Messaggioda tenente Drogo » 08 ago 2025 10:27
Veronica de Romanis su La Stampa
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Dazi, perché la Ue è più forte di Trump
"Trump è più forte», «l’Europa non aveva potere negoziale»: queste le principali argomentazioni avanzate dalla maggioranza di governo per giustificare l’accordo dei dazi al 15 per cento entrato in vigore ieri. La logica che ne emerge è chiara: con i forti non si negozia, si cede. Un ragionamento che, portato all’estremo, equivarrebbe a dire che l’Ucraina, di fronte alla Russia di Putin, non dovrebbe combattere, bensì deporre le armi.
È certamente vero che l’America di Trump è (più) forte. Tuttavia, ciò che è (molto) debole è la sua strategia. Per questo, bisognava negoziare, non arrendersi. In estrema sintesi, Trump gioca la partita dei dazi tramortendo l’avversario: prima lo minaccia, poi fa marcia indietro. Successivamente annulla gli annunci, li modifica, rilancia, creando un vortice di dichiarazioni e intimidazioni. Il risultato? L’interlocutore stordito finisce per cedere, convinto che sia meglio accontentarsi per evitare il peggio. E invece si dovrebbe fare l’opposto: reagire. Il motivo è semplice. Trump è consapevole che i dazi possono fare male agli americani, in particolare ai suoi elettori, cioè la classe media. Pertanto, il suo margine d’azione è limitato: c’è una soglia che non deve essere superata altrimenti i costi delle barriere tariffarie (maggiore costo dei beni importati) superano i benefici (maggiore gettito fiscale).
L’Europa avrebbe dovuto dimostrare di essere pronta a raggiungere quella soglia e a sostenerla. Ciò avrebbe costretto il presidente americano a tornare indietro: troppo costoso in termini di maggiore inflazione e minore crescita. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, su mandato dei Paesi dell’Unione, a cominciare dall’Italia e dalla Germania, ha deciso, invece, di fare l’esatto contrario. O peggio, con l’azzeramento di tutti i dazi, la partita non è stata iniziata: una resa totale. Le ragioni di questa scelta? Essenzialmente due: la paura di una guerra commerciale e quella di ritorsioni su altri tavoli, a cominciare da quello legato alla difesa e alla sicurezza. Davvero stupisce chi difende una simile posizione. Primo, la guerra commerciale è già in atto. Ogni giorno gli accordi presi vengono cambiati, adeguati, riaggiustati: l’incertezza è iniziata, non terminata. Secondo, le ritorsioni sono già arrivate. Al G7, il nostro governo ha sottoscritto un impegno ad aumentare le spese per la difesa fino al 5 per cento del Pil, una percentuale fissata unilateralmente dagli Stati Uniti, che peraltro non rispettano nemmeno loro. Terzo, i pasti gratis non esistono perfino nel campo della geo-economia. Trump sta disegnando un ordine mondiale diverso da quello che ha prevalso fino ad ora. Ha, così, iniziato a ridefinire i rapporti con i suoi alleati, tra cui gli europei, che descrive come dei parassiti approfittatori da punire. E allora che fare?
Anche l’Europa – e l’Italia – devono ripensare le proprie relazioni internazionali. Non significa azzerarle, bensì ristrutturarle. La parola d’ordine è indipendenza, nell’energia, nella sicurezza, nel commercio. È evidente che ci sarà un costo da pagare. Del resto, anche l’accordo al 15 per cento comporta dei costi che, con ogni probabilità, potrebbe aumentare. Come si è detto, i pasti gratis non esistono. In questa fase, serve avere una visione di lungo respiro. Bisogna essere disposti a pagare qualcosa oggi per raggiungere un obiettivo più ambizioso domani, ossia quello dell’indipendenza. Molti leader europei non sembrano essere disposti a seguire questa strategia: inseguono il consenso immediato o, peggio, cercano di imitare Trump. Attenzione, però: se si lascia a Trump il ruolo di leader, agli altri non resterà che fare da follower."