Diario economico

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harmattan
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Re: Diario economico

Messaggioda harmattan » 23 nov 2017 09:55

tenente Drogo ha scritto:il lavoro migliore andava fatto a livello diplomatico

ora, se sono bravi, chiederanno un premio di consolazione


La diplomazia richiede una certa dedizione, quella che a noi manca per i motivi che ho sopra descritto.

Se hai un pò di tempo dai un'occhiata come i rispettivi finalisti (noi e gli olandesi) si sono presentati:

http://www.netherlandsforema.eu/

http://www.emamilano.eu/

Riguardo al premio di consolazione credo che dopo il "regalo" dell'Expo, per come ragionano in UE, possiamo anche aspettare qualche anno.
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Re: Diario economico

Messaggioda pippuz » 23 nov 2017 16:25

Pare ci fossero delle pagine "nascoste" che parlano di sgravi, viaggi e parcheggi gratis e altre puttanate del genere.

Se così fosse allora meglio così, una merda di istituzione europea parassita in meno in città. :lol:

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_novembre_23/milano-niente-iva-canone-rai-benefit-segreti-offerti-all-ema-a71bb298-d047-11e7-90be-0a385e484c27.shtml
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Re: Diario economico

Messaggioda maxer » 23 nov 2017 22:13

pippuz ha scritto:Pare ci fossero delle pagine "nascoste" che parlano di sgravi, viaggi e parcheggi gratis e altre puttanate del genere.

Se così fosse allora meglio così, una merda di istituzione europea parassita in meno in città. :lol:

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_novembre_23/milano-niente-iva-canone-rai-benefit-segreti-offerti-all-ema-a71bb298-d047-11e7-90be-0a385e484c27.shtml

Letto. I soliti schifosi benefit previsti per i funzionari UE (come al solito esclusi i precari, i temporary agent), a carico ovviamente dei normali cittadini.
Però quello che scrivi mi sembra un po' come descritto nella famosa favola di Esopo "La volpe e l' uva".
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Re: Diario economico

Messaggioda pippuz » 24 nov 2017 11:39

maxer ha scritto:
pippuz ha scritto:Pare ci fossero delle pagine "nascoste" che parlano di sgravi, viaggi e parcheggi gratis e altre puttanate del genere.

Se così fosse allora meglio così, una merda di istituzione europea parassita in meno in città. :lol:

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_novembre_23/milano-niente-iva-canone-rai-benefit-segreti-offerti-all-ema-a71bb298-d047-11e7-90be-0a385e484c27.shtml

Letto. I soliti schifosi benefit previsti per i funzionari UE (come al solito esclusi i precari, i temporary agent), a carico ovviamente dei normali cittadini.
Però quello che scrivi mi sembra un po' come descritto nella famosa favola di Esopo "La volpe e l' uva".

Dai, c'era la faccina. Certo che sarebbe stato un bene se fosse arrivata a Milano.

C'è anche da dire che a me la parola europa provoca l'orticaria.
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Re: Diario economico

Messaggioda maxer » 24 nov 2017 11:48

pippuz ha scritto:Dai, c'era la faccina. Certo che sarebbe stato un bene se fosse arrivata a Milano.

Ops :( faccina sfuggita ... :D
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Re: Diario economico

Messaggioda harmattan » 24 nov 2017 11:52

pippuz ha scritto:Dai, c'era la faccina. Certo che sarebbe stato un bene se fosse arrivata a Milano.

C'è anche da dire che a me la parola europa provoca l'orticaria.


E' stato un peccato perderla così. Del resto mica abbiamo chiesto l'Agenzia Europea bancaria (andata a Parigi!) :lol: :lol:
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Re: Diario economico

Messaggioda pippuz » 24 nov 2017 11:56

harmattan ha scritto:
pippuz ha scritto:Dai, c'era la faccina. Certo che sarebbe stato un bene se fosse arrivata a Milano.

C'è anche da dire che a me la parola europa provoca l'orticaria.


E' stato un peccato perderla così. Del resto mica abbiamo chiesto l'Agenzia Europea bancaria (andata a Parigi!) :lol: :lol:

Per quella era in corsa Siena. Il dossier lo hanno preparato a tre mani :twisted: la Boschi e Renzi.
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Re: Diario economico

Messaggioda harmattan » 24 nov 2017 13:34

pippuz ha scritto:Per quella era in corsa Siena. Il dossier lo hanno preparato a tre mani :twisted: la Boschi e Renzi.


:lol: :lol: :lol:

Sempre per rimanere in tema di banche, la BCE sta lavorando ad una bella supposta per i correntisti

C'è un paper di questo mese piuttosto inquietante https://www.bankingsupervision.europa.eu/ecb/legal/pdf/en_con_2017_47_f_sign.pdf

in cui la Bce propone di sostituire i "covered deposits" , ossia i conti correnti sotto i 100k , con "straordinarie misure di flessibilità" ora che la ripresa economica è avviata :lol: :lol: :lol: .

al paragrafo 5.3
"An effective pre-resolution moratorium needs to have the broadest possible scope in order to allow for a timely reaction to liquidity outflows. The general exception for covered deposits and claims under investor compensation schemes should be replaced by limited discretionary exemptions to be granted by the competent authority in order to retain a degree of flexibility. Under that approach, the competent authority could, for example, allow depositors to withdraw a limited amount of deposits on a daily basis consistent with the level of protection established under the Deposit Guarantee Schemes Directive (DGSD)34, while taking into account potential liquidity and technical constraints. Certain safeguards to protect the rights of depositors should be put in place, such as a clear communication on when access to deposits would be restored. Finally, possible implications under the DGSD should be assessed, as the pre-resolution moratorium tool would not be useful if it were to be deemed to trigger the unavailability of deposits under the DGSD".
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Re: Diario economico

Messaggioda maxer » 24 nov 2017 15:13

pippuz ha scritto:Per quella era in corsa Siena. Il dossier lo hanno preparato a tre mani :twisted: la Boschi e Renzi.

La QUARTA mano (di Renzi o della Boschi) SI PUÒ SAPERE DOV' ERA FINITA ? ? ? :mrgreen:
E Lotti ? Non c' era ?
Indaghiamo, per favore.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 25 nov 2017 20:27

Piccola notarella contro la banda dei soliti coglioni che imperversa in Italia contro quelli più bravi di loro, nella fattispecie il maglionato.

"Basti pensare che Sergio Marchionne è stato nominato amministratore delegato della Fiat il primo giugno del 2004, quando la quotazione del gruppo oscillava intorno a 5,5 miliardi di euro. Oggi ci sono tre realtà separate: Cnh, Fca (dopo la fusione con Chrysler) e la Ferrari. Tutte insieme capitalizzano qualcosa come 55 miliardi."
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 27 nov 2017 15:35

‘Alitalia in crisi per colpa degli errori dei Capitani Coraggiosi chiamati da Berlusconi nel 2008’

A tarpare le ali di Alitalia non è stato l’avvento delle compagnie low cost, ma le scelte scellerate dei Capitani Coraggiosi chiamati da Silvio Berlusconi per salvare la compagnia di bandiera. Senza i danni causati dal Piano Fenice firmato da Cai – in base al quale l’ex Alitalia ha abbandonato il mercato infrauropeo, rinunciando volontariamente a un tesoro di circa 10 milioni di passeggeri per concentrarsi sul mercato domestico a tariffe non competitive – oggi l’Italia non sarebbe il Paese europeo col maggior tasso di penetrazione di vettori a basso costo. Un “regalone” che ha permesso in meno di dieci anni a Ryanair e simili di accaparrarsi il 52% dei voli nazionali e il 60% di quelli intraeuropei (dati 2016). Ciò che ancora oggi viene indicato come la causa della crisi della ex compagnia di bandiera, sarebbe quindi l’effetto delle sue politiche industriali.

Sono alcune delle conclusioni contenute in “Alitalia e il mercato del trasporto aereo”, il dossier elaborato dal Dipartimento di Scienze Economico aziendali (Di.Sea.De) dell’Università Statale di Milano Bicocca. Uno studio ancora inedito – che Business Insider Italia ha potuto leggere in anteprima – firmato dal professor Ugo Arrigo, che ha il merito di smontare molti dei luoghi comuni spesso associati alla vicenda Alitalia. L’analisi nasce dall’esame di tutti i bilanci della compagnia dal 1947, anno della fondazione, ai giorni nostri. «In realtà ci fermiamo al 2015, perché i bilanci e i numeri del 2016 non sono ancora stati forniti dagli attuali commissari (Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari, ndr», spiega il Professore.

Non uno qualsiasi Arrigo, ma la “Cassandra” che già a settembre 2008 aveva previsto l’attuale debacle del vettore. E il relativo nuovo salasso per le casse pubbliche, che per non lasciare a terra gli aerei, hanno appena accordato alla compagnia un prestito ponte da 900 milioni, oltre ad altri 80 milioni l’anno per 1600 cassaintegrazioni. Un’ennesima iniezione di contante che segue quella versata per la crisi del 2008 (quando nacque Cai) e del 2014 (che portò in regalo gli arabi di Etihad). In entrambi i casi, i privati godettero dell’aiuto dello stato, mettendoci molto poco di tasca propria: i Capitani coraggiosi nel 2008 versarono complessivamente 427 milioni (la valutazione degli asset ceduti dall’allora commissario Augusto Fantozzi fu 1.052 miliardi, ma 625 milioni risultarono un accollo di debiti), mentre Etihad nel 2014 versò 388 milioni cash, ma pretese, come vedremo, la cessione di cinque preziosi slot (il permesso ad atterrare e decollare in un aeroporto in una specifica data e orario)sull’aeroporto londinese di Heathrow e del 75% di Millemiglia. Complessivamente Capitani ed Ethiad rilevarono Alitalia con 815 milioni complessivi.

Per capire perché Alitalia si sia ritrovata alla terza iniezione di capitale in meno di otto anni, è utile analizzare il flusso delle perdite dal 1947 a oggi. Si scopre così che tra il 1947 e 2007 – ultimo anno a gestione pubblica, espresse in euro 2016 (rivalutazione fatta con l’indice del Pil nominale) -, queste ammontano a 6,5 miliardi, valore che si riduce a 5 miliardi conteggiando gli 1,5 miliardi di tasse versate dalla compagnia allo Stato. Colpisce che sino alla decisione di smantellare l’Iri (1993), le perdite cumulate di Alitalia sono zero al lordo delle tasse. I 5 miliardi di perdita al lordo delle tasse si creano infatti nel periodo tra lo smantellamento di Iri e la gestione diretta da parte del Tesoro (scelta incomprensibile in quanto il Tesoro non aveva mai avuto alcuna competenza di tipo industriale). Ma, soprattutto, si scopre che nel 2008, la scelta dell’allora premier Berlusconi di mettere in piedi la “cordata patriottica” ha comportato una perdita ulteriore per le casse pubbliche, stimabile approssimativamente in 5-6 miliardi. «Quella fu una mossa geniale di Berlusconi, che rinunciò all’ottima offerta di acquisto presentata da Air France, per dare alla compagnia a imprenditori presentati come “di sinistra”, a partire da Colaninno padre», ricorda amaro Arrigo, il quale sottolinea anche le colpe dei sindacati, i quali con toni pur diversi, appoggiarono l’operazione scellerata.
Dati alla mano, la verità oggi innegabile è che gli oltre 10 miliardi di oneri derivanti da Alitalia si creano quasi tutti del periodo post IRI e oltre la metà di questi è imputabile alla scelta del 2008. Una bella medaglia per il Cavaliere. *

* prendo da altra fonte, per completezza dell'informazione:
Dal 1974 al 2007, ultimo bilancio prima del commissariamento, Alitalia ha accumulato perdite per 4,4 miliardi di euro. Ma è soprattutto negli anni ’90 che le perdite esplodono. Dal 1996 in poi, anno della prima perdita monstre da 625 milioni, il saldo è stato negativo per 3,9 miliardi, con un picco di -907 milioni nel 2001. Dei 34 anni esaminati - segnala Mediobanca - 20 hanno chiuso in deficit, sommando una perdita pari a 5,1 miliardi . Dal 1989 in poi in 15 bilanci su 19 hanno chiuso in perdita netta. La gestione in bonis di Alitalia ha assorbito ben 4,949 miliardi di euro di aumenti di capitale, 245 milioni di contributi e 195 milioni di altri oneri. In totale fanno 5,4 miliardi. E se il conto netto scende a quota 3,3 è solo perché lo Stato in questo lasso di tempo ha comunque ottenuto dalla società una serie di introiti, soprattutto per effetto del collocamento di titoli e dismissioni varie (971 milioni di euro), cui si aggiungono 862 milioni di imposte pagate dalla società. E i dividendi? Ci sono, ma contribuiscono solo in minima parte al riequilibrio: ammontano ad appena 108 milioni di euro, 242 ai corsi attuali.
L’amministrazione straordinaria, partita alla fine dell’agosto 2008 già zavorrata da 1,6 miliardi di perdite portate a nuovo, di suo ne ha prodotte per un altro miliardo e 300 milioni. L’onere complessivo a tutto il giugno 2014, arriva a quota 4,1 miliardi ed è composto da 300 milioni di prestito ponte erogato dal Mef nel 2008, 300 milioni di emissione zero coupon, 300 milioni di obbligazioni Alitalia in carico al Mef, e 1,2 miliardi di passivo patrimoniale. A queste voci vanno poi aggiunti i 100 milioni investiti dalle Poste in Alitalia-Cai, e soprattutto 660 milioni di euro per cigs a zero ore e mobilità tra il 2008 ed il 2015, che corrispondono ai famigerati 7 anni di ammortizzatori sociali garantiti ai 4mila esuberi della vecchia Alitalia. Ed infine c’è il peso del Fondo speciale trasporto aereo attraverso il quale viene assicurato loro un trattamento pari all’80% della retribuzione originale, anziché i 1089 euro dell’assegno Inps.

Stesso discorso (errato) vale per le tratte di medio raggio: Cai prevedeva un ricavo medio di 118 euro a biglietto, ne raccoglierà appena 95 euro, con un ammanco rispetto alle previsioni di circa 180 milioni di euro. Ecco spiegate le perdite aziendali dell’ultimo biennio.

Ma anche così è difficile comprendere come si possa arrivare ad accumulare 5 miliardi di debiti in un mercato in continua crescita: tra il 1997 e il 2016 l’Italia passa da 50 milioni di passeggeri/anno a 134 milioni. Un boom che ha avvantaggiato soprattutto le low cost, che tra il 2004 e il 2016 quadruplicano i passeggeri (da 13 a 66 milioni). Negli stessi anni anche le altre compagnie tradizionali crescono, passando da 33 a 42 milioni di passeggeri. L’unica a perdere in maniera continuata è Alitalia: dal 37% del mercato di linea controllato a fine 2007, Cai riparte nel 2009 con il 23%, per approdare al misero 17,6% del 2016.

Quindi la risposta alla domanda precedente è: sbagliando tutto quanto fosse possibile sbagliare. Cai dal 2008 decide di non provare neanche a competere con gli altri vettori sulle rotte europee e cancella così gran parte delle offerte infracontinentali; di non puntare neanche su quelle intercontinentali, nonostante assicurino maggiori margini di guadagno; di lanciarsi in un’insensata guerra alle low cost sulle tratte nazionali, ma però offrire tariffe paragonabili e, infine, di avere solo aerei in leasing! Corollario di tutto ciò, il ridimensionamento indiscriminato: meno persone, meno offerta, meno servizi. Eccolo in sintesi il Piano Fenice, una disfatta.
Con il solo il disimpegno volontario di Cai nel medio raggio, la compagnia perde nel biennio 2007/2009 oltre 6 milioni di passeggeri. Che passano tutti alle low cost, tanto che queste registrano 26 milioni di viaggiatori trasportati nel 2007, 29 nel 2009, 36 nel 2011 fino ai 50 milioni del 2016.

Tagli e costo del lavoro

Altro mito da sfatare è quello di una compagnia azzoppata dall’insopportabile costo del lavoro: in realtà questo oggi pesa per meno del 17% sui costi industriali della compagnia, ed è il più basso tra tutte le compagnie di tradizionali europee (British 21%, Lufthansa 23%, Air France-Klm 30%). Un indice in continua discesa: dai 15 euro a posto offerto del 2009, si è passati ai 12 euro del 2015, mentre il costo medio per un dipendente Alitalia oggi è di 8 mila euro più basso rispetto alla media degli altri vettori tradizionali e di 5 mila euro inferiore a quello di una low cost.
Al netto degli oneri a carico del datore di lavoro, persino Ryanair paga di più i propri lavoratori! Tuttavia tale diminuzione è stata vanificata dal parallelo incremento dei costi per la flotta, passati da 14 euro a biglietto del 2009 ai 19 del 2015. Insomma, i sacrifici dei lavoratori sono stati tanti, onerosi ma soprattutto vani!

Ridimensionamenti “tafazziani”

Anche la politica dei “ridimensionamenti” indiscriminati è stata “tafazziana” secondo Arrigo: nel 2007 Alitalia dichiarava costi operativi 5,2 miliardi di euro. Nel 2009 Cai, reduce dall’assorbimento di AirOne (a un prezzo sconsiderato), taglia per oltre 2 miliardi (la stessa cifra che si intende tagliare oggi) e chiude il bilancio con 3,2 miliardi di costi. Tuttavia, quando le aziende vengono ridimensionate, insieme ai costi si riducono anche i ricavi che i rami recisi generavano. Quindi, il ridimensionamento è vantaggioso solo se la riduzione dei primi è molto più consistente di quella dei secondi. Se invece dopo i tagli, costi e ricavi si equivalgono, c’è un problema.
Ed è proprio ciò che accade ad Alitalia: nel 2007 aveva 5,2 miliardi di costi operativi a fronte di 4,9 miliardi di ricavi; Cai nel 2009 ha 3,2 miliardi di costi e 2,9 miliardi di ricavi. Il saldo negativo di gestione resta uguale a -300 milioni, tuttavia la Cai del 2009 è una compagnia molto più piccola di Alitalia e meno competitiva. E dopo sarà anche peggio: “Nel 2015, ultimo anno di cui è noto il bilancio, Alitalia ha registrato ricavi operativi per poco meno di 3,2 miliardi e costi operativi per poco meno di 3,6 miliardi, con un risultato negativo di 420 milioni. I ricavi operativi hanno pertanto coperto solo l’88% dei costi operativi, contro il 94% del 2007, l’ultimo anno a gestione statale piena della vecchia Alitalia”, si legge nel rapporto. La storia di Alitalia è un esempio da manuale di come la sola riduzione dei costi attraverso la contrazione dei fattori produttivi non serva a riequilibrare i conti di un’azienda.

Il leasing che strozza

Altra voce di costo insostenibile è quella della flotta: nel 2009, Cai decise di rinunciare alla flotta di proprietà, ritenendo più conveniente utilizzare aeromobili in leasing. Così oggi la compagnia si ritrova con soli 7 aeromobili di proprietà su 122 velivoli totali. Gli altri sono noleggiati a prezzi totalmente fuori mercato: per i 20 velivoli regionali spende 55,4 milioni l’anno (2,8 milioni l’uno); per i 23 a lungo raggio, 127 milioni (5,8 milioni); per i 72 di medio raggio, 261 milioni (3,6 milioni). Per comprendere quanto sia il sovrapprezzo, basti pensare che Vueling, l’unico altro grande vettore europeo non proprietario, per un medio raggio paga 2,4 milioni l’anno, 1,2 milioni in meno di Alitalia. Inoltre Vueling ha aerei più capienti, più performanti e che volano per più ore.

Anche gli Arabi hanno fatto (male) la loro parte

Se la gestione Cai è stata disastrosa, quella successiva di Etihad non ha certo brillato: degli arabi probabilmente rimarranno negli annali solo gli insufficienti investimenti sul lungo raggio, l’esplosione dei costi per flotta e servizi, l’incredibile vicenda degli slot.
Quando nel 2014 i Capitani Coraggiosi implorano l’ingresso in società dei soldi degli Emirati Arabi Uniti, i manager di Abu Dhabi accettano, ma pongono una condizione capestro: per iniziare l’avventura, Cai avrebbe dovuto cedere loro 5 slot su Heathrow per 60 milioni complessivi. Una cifra irrisoria, considerando che un singolo slot su Londra era valutato in media 40 milioni! Evidentemente i manager Cai non conoscevano i prezzi correnti o non erano in grado di opporsi. Ma oltre la rapina la beffa: subito dopo la cessione, quegli stessi slot Etihad li affitterà proprio a Cai…

Che fare oggi

Fin qui abbiamo visto cosa è accaduto in passato, ma il report di Arrigo suggerisce anche soluzioni per uscire dalla crisi attuale. «Basterebbero 900 milioni – che poi è la cifra del prestito ponte concesso ad Alitalia dal governo nei mesi scorsi – per ripartire. Peccato che gli attuali commissari usino quei soldi unicamente per tamponare le spese in attesa di un compratore», commenta sconsolato Arrigo.

E sì che la via per la rinascita sarebbe molto chiara: «Per prima cosa si dovrebbe incrementare il lungo raggio, anche se ciò richiede investimenti onerosi», e contemporaneamente, «Alitalia dovrebbe attivare un’offerta a basso costo su tratte brevi, aprendo o comprando una low cost. Il tutto, naturalmente, tornando a fare concorrenza sul traffico intraeuropeo».

Altrettanto necessario sarebbe l’abbattimento dei costi della flotta: nel 2015 i costi operativi totali di Alitalia per posto offerto per un viaggio da 1000 km sono stati pari a 75 euro, un valore più che doppio rispetto ai 36 euro di Ryanair, ma non così distanti dai 66 euro di EasyJet (15% in più) e dai 60 di Vueling (25% in più). E l’obiettivo di scendere al livello dei due ultimi vettori è difficile, ma non impossibile.

Secondo Arrigo, la strada da seguire è quella imbracciata nel 2006 (ben 11 anni fa!) da Iberia, compagnia messa in difficoltà dalla concorrenza low cost (la Spagna è l’unico altro grande paese europeo oltre all’Italia in cui metà del mercato è coperta dai vettori a basso prezzo). Il vettore spagnolo ha fondato nel 2006 una sua low cost, Clickair, che nel 2009 si è fuso con la low cost privata Vueling.

Nel 2016 hanno volato nei cieli spagnoli 195 milioni di passeggeri (contro i 130 milioni italiani), solo 18 milioni dei quali ha utilizzato Iberia, o la sua low cost locale Iberia Express, ma Vueling da sola ha trasportato quasi 23 milioni di passeggeri, più di tutta la nostra Alitalia.

Insieme, Iberia e Vueling hanno raccolto quasi 41 milioni di passeggeri, poco meno del doppio di Alitalia, con una quota di mercato complessiva del 21%, superiore a quel 17% raggiunto da Alitalia sul mercato italiano. In questo 21% predomina tuttavia la parte low cost, dato che Vueling e Iberia Express hanno assieme il 14%, mentre Iberia solo il 7%. «La cosa più importante di tutte e senz’altro quella di maggior interesse per Alitalia è che questi vettori hanno bilanci in utile e dimostrano come si possa guadagnare sia come low cost, sia come vettori tradizionali, purché posizionati sul segmento giusto del mercato», sottolinea Arrigo. Quindi una speranza c’è? «Sì, a patto che si trovino partner di capitali seri, ma per carità: basta Capitani coraggiosi…», chiosa il Professore.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 28 nov 2017 12:52

MILANO, 28 novembre (Reuters) - L'economia italiana dovrebbe crescere quest'anno al più che incoraggiante ritmo di 1,6%, per stabilizzarsi a 1,5% nel 2018 e rallentare leggermente a 1,3% l'anno successivo.
Nero su bianco, queste le ultime stime Ocse da confrontarsi con le cifre ufficiali della Nota di aggiornamento al Def di fine settembre, che indicano 1,5% per tutti e tre gli anni.
Più recentemente Istat ha reso noto che nel terzo trimestre il Pil è cresciuto dello 0,5% su trimestre precedente.

Nel capitolo che l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico dedica all'Italia in occasione dell'ultimo rapporto 'Economic Outlook', gli economisti guidati da Angel Gurria fanno riferimento a una ripresa che va espandendosi senza però tralasciare i punti più vulnerabili della congiuntura, identificati nella montagna del debito pubblico e nei crediti deteriorati in portafoglio alle banche.
In entrambi i casi -- peraltro -- la prospettiva invita alla cautela ma è tutt'altro che fosca.

Dopo il 132,0% in percentuale rispetto al Pil con cui si è chiuso il 2016, la performance proiettata dall'Ocse per il debito/Pil è di una flessione a 131,6% quest'anno, 129,8% il prossimo e 127,7% nel 2019 (identica al Def l'attesa sul 2017, mentre il governo vede 130% l'anno prossimo e 127,1%nel 2019).
"L'elevato debito pubblico riduce il margine di manovra della politica fiscale, rendendola eccessivamente sensibile alle modifiche dei tassi di interesse" avverte l'organizzazione parigina.

Quanto ai crediti deteriorati, si riconoscono i frutti delle misure finora messe a punto dal governo ribadendo però che il fardello delle sofferenza ha un effetto deteriore sulla fiducia nel settore bancario, oltre a minacciare di compromettere i saldi di finanza pubblica.
"Ilgoverno ha stanziato 20 miliardi di euro -- l'1,2% del Pil -- a sostegno del sistema bancario e ne ha utilizzati a oggi circa la metà. La strategia dell'esecutivo si è finora basata su una combinazione di sostegno patrimoniale e risoluzione" scrive il rapporto.

Da 'moderatamente espansiva' la politica di bilancio si porterà l'anno prossimo su posizioni sostanzialmente neutrali, continua l'analisi Ocse, da cui in questo modo arriva anche una sorta di primo giudizio sui contenuti della manovra.

In termini di crescita 'tout court' il tono Ocse è comunque inequivocabilmente positivo: si fa riferimento al motore principale della ripresa che resta la domanda privata, ma anche a un andamento incoraggiante delle voci investimenti ed esportazioni, sostenute la prima dagli incentivi fiscali e la seconda da una domanda estera che non accenna a rallentare.

Di pari passo al consolidamento delle crescita deve però proseguire il percorso delle riforme strutturali, in modo da favorire un aumento dell'avanzo primario con gli strumenti della lotta all'evasione e della razionalizzazione della spesa pubblica che abbiano ricadute positive sia sul grado di coesione sociale e sia sul potenziale di crescita.
"Un rallentamento nel percorso delle riforme strutturali e uno sforamento degli obiettivi di bilancio dopo le elezioni previste nei primi mesi del 2018 avrebbe effetti deteriori sulla fiducia e rischia di far deragliare una ripresa economica durevole" avverte l'Ocse.

Per chiudere su una nota positiva, identiche a quelle del governo sono le attese sul deficit/Pil 2017 e 2018 -- a livello nominale -- pari rispettivamente a 2,1% e 1,6%, mentre sul 2019 il governo indica 0,9% e l'Ocse 1,1%.

Il miglioramento del mercato del lavoro -- da 11,7% del 2016 l'idea Ocse è di un tasso di disoccupazione in calo a 11,2% quest'anno, 10,5% il prossimo e 10,1% nel 2019 -- si tradurrà inoltre in un aumento del reddito disponibile.
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Messaggioda zampaflex » 28 nov 2017 12:53

Titoli Stato Italia, portafoglio banche italiane ottobre a minimo da fine 2012

MILANO, 28 novembre (Reuters) - A ottobre il portafoglio di titoli di Stato italiani in mano a banche operanti nel Paese è calato nuovamente, scendendo al minimo da dicembre 2012.

Secondo i dati preliminari Bce, il controvalore del portafoglio si attesta a ottobre a 362,021 miliardi euro dai 374,216 miliardi rivisti di fine settembre.

L'importo del portafoglio si è mantenuto sopra i 400 miliardi ininterrottamente da maggio 2013 a ottobre 2016 -- con un picco di quasi 440 miliardi a febbraio 2015 -- tornando nuovamente oltre tale soglia in marzo e aprile di quest'anno.

A spiegare la riduzione del portafoglio di governativi nazionali detenuto delle banche italiane sono principalmente le vendite di titoli all'Eurosistema nell'ambito del QE. A questo si aggiunge la volontà degli istituti di credito di non farsi trovare impreparati di fronte a possibili nuove regole che penalizzino il possesso di Btp.

Il presidente della Bce Mario Draghi ha però detto recentemente che non c'è nessun accordo globale per applicare il risk weight ai titoli di Stato o per fissare un tetto al loro possesso.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 02 dic 2017 20:53

Eccola qui, puntuale è arrivata la porcata dei neocon repubblicani, che hanno partorito una manovra fiscale da luogo comune: meno tasse ai ricchi e dito medio agli altri.

"La riforma, la piu drastica riscrittura delle imposte dagli anni Ottanta, è stata votata dal Senato al termine di frenetici compromessi e di una maratona di emendamenti, che hanno visto parte della legge scritta in fretta a mano in un clima spesso surreale e ad alta tensione. Il testo ha alla fine tenuto ferma la riduzione permanente dell’aliquota aziendale al 20% dal 35% a partire dal 2019 e fatto scattare riduzioni temporanee delle imposte individuali.

I repubblicani hanno varato il progetto nonostante l’allarme sui suoi costi lanciato dall’ufficio studi del Congresso in materia fiscale, il Joint Committee on Taxation. Il Comitato ha trovato che gli sgravi avranno un effetto minimo sulla crescita, lo 0,8% in più in dieci anni, e scaveranno un passivo di mille miliardi nei conti pubblici.

Le analisi indipendenti stimano che, se inizialmente il 70% degli americani dovrebbe pagare meno imposte, in realtà i ceti medi e medio bassi avranno guadagni minimi e che svaniranno nel tempo con la scadenza degli sgravi individuali nel 2025. Milioni di cittadini vedranno inoltre le tasse aumentare a causa della perdita della possibilità di dedurre le imposte locali nella dichiarazione dei redditi federale. Le priorità di business della legislazione sono parse chiare quando è stato bocciato un emendamento presentato dal senatore repubblicano Marco Rubio che proponeva di lasciare qualche punto in più nell'aliquota aziendale - al 22%-24% - per aumentare invece gli aiuti alle famiglie con figli a carico.

I maggiori vantaggi spetteranno in prospettiva, oltre che alle aziende, ai redditi più elevati. Vengono drasticamente ridotti gli oneri fiscali per le cosiddette società pass-trhough, dove i profitti vengono passati al proprietario e assoggettati ad aliquote individuali. Ebbene questo reddito potrà avvantaggiarsi di una deduzione del 23%, anche superiore al 17,4% originalmente proposto. Oltre il 70% di chi si serve di società pass-through non è fatto di piccoli imprenditori ma appartiene all'1% più abbiente della popolazione, spingendo i critici a denunciare un nuovo meccanismo di elusione fiscale."
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Re: Diario economico

Messaggioda tenente Drogo 2 » 03 dic 2017 01:36

continuiamo così, facciamoci del male

http://www.lastampa.it/2017/12/02/econo ... agina.html
I comunisti mi trattavano da fascista, i fascisti da comunista.
Tutto questo ha aiutato il film.
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Re: Diario economico

Messaggioda pippuz » 04 dic 2017 10:33

In effetti ...

La Busiarda ha scritto:La risposta è positiva: nasce una task force tecnica, guidata da Marin, incaricata di individuare gli iter più veloci nel rispetto dei vincoli paesaggistici, ambientali e urbanistici. Nel maggio del 2016 nel resort di Pragelato Henri Giscard d’Estaing annuncia ufficialmente il lancio del progetto della «fabbrica delle nevi», con un investimento di 80 milioni in grado di portare 800 posti di lavoro. In cambio gli enti locali, come spiega Chiamparino si impegnano a «completare in 430 giorni l’iter di tutte le procedure di autorizzazione. L’obiettivo è di aprire la struttura per il Natale del 2018."


1) Una task force (-già scatta la bestemmia per il termine-) che non serve a un cazzo.
2) 430 giorni per fare cosa?
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Re: Diario economico

Messaggioda maxer » 04 dic 2017 10:40

Allarghiamo un po' la visione.

Alcune cifre (fonte: Credit Suisse Global Wealth Databook 2017) :

DISTRIBUZIONE RICCHEZZA PER POPOLAZIONE
Lo 0,7 % / 36 mln del numero di adulti nel mondo ha un patrimonio superiore a 1.000.000 di dollari;
il 7,9 % / 391 mln ha un patrimonio tra i 100.000 e 1.000.000 di dollari;
il 21,3 % / 1.054 mln ha un patrimonio tra i 10.000 e i 100.000 dollari;
il 70,1 % / 3.474 mln ha un patrimonio inferiore a 10.000 dollari.

DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA PER PATRIMONIO
Lo 0,7 % della popolazione adulta mondiale possiede il 45,9 % / 128.700 miliardi di dollari della ricchezza complessiva mondiale di 280.200 miliardi di dollari;
il 7,9 % possiede il 39,8 % / 111.400 mld della ricchezza mondiale;
il 21,3 % possiede l' 11,6 % / 32.500 mld della ricchezza mondiale;
il 70,1 % possiede solo il 2,7 % / 7.600 mld della ricchezza mondiale.

Aggregando i dati significa che l' 8,6 % della popolazione adulta mondiale possiede da sola ben l' 85,7 % / 240.100 mld di dollari della ricchezza mondiale, mentre il restante 91,4 %
ne possiede soltanto il 14,3 %.


Forse c' è qualcosa che non va nel mondo.
carpe diem 8)
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Re: Diario economico

Messaggioda pippuz » 04 dic 2017 12:34

Per non dimenticare:
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Re: Diario economico

Messaggioda Timoteo » 04 dic 2017 12:40

pippuz ha scritto:Per non dimenticare:
Immagine


e vabbe'.
ma vuoi mettere votare senza capire cosa.
votare per antipatia......
tocca levallo il suffragio universale.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 04 dic 2017 13:46

Timoteo ha scritto:
pippuz ha scritto:Per non dimenticare:
Immagine


e vabbe'.
ma vuoi mettere votare senza capire cosa.
votare per antipatia......
tocca levallo il suffragio universale.


Anche tu con noi!
Voto per censo!

:mrgreen:
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 04 dic 2017 13:48

maxer ha scritto:Allarghiamo un po' la visione.

Alcune cifre (fonte: Credit Suisse Global Wealth Databook 2017) :

DISTRIBUZIONE RICCHEZZA PER POPOLAZIONE
Lo 0,7 % / 36 mln del numero di adulti nel mondo ha un patrimonio superiore a 1.000.000 di dollari;
il 7,9 % / 391 mln ha un patrimonio tra i 100.000 e 1.000.000 di dollari;
il 21,3 % / 1.054 mln ha un patrimonio tra i 10.000 e i 100.000 dollari;
il 70,1 % / 3.474 mln ha un patrimonio inferiore a 10.000 dollari.

DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA PER PATRIMONIO
Lo 0,7 % della popolazione adulta mondiale possiede il 45,9 % / 128.700 miliardi di dollari della ricchezza complessiva mondiale di 280.200 miliardi di dollari;
il 7,9 % possiede il 39,8 % / 111.400 mld della ricchezza mondiale;
il 21,3 % possiede l' 11,6 % / 32.500 mld della ricchezza mondiale;
il 70,1 % possiede solo il 2,7 % / 7.600 mld della ricchezza mondiale.

Aggregando i dati significa che l' 8,6 % della popolazione adulta mondiale possiede da sola ben l' 85,7 % / 240.100 mld di dollari della ricchezza mondiale, mentre il restante 91,4 %
ne possiede soltanto il 14,3 %.


Forse c' è qualcosa che non va nel mondo.


Visto che se nordico, puoi trasferirti ancora più su :wink:

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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 04 dic 2017 22:33

In questo post potete vedere uno specchietto del CBO (Congressional Budget Office) che illustra benefici e perdite della riforma fiscale americana approvata.
I meno abbienti ci perdono secco. Era trumpiana...

http://www.wallstreetitalia.com/borse-euforiche-per-riforma-fiscale-usa-profonde-mutazioni-sul-forex/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+WallStreetItalia&utm_content=04-12-2017+borse-euforiche-per-riforma-fiscale-usa-profonde-mutazioni-sul-forex+eventi-live
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Re: Diario economico

Messaggioda Timoteo » 04 dic 2017 22:42

zampaflex ha scritto:In questo post potete vedere uno specchietto del CBO (Congressional Budget Office) che illustra benefici e perdite della riforma fiscale americana approvata.
I meno abbienti ci perdono secco. Era trumpiana...

http://www.wallstreetitalia.com/borse-euforiche-per-riforma-fiscale-usa-profonde-mutazioni-sul-forex/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+WallStreetItalia&utm_content=04-12-2017+borse-euforiche-per-riforma-fiscale-usa-profonde-mutazioni-sul-forex+eventi-live


ero sempre stato sicuro che facevo bene a essere abbiente.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 06 dic 2017 12:42

Articolo del Sole sulla relazione OCSE sulle pensioni

Italia è il paese che nell’Ocse ha per gli uomini l’età di uscita “effettiva” per pensionamento più bassa rispetto a quella di vecchiaia legale. Lo scrive l'Ocse nel «Panorama sulle pensioni 2017» secondo il quale nel 2016 ci sarebbero stati tra l’età di uscita per vecchiaia (66,7 anni) e quella media effettiva 4,4 anni di differenza, il divario più alto nell’area Ocse. Si esce quindi abbondantemente prima dei 63 anni. In media nell’area Ocse il divario tra età legale ed effettiva di uscita per pensionamento è di 0,8 anni per gli uomini e di 0,2 anni per le donne.

In pensione a 71 anni e 2 mesi è però la prospettiva – secondo i calcoli dell’Ocse - per il ventenne italiano, nato nel 1996, che ha iniziato a lavorare nel 2016, se avrà una carriera lavorativa senza interruzioni e se saranno applicate le attuali regole. Sarà l'età di ritiro dal lavoro più alta dell’Ocse, dopo quella dei danesi che dovranno attendere fino ai 74 anni e sarà sopra la media dei Paesi industrializzati, stimata attorno a 65,5 anni. E questo anche se il rapporto Ocse, d’altro canto, sottolinea che l’Italia è uno dei Paesi che attualmente dedica più risorse alle pensioni, ha una delle età effettive di pensionamento più basse ed è uno dei Paesi più sfavoriti dall’andamento demografico, con il tasso degli “over-65” destinato a impennarsi nei prossimi decenni rispetto alla popolazione in età lavorativa. Un quadro che nell’Economic Outlook semestrale pubblicato la scorsa settimana ha indotto l’Ocse a raccomandare all’Italia di non toccare le norme sulle pensioni in vigore, in particolare il legame con l’aspettativa di vita.

La duplice sfida per l’Italia sulle pensioni consiste pertanto nel limitare la spesa nel breve e medio termine e nel fare fronte al nodo dell’adeguatezza dei trattamenti per quanti andranno in pensione in futuro, considerando che soprattutto per i giovani sarà difficile avere una carriera lavorativa senza interruzioni che è il presupposto, con le attuali regole, di un trattamento pensionistico adeguato. In Italia «aumentare l’età di effettivo pensionamento dovrebbe continuare ad essere la priorità per garantire adeguati benefici pensionistici senza mettere a rischio la sostenibilità finanziaria», scrivono gli esperti dell’Ocse. Questo implica concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione, soprattutto nelle categorie più vulnerabili. L'Ocse definisce, inoltre, «innovativa» l'Ape, in quanto affronta le imperfezioni del mercato del credito introducendo un collaterale affidabile. Tuttavia, è un'opzione che puo' andare bene solo a quanti hanno una lunga storia contributiva che possono permettersi una pensione più bassa.

Nel 2013 la spesa per le pensioni in Italia era pari al 16,3% del Pil (14% in termini netti), inferiore solo al 17,4% della Grecia, pari a quasi il doppio della media Ocse (8,2%) e in aumento di quasi il 21% rispetto al 2000. Per effetto delle riforme, l’incidenza nel tempo è destinata ad attenuarsi, scendendo al 15,3% nel 2020 e al 13,8% nel 2060, ma restando sopra la media Ocse. Intanto, da sola la spesa per le pensioni assorbe un terzo della spesa pubblica italiana (32% contro il 18% Ocse). Non solo. Il tasso di contribuzione previdenziale, pari al 33% (9,2% da parte del dipendente e 23% da parte del datore di lavoro), è il più alto dell'intera Ocse (media 18,4%). Attualmente, in Italia l’età normale di pensionamento, in media 66,6 anni per gli uomini e a 65,6 anni per le donne, secondo il rapporto Ocse, supera già la media dell’area (64,3 e 63,4 anni rispettivamente) ed è la quarta più elevata tra i Paesi industrializzati, alle spalle dei 67 anni che accomunano Norvegia, Israele e Islanda. Non che in Italia non ci siano state evoluzioni nel senso di una maggiore permanenza al lavoro: la pensione anticipata è calata dal 17,3% del totale delle pensioni di vecchiaia del 2006 al 10% del 2014, una delle flessioni più nette dell’Ocse (la seconda dopo l’Irlanda).

«In media, nei Paesi dell'Ocse, l’età normale della pensione passerà, secondo le attuali legislazioni, da 64,3 anni a 65,8 anni per gli uomini e da 63,4 anni a 65,5 anni per le donne» si legge ancora nel Panorama Pensioni Ocse 2017. «Questo aumento di 1,5 anni - continua l’Ocse - rappresenta un po' meno di un terzo dei progressi in aspettativa di vita attesi all'età di 65 anni», vale a dire «meno della metà del necessario per garantire l'equilibrio tra il periodo di attività e la pensione»
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 11 dic 2017 17:49

I lavoratori dipendenti sono cresciuti di 916mila unità tra il 2013 e il 2016, periodo durante il quale sono stati attivati 40,68 milioni di rapporti di lavoro e ne sono stati interrotti 39,15 milioni. E' il numero principe che esce dal nuovo Rapporto sul mercato del Lavoro messo a punto da ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal. Negli ultimi due anni - si legge - il mercato del lavoro accelera e "nel primo semestre del 2017 il numero di occupati si avvicina ai livelli del 2008 (poco meno di 23 milioni)".

Ma non è tutto oro a luccicare. Da una parte, infatti, si avverte subito che rispetto al pre-crisi, "in termini di ore lavorate il divario è ancora rilevante seppure le tendenze recenti indichino un aumento delle ore lavorate superiore a quello degli occupati". E il giudizio cambia radicalmente per alcune fasce della popolazione. Lo stesso documento, infatti, spiega che nel 2016 il tasso di occupazione per i 15-34enni si è attestato al 39,9% e ciò significa che è diminuito di 10,4 punti rispetto al 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni (salito al 50,3%). "Negli ultimi due anni" tuttavia la condizione dei giovani "mostra segnali di miglioramento": dopo otto anni di calo, il tasso di occupazione dei 15-34enni torna a crescere nel 2015 e soprattutto nel 2016 (+0,1 e +0,7 punti).

Quanto alla "qualità" del lavoro, la diagnosi è in linea con quanto messo in evidenza dai più recenti dati sulla disoccupazione. Dal 2014 è cresciuta l'occupazione a termine, con un rallentamento nei due anni successivi, e una nuova intensificazione nel 2017, quando ha toccato il massimo storico nel secondo trimestre 2017 (2,7 milioni di unità)", dice il rapporto. "Tra il 2015 e il 2016, grazie in particolare ai provvedimenti di decontribuzione, è cresciuta significativamente anche l'occupazione a tempo indeterminato che nel secondo trimestre 2017, nonostante il recente rallentamento, raggiunge un livello molto vicino al massimo della serie storica (14 milioni 966 mila unità)".
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