Messaggioda zampaflex » 15 apr 2026 12:34
Come sempre, "it's the economy, stupid!"
Il fallimento dell’Orbánomics. Ecco perché dopo sedici anni ha perso le elezioni
Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica
C’è un prima e un dopo che segna l’inizio dell’involuzione del potere di Viktor Orbán rimasto al comando dell’Ungheria per 16 anni. Lo spartiacque sono state la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina che insieme con il blocco dei fondi Ue hanno messo in luce tutte le contraddizioni dell’Orbánomics, il cui fallimento è da annoverare tra le principali cause della sconfitta elettorale del Fidesz, il partito di estrema destra ungherese.
L’arrivo al potere. Era stata una crisi economica, quella finanziaria del 2007 innescata dai mutui subprime, poi estesasi ai mercati globali e culminata con il fallimento di Lehman Brothers, a riportare al potere dopo otto anni di opposizione lo stesso Orbán, che nel 1998 a 35 anni era stato il più giovane primo ministro dell’Ungheria.
La recessione. Nel 2009, il Paese si trovava in una recessione profonda con il Pil crollato del 6,8%. Il default era stato sventato solo grazie a 20 miliardi di euro di aiuti elargiti dal Fondo monetario internazionale e dall’Unione europea l’anno prima.
Le elezioni del 2010. In questo clima gli ungheresi sono andati al voto nell’aprile 2010 e a vincere è stata la coalizione formata dal Partito popolare cristiano democratico e dagli ultraconservatori del Fidesz, capace di catalizzare il malcontento per la situazione economica.
La vittoria è stata netta, perché hanno incassato il 52,7% dei voti, abbastanza per ottenere i due terzi in Parlamento e avviare le riforme costituzionali.
L’Orbánomics. Orbán, diventato primo ministro, ha lanciato una nuova stagione economica, basata, come molte politiche populiste sul paradosso del cosiddetto “socialismo per i ricchi e capitalismo per i poveri”, poiché lo Stato interviene per tutelare le grandi imprese e le élite finanziarie, mentre impone la logica del mercato alle classi popolari.
La flat tax. Uno dei più grandi favori ai ceti abbienti, rendendoli uguali ai poveri nel pagare le tasse, è stata l’introduzione della flat tax al 16% sui redditi delle persone fisiche, abolendo i due precedenti scaglioni del 18 e del 36%, ridotta poi ulteriormente al 15% nel 2016.
La corporate tax. Anche per le aziende l’aliquota è stata abbassata dal 16% al 10%, per poi portarla al 9% nel 2017, introducendo così la più bassa aliquota per il reddito delle società dell’Unione europea.
Aumento dell’Iva. Per compensare il taglio alle imposte dirette, nel 2012 Orbán ha poi chiuso il cerchio aumentando quelle indirette, tasse che colpiscono tutti indistintamente, alzando l’lva dal 25 al 27%.
L’economia sovranista. Sul fronte della strategia industriale, l’Orbánomics ha sviluppato un’economia “sovranista” con un ruolo più incisivo dello Stato in settori considerati strategici dal punto di vista del controllo politico e cercando di ridurre la dipendenza dai capitali stranieri.
Agevolazioni pre- … Secondo quanto calcolato dal Centro per gli Studi sull’Europa Orientale (Osw), prima di Orbán tra il 2004 e il 2010 sono stati stanziati 612,2 milioni di dollari di agevolazioni, il 98% delle quali sono finite a società internazionali e solo il 2% a entità nazionali.
… e post Orbán. Dopo il suo avvento, nel periodo 2011-2018, il governo ha più che raddoppiato l’entità del sostegno alle imprese nazionali portandolo a circa 1,3 miliardi di dollari, incrementando anche le proprie partecipazioni dirette attraverso fondi di investimento o appoggiando oligarchi vicino al partito di Orbán.
Tasse straordinarie. Per favorire ulteriormente le imprese ungheresi, il governo ha introdotto imposte straordinarie su settori dominati per lo più da gruppi stranieri, come banche, energia, vendite al dettaglio e telecomunicazioni.
Più manifattura. Allo stesso tempo, Orbán ha cercato di potenziare la presenza delle aziende manifatturiere in Ungheria, con le quali sono stati conclusi decine di accordi di cooperazione strategici.
Il governo ha attirato soprattutto i capitali dell’industria automobilistica tedesca (Audi, Mercedes e Bmw), un settore che oggi rappresenta il 25% delle esportazioni del Paese.
Lavoro low cost. Il lavoro è arrivato, la disoccupazione è scesa, ma a ingolosire le imprese sono stati soprattutto i bassi costi. Nel 2024 il salario lordo medio annuo ungherese ammontava a 18.500 euro, collocando il Paese al terzultimo posto nell’Unione europea, davanti solo a Bulgaria e Grecia.
Il risvolto della medaglia. La crescente politicizzazione della sfera economica ha visto anche l’aumento della corruzione soprattutto a partire dal 2010, con un trattamento preferenziale riservato alle imprese legate alla coalizione di governo.
Il sistema degli appalti. “Gli appalti pubblici – ha scritto in un report Ilona Gizińska, ricercatrice presso l’Osw - sono diventati un meccanismo chiave per l’accumulo di ricchezza da parte di un’élite imprenditoriale fedele al governo”.
Gli anni ruggenti. Dal 2010 al 2022, a parte una scivolata iniziale che ha visto il Paese in recessione nel 2012 (Pil -1,3%), la Orbánomics ha comunque riscosso successo, grazie anche a un contesto internazionale favorevole.
I numeri. Secondo i calcoli di Ubs, in questi 13 anni, il Pil ungherese ha avuto una crescita media del 2,8% con una inflazione del 3,7%, il debito è calato del 6,3% e la disoccupazione del 6,5%.
Il supporto della Ue. Una forte spinta ai conti è arrivata dai finanziamenti europei. Nel periodo 2014-2020, secondo le stime di Osw, l’Ungheria è stato il Paese che nella regione ha ricevuto più soldi di tutti dall’Unione europea in rapporto al Pil, con una media del 3,2% all'anno. Se poi si estende il raffronto al periodo 2010-2022, Ubs calcola che i fondi europei sono stati pari 3,4% del Pil.
La prima frenata. Il colpo d’arresto alla corsa dell’Orbánomics è arrivato con la pandemia. Nel 2020, la crisi riporta l’Ungheria in recessione (-4,3%), il debito torna all’80% del Pil e il deficit al 7%. Ma a schizzare è soprattutto l’inflazione che nel 2021 sfonda il tetto del 5%.
La seconda frenata. Con la guerra in Ucraina, i prezzi subiscono un’ulteriore impennata, Nel 2022 il costo della vita si attesta al 14,6% e nel 2023 addirittura al 17,1% con il Pil che torna in negativo (-0,9%).
Il legame con la Russia. L’Ungheria si mostra particolarmente vulnerabile al secondo shock a causa della sua forte dipendenza dalle forniture russe di gas e petrolio e di una politica decennale di contenimento amministrativo dei prezzi dell’energia.
Il peso dei sussidi. Secondo i calcoli dell’Osw, nell’aprile 2022 i consumatori ungheresi pagavano circa il 60% in meno per l’elettricità e il 75% in meno per il gas rispetto alla media Ue. Il tutto grazie al sostegno dello Stato.
Prima dello scoppio della guerra, il programma di sussidi costava al bilancio circa 1,17 miliardi di euro all'anno, mentre nel 2022 il suo costo è raddoppiato superando i 2,6 miliardi di euro.
Il rialzo dei tassi. Ad aggravare la crisi economica è subentrata la politica restrittiva della Banca centrale ungherese. Nell’aprile 2022, il tasso di base si attestava al 5,4%, ma sotto la pressione di un’inflazione in rapido aumento, a luglio era stato portato al 13%.
E questo livello è stato mantenuto per molti mesi, limitando in modo significativo gli investimenti e la ripresa economica.
L’Ue toglie il supporto. Il colpo di grazia alla Orbánomics è arrivato dall’Unione europea. Nel dicembre 2022 la Commissione ha preso una decisione senza precedenti, congelare i fondi Ue, privando l’Ungheria di un motore chiave per la sua crescita.
I motivi. Nel convincere l’Europa a muovere contro Orbán e la sua teoria dello Stato illiberale, hanno pesato soprattutto il deterioramento dello stato di diritto nel Paese, la mancanza di indipendenza giudiziaria, la corruzione diffusa e il mancato rispetto dei diritti fondamentali.
La ripicca. Come risposta, Orbán si è opposto alla politica di sostegno europeo alla guerra in Ucraina e ha posto il veto al via libera al nuovo blocco di sanzioni contro la Russia.
Il buco. L’Ungheria avrebbe dovuto ricevere dall’Unione europea circa 22 miliardi di euro dal Fondo di coesione e 5,8 miliardi di euro dal Meccanismo per la ripresa e la resilienza (RRF), per un totale pari a circa il 20% del Pil.
Il confronto impietoso. Come visto qui sopra, Ubs ha calcolato che dal 2010 al 2022 i fondi europei erano stati in media pari al 3,4% del Pil, mentre tra il 2023 e il 2025 si sono attestati all’1%. Una riduzione drastica che ha condizionato le performance del Paese.
Il crollo. Rispetto ai 13 anni precedenti, dal 2023 al 2025 il Pil è cresciuto solo dello 0,1% con una inflazione media dell’8,7%. Il debito è salito dello 0,9% e la disoccupazione dello 0,5%.
L’Orbánomics, che per oltre dieci anni ha spinto il Paese basando la crescita sull’afflusso di capitali esteri, le esportazioni e i bassi salari, di fronte alla crisi ha messo in luce tutte le sue debolezze strutturali.
L’oligarchizzazione dell’economia e il sistema clientelare degli appalti hanno indebolito la concorrenza e l’innovazione. Con il blocco dei fondi europei e la crisi energetica, i nodi sono venuti al pettine.
La protesta si è materializzata nel voto a favore di Péter Magyar, anche lui conservatore come il suo partito Tisza, ma a differenza di Orbán europeista. Il suo primo compito sarà di andare a Bruxelles e chiedere di sbloccare i fondi ancora rimasti a disposizione (circa 17 miliardi) per riattivare la crescita, anche perché l’80% del budget statale è stato bruciato da Orbán nei primi tre mesi dell’anno nel tentativo disperato di vincere le elezioni.
Non progredi est regredi