un periodo preciso: all’inizio di questo millennio. Era il periodo in cui la Cina correva, seguita da altri paesi emergenti, ben rappresentati nel club dei Brics. L’America da parte sua incappava in due tremendi incidenti di percorso: l’11 settembre 2001 con le conseguenti guerre in Afghanistan e in Iraq; la crisi dei mutui subprime nel 2008 seguita da una pesante recessione. Da allora è diventato un dogma e un luogo comune, descrivere un mondo in cui “noi” arretriamo, mentre “tutti gli altri” (o quasi) avanzano. A prescindere dalle preferenze e dai desideri, questa sembrava la direzione di marcia della storia: per alcuni era un benefico scossone contro delle gerarchie ingiuste, per altri poteva essere uno scenario sgradevole, ma bisognava rassegnarsi comunque, volenti o nolenti.
Senonché, come spesso accade, la storia vera ci sta giocando uno scherzo. Quello scenario si è avverato solo per un certo periodo, e poi ha smesso di realizzarsi. La rincorsa degli altri prima si è fermata, in seguito ha addirittura innestato la retromarcia. Oggi viviamo in un mondo dove non solo il sorpasso cinese sull’America è scomparso dall’orizzonte, ma gli “emergenti” in senso lato, con poche eccezioni, perdono terreno. Almeno nei confronti dell’America. L’inversione di marcia è tanto clamorosa quanto ignorata. Gli anni dal 2010 in poi hanno visto fermarsi la rincorsa degli emergenti. Gli anni dal 2020 in poi hanno visto l’America allungare il distacco. Perché questa sorpresa viene oscurata? Perché a questo clamoroso cambiamento dei trend non corrisponde un aggiornamento della nostra narrazione?
Prima di fornirvi tutti i dati rilevanti per dimostrare l’inversione di marcia, e capire il nuovo mondo in cui viviamo, voglio anticipare le ragioni per cui questo rovesciamento di scenario è assente dai nostri discorsi. Primo, esiste una “vischiosità delle teorie”: quando esse prendono piede, hanno difensori autorevoli, riempiono scaffali di librerie e infine diventano senso comune, è molto difficile sradicarle anche se non descrivono più la realtà dei fatti. Interviene il prestigio degli esperti: siamo tutti restii ad abbandonare le nostre tesi; mi ci metto pure io che in saggi di vent’anni fa come “Il secolo cinese” e “L’impero di Cindia” abbracciavo lo scenario dell’ascesa degli altri, Cina e India in testa. La pigrizia intellettuale fa la sua parte, è sempre faticoso doversi ricostruire una rappresentazione del mondo.
Una seconda spiegazione è geografica: a smentire lo scenario del declino è l’America, solo l’America, l’Europa invece continua a perdere terreno quindi non percepisce il cambiamento e pensa che il suo declino sia comune a tutto l’Occidente.
Una terza spiegazione è geopolitica: i leader dei paesi emergenti hanno scommesso sul fatto che “il futuro appartiene al Grande Sud globale”, ne ricavano prestigio e influenza; anche in Occidente c’è chi gode di questo perché pensa che finalmente i popoli oppressi e sfruttati hanno la loro rivincita. Prendere atto che la riscossa degli emergenti è già finita, disturba una serie di poteri forti e di correnti ideologiche.
Infine, ciliegina sulla torta, c’è la quarta spiegazione che è politica: qualcuno potrebbe credere che il recupero di un vantaggio americano sia legato alla figura di Donald Trump, e quindi scatta una forma di negazionismo (invece Trump c’entra poco o niente con un trend che ha spiegazioni strutturali, ed era iniziato ancora prima del suo primo mandato).
Vengo ai dati, perché immagino che quanto ho scritto fin qui vi lasci perplessi, scettici, increduli, o “negazionisti”. In realtà sono dati ben noti, in circolazione da qualche tempo. Un riassunto efficace lo estraggo da un saggio recente di Michael Beckley, docente di Political Science alla Tufts University, membro dell’American Enterprise Institute, e direttore per l’Asia del Foreign Policy Research Institute. Il saggio, intitolato “The Stagnant Order and The End of the Rising Powers”, apparirà sul numero di novembre-dicembre della rivista Foreign Affairs.
I numeri più significativi sono questi. Tra il 2000 e il 2010 la teoria del sorpasso cinese sembra assai fondata: in quel decennio il Pil della Repubblica Popolare misurato in dollari balza dal 12% al 41% del Pil americano. È un salto spettacolare, ed è comprensibile che in quel periodo si tenda a estrapolare la tendenza verso il futuro. È il periodo in cui il mio collega americano Fareed Zakaria conia appunto l’espressione “the Rise of the Rest” e immagina un mondo “post-americano”. Barack Obama fa sua quella teoria e l'accetta come un ridimensionamento ineluttabile, e tutto sommato accettabile, del primato americano.
In quegli anni l’exploit cinese è formidabile ma non è isolato. Nello stesso arco di tempo – il primo decennio del nuovo millennio – il Pil dell’India e quello del Brasile, misurati come una percentuale di quello americano, raddoppiano. La Russia fa perfino meglio di loro: il suo Pil quadruplica, sempre guardandolo in proporzione a quello degli Stati Uniti. Usare questo criterio di misurazione (con il Pil Usa come riferimento) è efficace perché dà l’idea di come cambino i pesi relativi, e si riduca la distanza fra il numero uno che è l’America, e tutti gli altri. Tra gli inseguitori, anche gli europei in quel decennio riescono in una certa misura ad accorciare le distanze rispetto agli Usa.
Ma già nel decennio successivo il trend inizia a cambiare, per molti paesi anche se non ancora per tutti. Il Pil del Brasile e quello del Giappone, misurati come quote del Pil americano, nel periodo 2010-2020 si dimezzano. Italia, Francia, Canada, e Russia, perdono un terzo del loro peso economico relativo rispetto al numero uno. Germania e Regno Unito perdono un quarto. Solo Cina e India continuano a crescere, anche in proporzione.
Col decennio attuale, cioè a partire dal 2020, il rovesciamento si rafforza. Solo l’India continua a tenere il passo con gli Stati Uniti. Il Pil della Cina retrocede dal 70% al 64% rispetto a quello americano e il divario tra le due superpotenze torna così ad allargarsi. Il Pil del Giappone cala dal 22% al 12% di quello Usa. Germania, Francia, Regno Unito, Russia, tutti perdono terreno. Se si uniscono fra loro le economie di tutta l’Africa, di tutta l’America latina, di tutto il Sud-Est asiatico, il loro peso complessivo cala dal 90% al 70% del Pil americano. L’ascesa del Resto del Mondo ha intrapreso una marcia a ritroso, del tutto evidente. Continueremo a sentirne parlarne a lungo di quell'ascesa, per tutte le ragioni che ho anticipato, ma è ormai un teorema anacronistico, come una stella morta che continua a proiettare la sua luce.
Altri dati confermano questa inversione di tendenza e indicano le sue cause. I profitti del settore tecnologico a livello globale vanno per oltre la metà a società americane; la Cina ne cattura un modesto 6%. Tra i vantaggi che si celano dietro la ripresa del primato americano: il mercato di consumo degli Usa vale più di quelli cinese ed europeo sommati fra loro. Gli Stati Uniti sono il secondo maggiore mercato del mondo per l'export di tutti gli altri eppure dipendono poco dal commercio estero: le loro esportazioni valgono appena un decimo del loro Pil, mentre per la Cina l’export pesa il 30% del Pil (è una delle asimmetrìe che rendono gli Usa meno vulnerabili in una guerra commerciale).
La situazione debitoria viene spesso additata come un tallone d’Achille dell’America, la sua fragilità nascosta. Il debito che conta davvero però non è solo quello pubblico, è quello aggregato, sia pubblico che privato. Sotto questo profilo il debito americano è gigantesco perché vale il 250% del Pil, ma è molto inferiore a quello della Cina (300%), del Giappone (380%), o della Francia (320%).
La demografia è una delle forze nascoste degli Stati Uniti. Stanno invecchiando anche loro, ma meno degli altri. Stando alle tendenze e proiezioni attuali, nell’arco dei prossimi 25 anni l’America vedrà aumentare del 38% i suoi pensionati, ma in Cina aumenteranno dell’84%. L’India sta meglio, ha una popolazione giovane, ma questa forza lavoro giovane è afflitta da un deficit d’istruzione che rappresenta un handicap grave: quasi nove giovani indiani su dieci hanno una formazione del tutto inadeguata rispetto alle richieste del mercato del lavoro moderno.
Di tutti i paesi emergenti la Cina resta senza dubbio quello che ha le maggiori capacità, e probabilità di successo. Tuttavia secondo l’analisi di Beckley la crescita cinese si fonda su tre scommesse azzardate: “che conti la produzione lorda a prescindere dalla sua redditività; che poche industrie avanzatissime possano sopperire alla mancanza di vitalità dell’economia nel suo insieme; e che il regime autoritario sia più dinamico delle democrazie”. Che la Cina di oggi sia meno efficiente e dinamica delle apparenze, lui lo deduce fra l’altro da questo dato: per ogni aumento di Pil cinese ci vogliono il doppio dei capitali e il quadruplo della manodopera, rispetto allo stesso aumento del Pil Usa. Le spiegazioni della superiorità americana hanno a che vedere – fra le altre cose – con il peso del settore dei servizi (più produttivo), l’efficienza del mercato finanziario, l’innovazione tecnologica, il costo dell’energia.
Se il Resto del Mondo ha finito la sua rincorsa, e addirittura retrocede rispetto all’America, quali saranno le conseguenze? Beckley si avventura in alcuni possibili scenari. Quello più pessimista indica maggiori probabilità di guerre via via che gli autocrati del Grande Sud globale vedono esaurirsi la crescita economica con cui avevano placato le loro popolazioni. Uno scenario diametralmente opposto, di segno ottimista, guarda all’invecchiamento demografico generalizzato e lo associa a una minore probabilità di guerre: mancheranno soldati, e le società piene di anziani hanno una maggiore avversione al rischio. E' una sorta di "pace geriatrica"...
In generale, come si evince dal titolo del saggio, Beckely non crede che il mondo sia diretto verso un nuovo ordine globale, perché gli attori che dovrebbero costruirlo si stanno dimostrando più deboli. Lui vede invece un grande ristagno, una situazione in cui nessun aspirante egemone è in grado di sfidare davvero l’America. La quale, a sua volta, tende a ritrarsi dalle responsabilità internazionale, sicché il ristagno degli Altri e la sclerotizzazione dei rapporti di forze non assomigliano a un "ordine". Qui però entriamo nel regno delle previsioni. E come abbiamo visto vent’anni fa, le previsioni che sembrano verosimili, o perfino certe, possono ricevere delle sorprese brutali quando l’evoluzione dei fatti cambia improvvisamente di segno e direzione. La lezione di questi ultimi 25 anni è un invito alla cautela, prima di “estrapolare”. Questo vale anche per l’arretramento del Resto del Mondo: è una tendenza reale; ma sarà durevole, o ci saranno altri rovesciamenti? L’interesse del saggio di Beckley è che cerca spiegazioni solide, strutturali, dietro il rallentamento degli Altri.