Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

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Kalosartipos
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda Kalosartipos » 21 dic 2013 06:44

l'oste ha scritto:
Per fortuna delle nostre "schermaglie dialettiche" ne fruirà comunque la community che potrà leggere due stili totalmente diversi per comunicazione, percezione e scrittura sul vino.
Uno da osteria e uno evoluto.

:D
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gobrish
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda gobrish » 21 dic 2013 09:30

Perché non eliminare le sterili provocazioni e discutere serenamente di qualcosa che dovrebbe essere un piacere?
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda vinogodi » 21 dic 2013 10:17

gobrish ha scritto:Perché non eliminare le sterili provocazioni e discutere serenamente di qualcosa che dovrebbe essere un piacere?
...effettivamente, di fica si parla troppo poco... 8)
....Magari ricaviamo un altro piccolo appoggio un po' meno liscio e scivoloso su cui zompettare per attraversare le rapide dell'incomprensione, ed evitare di precipitare nel baratro delle cascate del conflitto perenne...

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vinogodi
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda vinogodi » 21 dic 2013 10:21

...ripensandoci bene, pur con tutta la mia simpatia per chi ha aperto il thread, ritenendolo argomento trito se non proprio una gran cagata (penso che il Vinogodi pensiero si sia evinto senza bisogno di parafrasi o sottotitoli) , in quanto ognuno si esprime come piffero crede, un termine che mi ha sempre "perplesso" riferito ad aspetti legati al vino è "frutto croccante", che proprio non c'azzecca niente con qualsiasi sensazione legata al vino... 8)
....Magari ricaviamo un altro piccolo appoggio un po' meno liscio e scivoloso su cui zompettare per attraversare le rapide dell'incomprensione, ed evitare di precipitare nel baratro delle cascate del conflitto perenne...

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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda vinogodi » 21 dic 2013 10:23

l'oste ha scritto:... Scimmiottare Robert Parker non mi interessa...
..spero che il tuo modello di riferimento , quando scrivi, non sia Eleonora Guerini o Black Mamba... :lol:
....Magari ricaviamo un altro piccolo appoggio un po' meno liscio e scivoloso su cui zompettare per attraversare le rapide dell'incomprensione, ed evitare di precipitare nel baratro delle cascate del conflitto perenne...

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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda davidef » 21 dic 2013 10:57

l'oste ha scritto:
davidef ha scritto:io vorrei veder eliminata la bevibilità, questo concetto così astratto e così abusato...

poi oltre a diversi citati toglierei lo yoghurt alla fragola ed affini, i piaciutini/piaciutelli/piaciutazzi e le sigle da social in genere, il commovente non lo sopporto e lo sbuffo per me è una minchiata a priori, l'elenco sterile una puttanata di cui si può fare a meno....spero a priori che il 2014 ci porti ad un ritorno nel chiaccherare di vino serenamente ed in modo aperto ma comprensibile dove ognuno senza problemi dice quello che pensa e trova in un vino e perché senza timori, senza code di paglia e senza l'ansia da prestazione nel sentirsi sotto esame, bere è un piacere, un divertimento, una passione, comunicarlo lo dovrebbe essere di conseguenza...spero che l'anno che arrivi ci riporti un pochino di più su questa dimensione :wink:

Il termine bevibilità secondo me spesso è abusato e usato troppo genericamente ma rende l'idea di quando ci si strappa la bottiglia. Credo che usandolo oltre ad una piacevolezza aromatica e tattile, si sottintenda anche la sua leggerezza del vino, sia in termini di alcool che di trama tannica e infatti spesso il termine viene utilizzato per definire vini di fascia di prezzo accessibile che sebbene manchino di complessità hanno appunto il pregio di essere equilibrati e così piacevoli da finire velocemente. Ne fanno parte molti Chianti e Valpolicella base per esempio. In fondo scrivere "bottiglia finita in un amen" è uguale, anzi più lungo di "bevibilità".
Sono invece daccordo quando dici che bere è un piacere, un divertimento e una passione, anche se leggendoti sul forum molto spesso tutto ciò da te non esce, sebbene ti impegni e fai di tutto per far capire quanto sei bravo.
Forse con te il modo ideale di conversare di vino è darti ragione, si risparmia tempo e pistolotti.
Per il piaciuti e piaciutucci che tanto ti rodono, sono felice di essere un po' la tua paranoia e -tempo permettendo- prometto di continuare a usarli nel 2014. Scimmiottare Robert Parker non mi interessa.
Per fortuna delle nostre "schermaglie dialettiche" ne fruirà comunque la community che potrà leggere due stili totalmente diversi per comunicazione, percezione e scrittura sul vino.
Uno da osteria e uno evoluto.


Era più simpatico l'intervento che hai cancellato, rendeva meglio la cifra dell'interlocutore e la sua natura meno "vogliamoci simpaticamente bene perché quello che gestisce il baretto è un bonario amicone "

Non ho alcuna paranoia sia chiaro, è una discussione semi scherzosa ed uno ci butta dentro di tutto ed a me, nel contesto vino ma non solo, non piaciono sostanzialmente stereotipi e mancanze di comunicazione, ci si lamenta del decadimento del contenitore quando lo si alimenta male perché la faccina mollata lì o l'elenco sterile quello è, poi i piaciutelli fan parte di uno stile personale che a me non comunica chiaramente un vino od il suo inquadramento, a volte leggendo delle note si deve fare slalom tra prosa, contraddizioni e sinonimi per leggere di un vino che forse potrebbe essere buono chissà...a me questo non piace ma insomma è solo un parere dai

invece, con orgoglio, noto che quando conio un termine nuovo scherzoso o polemico che sia spesso questo resta e viene ripreso...il degustatore evoluto ad esempio voleva essere uno stimolo od uno spunto ma come questo anche altri termini che a volte nella loro iperbole vogliono colpire, bene, vuol dire che comunicando qualcosa si lascia impresso, non si è banali, non si è inutili nella nostra comunità virtuale.....praticamente si riesce a restare impressi, insomma...il lavoro che dovrebbe fare un pubblicitario praticamente, e senza rimpastare concetti altrui, ne sino orgoglioso :mrgreen:

Comunque, il cardine del mio intervento semi scherzoso citato, era un invito a comunicare tutti un pochino di più le proprie sensazioni per dare un 2014 forumistico più ricco ed interessante, quello era il focus, colto mi sembra solo da Vinogodi, ecco...vorrei questo io per l'anno in ingresso, più comunicazione chiara, non importa se la fa uno stracciamaroni saputello che dovrebbe diventare astemio, comunicare ed arricchire tutti con meno banalità, mi piacerebbe per lo meno che ci provassimo
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda Nebbiolino » 21 dic 2013 11:24

A parte il fatto che sono parole ed espressioni che ho sentito usare a tutti a voi mille milioni di volte... :mrgreen: ...a parte questo, a prendere per intero questo 3d l'unica conclusione a cui si arriva è che non bisogna più parlare di vino.
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda il chiaro » 21 dic 2013 13:37

l'oste ha scritto:Il termine bevibilità secondo me spesso è abusato e usato troppo genericamente ma rende l'idea di quando ci si strappa la bottiglia. Credo che usandolo oltre ad una piacevolezza aromatica e tattile, si sottintenda anche la sua leggerezza del vino, sia in termini di alcool che di trama tannica e infatti spesso il termine viene utilizzato per definire vini di fascia di prezzo accessibile che sebbene manchino di complessità hanno appunto il pregio di essere equilibrati e così piacevoli da finire velocemente. Ne fanno parte molti Chianti e Valpolicella base per esempio. In fondo scrivere "bottiglia finita in un amen" è uguale, anzi più lungo di "bevibilità".


Imho il termine bevibilità invece non ha significato di vino leggiadro e con poca complessità. Per me va applicato a quelle bottiglie così buone che non si riesce a lasciar giù il bicchiere. Io ce lo metto anche alle versioni più felici di Monfortino, che di leggiadria non mi sembra ne abbia troppa. Dopo tutto, le bottiglie che si fan fatica a bere bone non sono.
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda winedoc74 » 21 dic 2013 16:14

MCSE ha scritto:Minchia ragazzi ma non è il caso di bere di meno e T r O m B a R e di più??? :lol: :lol: :lol:

fatto :mrgreen:
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda Andyele » 21 dic 2013 18:24

winedoc74 ha scritto:
MCSE ha scritto:Minchia ragazzi ma non è il caso di bere di meno e T r O m B a R e di più??? :lol: :lol: :lol:

fatto :mrgreen:


Tutte e due o solo la prima? :mrgreen:
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda diamonddave » 21 dic 2013 20:24

davidef ha scritto:
l'oste ha scritto:
davidef ha scritto:io vorrei veder eliminata la bevibilità, questo concetto così astratto e così abusato...

poi oltre a diversi citati toglierei lo yoghurt alla fragola ed affini, i piaciutini/piaciutelli/piaciutazzi e le sigle da social in genere, il commovente non lo sopporto e lo sbuffo per me è una minchiata a priori, l'elenco sterile una puttanata di cui si può fare a meno....spero a priori che il 2014 ci porti ad un ritorno nel chiaccherare di vino serenamente ed in modo aperto ma comprensibile dove ognuno senza problemi dice quello che pensa e trova in un vino e perché senza timori, senza code di paglia e senza l'ansia da prestazione nel sentirsi sotto esame, bere è un piacere, un divertimento, una passione, comunicarlo lo dovrebbe essere di conseguenza...spero che l'anno che arrivi ci riporti un pochino di più su questa dimensione :wink:

Il termine bevibilità secondo me spesso è abusato e usato troppo genericamente ma rende l'idea di quando ci si strappa la bottiglia. Credo che usandolo oltre ad una piacevolezza aromatica e tattile, si sottintenda anche la sua leggerezza del vino, sia in termini di alcool che di trama tannica e infatti spesso il termine viene utilizzato per definire vini di fascia di prezzo accessibile che sebbene manchino di complessità hanno appunto il pregio di essere equilibrati e così piacevoli da finire velocemente. Ne fanno parte molti Chianti e Valpolicella base per esempio. In fondo scrivere "bottiglia finita in un amen" è uguale, anzi più lungo di "bevibilità".
Sono invece daccordo quando dici che bere è un piacere, un divertimento e una passione, anche se leggendoti sul forum molto spesso tutto ciò da te non esce, sebbene ti impegni e fai di tutto per far capire quanto sei bravo.
Forse con te il modo ideale di conversare di vino è darti ragione, si risparmia tempo e pistolotti.
Per il piaciuti e piaciutucci che tanto ti rodono, sono felice di essere un po' la tua paranoia e -tempo permettendo- prometto di continuare a usarli nel 2014. Scimmiottare Robert Parker non mi interessa.
Per fortuna delle nostre "schermaglie dialettiche" ne fruirà comunque la community che potrà leggere due stili totalmente diversi per comunicazione, percezione e scrittura sul vino.
Uno da osteria e uno evoluto.


Era più simpatico l'intervento che hai cancellato, rendeva meglio la cifra dell'interlocutore e la sua natura meno "vogliamoci simpaticamente bene perché quello che gestisce il baretto è un bonario amicone "

Non ho alcuna paranoia sia chiaro, è una discussione semi scherzosa ed uno ci butta dentro di tutto ed a me, nel contesto vino ma non solo, non piaciono sostanzialmente stereotipi e mancanze di comunicazione, ci si lamenta del decadimento del contenitore quando lo si alimenta male perché la faccina mollata lì o l'elenco sterile quello è, poi i piaciutelli fan parte di uno stile personale che a me non comunica chiaramente un vino od il suo inquadramento, a volte leggendo delle note si deve fare slalom tra prosa, contraddizioni e sinonimi per leggere di un vino che forse potrebbe essere buono chissà...a me questo non piace ma insomma è solo un parere dai

invece, con orgoglio, noto che quando conio un termine nuovo scherzoso o polemico che sia spesso questo resta e viene ripreso...il degustatore evoluto ad esempio voleva essere uno stimolo od uno spunto ma come questo anche altri termini che a volte nella loro iperbole vogliono colpire, bene, vuol dire che comunicando qualcosa si lascia impresso, non si è banali, non si è inutili nella nostra comunità virtuale.....praticamente si riesce a restare impressi, insomma...il lavoro che dovrebbe fare un pubblicitario praticamente, e senza rimpastare concetti altrui, ne sino orgoglioso :mrgreen:

Comunque, il cardine del mio intervento semi scherzoso citato, era un invito a comunicare tutti un pochino di più le proprie sensazioni per dare un 2014 forumistico più ricco ed interessante, quello era il focus, colto mi sembra solo da Vinogodi, ecco...vorrei questo io per l'anno in ingresso, più comunicazione chiara, non importa se la fa uno stracciamaroni saputello che dovrebbe diventare astemio, comunicare ed arricchire tutti con meno banalità, mi piacerebbe per lo meno che ci provassimo

Io vi garantisco che leggervi, entrambi, per me è sempre fonte di grande interesse e stimolo, e questo la dice lunga su quanto importante è la possibilità di esprimersi liberamente.
Sarà banale, ma è il bello di internet: libertà di espressione e libertà di lettura, possibilmente senza offendere chi hai di fronte.

P.S.
A me fa girare le palle la parole "degustare" ma capisco che se di fronte ho 10 bicchieri con dentro 30 ml di vino da 300€ e passa a boccia è comprensibile utilizzare un verbo diverso da "bere". Io, però, continuerò a parlare di bevuta, anche se avessi Cernilli o Carlo Macchi al tavolo, ma solo perchè è un termine, degustare, che trovo oltremodo lezioso ed affettato.
... per intenderci: la differenza fra me ed un sommelier è la stessa che passa fra un porno attore ed un ginecologo. © diamonddave 8)
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda l'oste » 22 dic 2013 03:09

il chiaro ha scritto:
l'oste ha scritto:Il termine bevibilità secondo me spesso è abusato e usato troppo genericamente ma rende l'idea di quando ci si strappa la bottiglia. Credo che usandolo oltre ad una piacevolezza aromatica e tattile, si sottintenda anche la sua leggerezza del vino, sia in termini di alcool che di trama tannica e infatti spesso il termine viene utilizzato per definire vini di fascia di prezzo accessibile che sebbene manchino di complessità hanno appunto il pregio di essere equilibrati e così piacevoli da finire velocemente. Ne fanno parte molti Chianti e Valpolicella base per esempio. In fondo scrivere "bottiglia finita in un amen" è uguale, anzi più lungo di "bevibilità".


Imho il termine bevibilità invece non ha significato di vino leggiadro e con poca complessità. Per me va applicato a quelle bottiglie così buone che non si riesce a lasciar giù il bicchiere. Io ce lo metto anche alle versioni più felici di Monfortino, che di leggiadria non mi sembra ne abbia troppa. Dopo tutto, le bottiglie che si fan fatica a bere bone non sono.

Che Monfortino sia quasi in ogni annata un vino da strapparsi la bottiglia è sacrosanto, in questo caso per bevibilità si intende quanta voglia di finirlo ti viene dopo il primo assaggio.
Il punto è che "bevibilità" non è un termine "tecnico" ed è estremamente generico ed ampio per avere un'accezione comune a tutti.
Parlando dei vini "leggeri" mi riferivo più alla "beverinità" che è forse parente della "bevibilità", ma come termine fa anche più cahare.
Non importa chi sarà l'ultimo a spegnere la luce. E' già buio.


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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda picenum » 22 dic 2013 12:34

A me piaciono tutte...

e poi basta litigare ...è natale.

Dai un po' di amarcord (2004!)... ca@@o vi seguo da quasi 10 anni!
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda l'oste » 22 dic 2013 19:05

davidef ha scritto:
Comunque, il cardine del mio intervento semi scherzoso citato, era un invito a comunicare tutti un pochino di più le proprie sensazioni per dare un 2014 forumistico più ricco ed interessante, quello era il focus, colto mi sembra solo da Vinogodi, ecco...vorrei questo io per l'anno in ingresso, più comunicazione chiara, non importa se la fa uno stracciamaroni saputello che dovrebbe diventare astemio, comunicare ed arricchire tutti con meno banalità, mi piacerebbe per lo meno che ci provassimo

Nonostante un minor numero di forumisti attivi rispetto ad alcuni anni fa a me pare che ci siano ancora molti che scrivono due frasi sui vini bevuti dando un contributo.
Quelle che per uno possono essere banalità per altri non lo sono e viceversa perchè è innegabile che ci siano diversi modi di descrivere un vino.
C'è quello scientifico che riporta analisi di laboratorio, cifre su zuccheri, alcool, acidità ecc.
C'è il metodo classico stile Ais, preciso, chiaro, ma forse un po' antico e conformato nelle pastoie terminologiche da risultare pallosetto per alcuni.
C'è il vinogodi style, godurioso, con l'assimilazione erotica e passionale del vino al mondo femminile.
C'è lo stile di Alberto, sobrio (solo nello scrivere), immediato, che fonde concetti tecnici con il gusto personale.
C'è la rapidità secca di arnaldo, quattro frasi che non lasciano dubbi se è piaciuto o no il vino.
C'è -quando ha voglia- la grande esperienza e passionalità di Palma.
C'era la conoscenza quasi totale del territorio X, da parte di giama, valino, max nicli, kira, paperofranco, demagistris (che c'è ancora, grazie al cielo) e di tanti altri ancora.
C'era l'estrema sintesi e raffinatezza di cascinafrancia, uno dei miei preferiti in assoluto.
C'era lo stile di Armando Castagno, dove la sapienza storica e tecnica si alterna ad una prosa mai banale, elegante, sovente geniale.
C'è ancora persino il piaciuto piaciutazzo e le ardite metafore da osteria, se non piace o non è chiaro, pazienza..
Ognuno ha il proprio modo di comunicare e soprattutto un proprio gusto nel leggere gli altri e la diversità per me è sempre una ricchezza mentre conformarsi è un pericolo intellettuale.
Non importa chi sarà l'ultimo a spegnere la luce. E' già buio.


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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda gabriele succi » 22 dic 2013 21:58

l'oste ha scritto:Nonostante un minor numero di forumisti attivi rispetto ad alcuni anni fa a me pare che ci siano ancora molti che scrivono due frasi sui vini bevuti dando un contributo.
...
C'era la conoscenza quasi totale del territorio X, da parte di giama, valino, max nicli, kira, paperofranco, demagistris (che c'è ancora, grazie al cielo) e di tanti altri ancora.
...

Ma c'è ancora...
...sulla sua conoscenza del territorio, avrei qualche dubbio...

:mrgreen:
Anche un orologio rotto, due volte al giorno segna l'ora precisa (Anonimo)
Adosss, se gli chiedi il prestige, ti sbatte fuori (pippuz)
Uno vorrebbe anche discutere seriamente, ma come si fa? (il comandante)
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda alì65 » 22 dic 2013 22:08

l'oste ha scritto:Nonostante un minor numero di forumisti attivi rispetto ad alcuni anni fa ....

C'era lo stile di Armando Castagno, dove la sapienza storica e tecnica si alterna ad una prosa mai banale, elegante, sovente geniale.


un po', forse un tantino, poetico ma va bene, fa parte del mestiere.....bisogna pur riempirle le pagine
futuro incerto...ma w la gnocca!!!
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda paperofranco » 22 dic 2013 22:28

gabriele succi ha scritto:
l'oste ha scritto:Nonostante un minor numero di forumisti attivi rispetto ad alcuni anni fa a me pare che ci siano ancora molti che scrivono due frasi sui vini bevuti dando un contributo.
...
C'era la conoscenza quasi totale del territorio X, da parte di giama, valino, max nicli, kira, paperofranco, demagistris (che c'è ancora, grazie al cielo) e di tanti altri ancora.
...

Ma c'è ancora...
...sulla sua conoscenza del territorio, avrei qualche dubbio...

:mrgreen:


Grazie Gabriele, io sono stato zitto perché pare che se ti danno per morto ti allungano la vita....... :mrgreen:
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda Teddy » 22 dic 2013 22:53

alì65 ha scritto:
l'oste ha scritto:Nonostante un minor numero di forumisti attivi rispetto ad alcuni anni fa ....

C'era lo stile di Armando Castagno, dove la sapienza storica e tecnica si alterna ad una prosa mai banale, elegante, sovente geniale.


un po', forse un tantino, poetico ma va bene, fa parte del mestiere.....bisogna pur riempirle le pagine


De gustibus.
Per me è un grandissimo, i suoi scritti li trovo sempre eccellenti. Peccato non si faccia piu' vedere da queste parti.
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda l'oste » 22 dic 2013 23:49

alì65 ha scritto:
l'oste ha scritto:Nonostante un minor numero di forumisti attivi rispetto ad alcuni anni fa ....

C'era lo stile di Armando Castagno, dove la sapienza storica e tecnica si alterna ad una prosa mai banale, elegante, sovente geniale.


un po', forse un tantino, poetico ma va bene, fa parte del mestiere.....bisogna pur riempirle le pagine

I gusti personali sono indiscutibili ovviamente ma -oltre alle pagine- Armando riempie i seminari, i corsi e le degustazioni in cui è relatore, segno che a molta gente quello stile comunicativo piace.
Non importa chi sarà l'ultimo a spegnere la luce. E' già buio.


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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda l'oste » 22 dic 2013 23:51

paperofranco ha scritto:
gabriele succi ha scritto:
l'oste ha scritto:Nonostante un minor numero di forumisti attivi rispetto ad alcuni anni fa a me pare che ci siano ancora molti che scrivono due frasi sui vini bevuti dando un contributo.
...
C'era la conoscenza quasi totale del territorio X, da parte di giama, valino, max nicli, kira, paperofranco, demagistris (questi ultimi due ci sono ancora, grazie al cielo) e di tanti altri ancora.
...

Ma c'è ancora...
...sulla sua conoscenza del territorio, avrei qualche dubbio...

:mrgreen:


Grazie Gabriele, io sono stato zitto perché pare che se ti danno per morto ti allungano la vita....... :mrgreen:

Ho editato nel tuo quote, paperofranco, era un lapsus, tu eri con demagistris tra quelli che fortunatamente scrivono ancora.
Non importa chi sarà l'ultimo a spegnere la luce. E' già buio.


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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda megaMAX » 23 dic 2013 00:00

Giudizio Oggettivo / Giudizio Soggettivo :D :D :D :D :D :D
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda eno » 23 dic 2013 01:08

Perchè non eliminiamo quell'orrendo "fruttINI" che tanto piace ad Arnaldo :lol: :lol: :lol: e lo sostituiamo con piccoli frutti rossi o addirittura specificando fragole, ribes, mirtillo ecc.?
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Fufluns
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda Fufluns » 25 dic 2013 20:07

Vorrei ravvivare questo 3d che sta un po' boccheggiando, d'altra parte la sua utilità è quella che è.. :wink:
Un gran bel pezzo scritto da un amico, copioincollo dal blog originario...tranquilli, non è Intravino... :D :lol:

In vino (qualche volta) falsitas
Scritto da paolo de cristofaro il 20 Dicembre 2013

"Negli ultimi mesi gli enoappassionati di mezzo mondo hanno dovuto loro malgrado memorizzare un nome fino a poco tempo fa conosciuto solo negli ambienti dei collezionisti e dei procacciatori di bottiglie rare.
Quello del broker americano-indonesiano Rudy Kurniawan, arrestato nel marzo del 2012 per truffa aggravata e processato proprio in questi giorni. Per anni si era accreditato come proprietario di una delle più straordinarie cantine private del mondo, ma molte di quelle bottiglie erano in realtà dei falsi realizzati nel proprio laboratorio californiano. La Revue du Vin de France ha dedicato dettagliati reportage alla vicenda e su Internet trovate ampia documentazione, a cominciare da qui* e da qui*, per cui se siete in vena di indagini alla CSI, provvedete pure da soli.
Ma non vi sembri scortesia la mia. Il fatto è che da quando è iniziata questa storia, si è come scoperchiato il vaso di Pandora di tutte le mie paranoie da compratore-bevitore. Dopo anni di incubazione in qualche modo gestiti, ignorati, rimossi, sono arrivato ormai ad un punto tale che non mi fido più nemmeno della damigiana di sfuso materialmente riempita davanti ai miei occhi. Altro che variabilità di bottiglie, sotto o sovra performanti che siano: a volte viene più di un dubbio sul fatto che a cambiare sia proprio il liquido che abbiamo nel bicchiere. Condividiamo note di degustazione, ci accapigliamo sulle valutazioni, alimentiamo thread chilometrici di discussione, ma siamo sicuri che tutti i partecipanti in quel momento si stanno riferendo esattamente allo stesso oggetto?
Lo so, il giorno in cui si comincia ad assecondare questi tarli è praticamente finita. Si rischia nel migliore dei casi il ricovero forzoso, montagne di querele e risse in ogni casa, bar, ristorante, enoteca e cantina. Nel peggiore si perde un altro pezzo di piacere, forse il più importante. Quello di abbandonarsi al viaggio, scegliendo come tour operator proprio l’etichetta che abbiamo davanti, con tutto ciò che rappresenta in termini di informazione ed evocazione. Come spettatori nel buio di una sala cinematografica, almeno per quelle due ore dobbiamo essere disposti a calarci nella rappresentazione di un racconto, altrimenti meglio restare a casa. Del resto lo sappiamo che la donna sul palco non viene veramente segata in due e che non c’è un Uomo Ragno a vegliare su di noi dai grattacieli di New York. In vino veritas, si dice, ma paradossalmente questa scia di autenticità può liberarsi solo grazie ad un atto quasi cieco di fiducia, che confina con illusione e autosuggestione. Siamo fatti per godere, mica per trasformarci ogni volta in Sherlock Holmes o in funzionari della Repressione Frodi. Eppure se ci pensiamo un secondo, non sono pochi i fattori che possono inquinare questo accordo non scritto tra noi e il bicchiere, con quello che rappresenta. Una casistica che perdipiù si arricchisce in continuazione, nonostante tutta una serie di strumenti chiamati sulla carta a tutelarci molto più che in passato. Del resto il doping è e probabilmente sarà sempre più avanti dell’antidoping, ma non per questo smettiamo di guardare le partite o le Olimpiadi. Facciamo così, allora: ne ricordiamo insieme qualcuno, di questi maledetti tarli da bevitore paranoico e ce li dimentichiamo subito dopo la lettura di questo post. Che infatti si autodistruggerà dopo dieci secondi.

Il tarocco a “monte”
Anche il mio fruttivendolo si ricorda la copertina del settimanale L’Espresso, uscita in concomitanza del Vinitaly di qualche anno fa per dare spazio allo scandalo Brunellopoli. Non tutti i vini erano fatti, secondo l’indagine allora in corso, con sangiovese grosso al 100%, come invece previsto dal disciplinare: merlot, cabernet e altre varietà aiutavano magari a produrre buoni vini, ma non “veri” Brunello. Resta quello l’eno-caso più eclatante e più noto presso il grande pubblico dopo le tragiche vicende del metanolo, ma i sospetti sull’autenticità varietale, territoriale e millesimale di certi vini non sono di sicuro inconsueti tra critici e consumatori, ieri come oggi. Nel secolo scorso ci si chiedeva dove finissero i milioni di ettolitri prodotti e non imbottigliati in Sicilia, Puglia e Abruzzo, giusto per restare in Italia. O con quali uve fossero stati plasmati mitici rossi di Bordeaux e Rodano negli anni in cui le vigne erano devastate dalla fillossera.
O, in tempi più recenti, come si spiegassero dei greco al sapore di chardonnay, dei fiano di timbrica più pugliese che irpina, i nebbiolo pirazinici o di stampo sudista, i sangiovese neri come la pece. Come diceva il non troppo rimpianto (almeno non da me) divo Giulio, pensare male è peccato ma per non cadere in tentazione qualche volta bisogna quasi rinnegare quanto registrano i nostri sensi. Né ci solleva più di tanto sapere che ci sono degli enti preposti al controllo e alla certificazione dell’origine dei vini, per garantire che quella cosa nel nostro bicchiere nasca da QUELLA zona, da QUELLA possibile rosa di vitigni, da QUELLA vendemmia, da QUEL protocollo di vinificazione. Le cisterne non sono sparite dalle strade italiane, e non solo, possiamo quindi solo rinunciare nel dubbio a comprare la bottiglia indiziata di una certa infedeltà alla sua denominazione e alle sue premesse stilistiche. Almeno fino al giorno in cui qualcuno dimostrerà, con effetto tipo Madonna di Campiglio 1999, che in Monfortino non c’è un grappolo di nebbiolo, che le riserve di Biondi Santi sono cabernet in purezza e che nei cru di Mastroberardino dei Taurasi ’68 l’aglianico irpino è solo marginale presenza.

Il tarocco a “valle”
E’ il falso vero e proprio, quello praticato in grande stile dal broker indonesiano di cui sopra grazie ad una stampante, una tappatrice e un’incapsulatrice. Il gioco è apparentemente semplice: si “fabbrica” una bottiglia, normalmente un vino “importante” per prestigio e prezzo, utilizzando il liquido prelevato da un altro flacone, prevedibilmente assai più reperibile ed economico. Si è calcolato che a un certo punto in Cina erano disponibili più Lafite di quanti ne fossero stati effettivamente prodotti nel totale in quella vendemmia. Un fenomeno purtroppo in continua espansione, per almeno due ordini di motivi: da una parte aumentano i miliardari disposti a spendere enormi cifre sui “grandi vini”, dall’altra cresce il gruppo di etichette che rispondono a questo identikit nella consapevolezza di broker e bevitori.
Fino ad una decina di anni fa, poteva essere una buona idea verificare con scrupolo l’autenticità di una bottiglia se in ballo c’era una bella annata per il Domaine de la Romanée Conti o di Henri Jayer, per un vecchio premier cru classé, al limite per un introvabile Champagne della Belle Epoque. Oggi le etichette a rischio tarocco sono decine e decine, anche per effetto della mondializzazione del mercato vinicolo favorito da Internet. Senza dimenticare il sistema delle aste, non solo quelle online, che moltiplicano le occasioni di vendita, specialmente quando i prezzi sembrano particolarmente vantaggiosi. Ma spesso chi fa l’affare non è esattamente colui che compra non per rivendere a propria volta, ma per stappare e godere: forum e gruppi di discussione sono pieni zeppi di segnalazioni su vini trovati largamente al di sotto delle aspettative. Il tutto complicato dal fatto che non è per niente facile stabilire se la delusione è dovuta ad un tappo che non ha lavorato bene, ad una cattiva conservazione, ad una bottiglia che fatto già tre volte il giro del mondo, come spesso accade, o – eccoci - ad una vera e propria falsificazione. E in ciascuno di questi casi, a chi rivolgersi per ottenere almeno un parziale risarcimento, fosse anche la sostituzione della bottiglia, magari con un’annata più giovane? Non sono esperto di diritto penale o commerciale, ma l’impressione è che ci siano davvero poche tutele per chi si arrischia ad acquistare determinati vini attraverso canali diversi dall’approvvigionamento in azienda. Con la differenza che il miliardario di Hong Kong potrà forse alzare le spalle e passare al bicchiere successivo se gli capita il Latour ’61 “sospetto”, mentre noi comuni mortali dobbiamo risparmiare mesi, a volte anni, mettendo in campo eroiche cordate per concederci un vino del genere. E se al momento dell’apertura ci ritroviamo su scherzi a parte con un montepulciano fresco svinato, la voglia di ridere non viene nemmeno con Totò resuscitato.

La cosa peggiore, o migliore secondo i punti di vista, è che qualcuno potrebbe avercela già fatta sotto il naso senza accorgercene: un falsario degno di rispetto, si fa per dire, dentro al La Tache ci mette un Musigny di buon manico, al posto di Monfortino ’47 un altro nebbiolo serio degli anni ’70-80, un affidabile troisième cru, un bordolese di stile classico della Napa Valley o di Bolgheri in vece di un Margaux. Un truffatore ambizioso deve essere rigoroso, studiare e conoscere molto di più dei possibili gabbati, curando ogni dettaglio affinché tutto sia plausibile: grado di usura di etichetta e capsula, corrispondenza dei colori di stampa e delle rifiniture, ma anche e soprattutto verosimiglianza del contenuto liquido. Rudy Kurniawan è stato scoperto perché ha voluto strafare e non si è documentato bene, altrimenti avrebbe saputo (bastava una telefonata a Gianni) che prima del 1982 la famiglia Ponsot non imbottigliava Clos St Denis. Lui, Rudy non Gianni, voleva piazzare i Clos Saint-Denis del 1949, 1959 e 1962: uno così merita di marcire in galera per il resto della vita, diciamo la verità. Poteva essere più ingenuo soltanto proponendo a Christie’s casse di Haut Brion precedenti al millesimo 1957 con la classica (oggi) bottiglia similborgognona (vedi qui).
Pur non essendo un miliardario di Hong Kong, nel mio piccolo ho avuto anch’io purtroppo qualche brutta esperienza con bottiglie “difformi dall’originale”. Il La Tache ’89 credo fosse deludente di suo, mentre era palesemente taroccato (etichetta e tappo) un Falletto Ris. ’96 e, più recentemente, un Rayas ’95 pagato, pensando ad una buona presa, 450 euro. Come so che non era lui? Perché in primis l’avevo già bevuto e in secundis perché questo non era un vino tappato o eccessivamente evoluto o pesantemente ridotto, ma un rosso molto normale, sicuramente più giovane, senza infamia e senza lode, come ne esistono milioni. Mi restano dubbi, comunque, almeno su un’altra decina di bottiglie, non introvabili magari ma comunque di buon lignaggio, francesi soprattutto. Motivo per cui con altri amici abbiamo drasticamente tagliato gli acquisti su ebay e simili per vecchie bottiglie e, in generale, da rivenditori che non conosciamo personalmente o che si infastidiscono se chiediamo informazioni sulla provenienza delle bottiglie e le loro modalità di stoccaggio. Abbiamo aumentato per contro gli ordini diretti in azienda, quelli attraverso distributori e importatori su annate recenti, con una piccola quota riservata a qualche “occasione” in cui ci si può imbattere sul compravendi del forum gambero rosso o in qualche enoteca, fisica o online. Per il resto, se proprio ci viene voglia di una magnum di Musigny ’85 di Roumier, abbiamo convenuto che forse è meglio cercare il ristorante che ce l’ha: almeno per una volta non sarebbero nostre, le urla di dolore davanti ad un tappo birichino.

Estrazioni del lotto
A volte è perfettamente normale che due o più appassionati si mettono simpaticamente a “litigare”, credendo che le loro convinzioni divergenti si riferiscano allo stesso identico vino. Per poi scoprire che non è così: non sono soltanto le grandi produzioni, infatti, a dover ricorrere a più imbottigliamenti per la medesima etichetta, magari scaglionati nell’arco di qualche mese. Già così è molto probabile rilevare differenze tra i vari lotti, perfino se questi corrispondono ad un’unica massa assemblata precedentemente. Figuriamoci ciò che può accadere se ogni lotto corrisponde addirittura ad una vigna, un taglio, una botte distinta dalle altre. Ci sono cantine “mito” che dichiaratamente lavorano in questo modo e non ritengono necessario o utile fornire ai propri clienti strumenti adeguati per “decodificare”, etichetta alla mano, origini e caratteristiche del vino in questione. Il caso forse più famoso è quello di alcune annate del Brunello di Montalcino Riserva di Gianfranco Soldera: quasi un affare da iniziati, tipo Codice da Vinci, scoprire le sigle che corrispondono rispettivamente alla vigna Case Basse e alla vigna Intistieti.
Ma le variazioni sul tema sono tante e solo il tam tam tra appassionati può aiutare ad evitare fraintendimenti, senza comunque riuscire a spiegare il perché di vere e proprie follie commerciali. Per esempio devi sapere tu, bevitore, a quale vino corrisponde il colore della ceralacca negli Arbois Pupillin di Pierre Overnoy ed Emmanuel Houillon. Così come sei tenuto ad accorgerti di un piccolo numero sulla retro etichetta, che differenzia i “base” dai vecchie vigne negli Hermitage e nei Saint Joseph di Bernard Faurie. Quasi sempre sono omissioni informative in “buona fede”, ma in alcune occasioni ritornano alla grande i cattivi pensieri: vini annunciati come esauriti che ricompaiono all’improvviso, magari a prezzo maggiorato, dopo un riconoscimento o un punteggio importante; oppure lotti diversi già preparati per essere distribuiti su canali diversi, come se ci fosse il bianco per la ristorazione e le enoteche, quello per la grande distribuzione, quello per l’estero, e così via. Come dare torto, dunque, a quegli appassionati che, quando prendono appunti sulle proprie bevute, si scrivono anche il numero del lotto, oltre alle informazioni classiche. Né vanno presi come pazzi furiosi quei lettori che vorrebbero un’indicazione di questo tipo anche dalla stampa di settore che consultano per orientarsi negli acquisti.
Senza contare, e lì inevitabilmente girano parecchio immaginate voi cosa, quei casi in cui durante la visita in azienda o una fiera assaggi un vino che poi si rivela completamente diverso da quello che compri. A noi (vero Antonio?) è capitato con una piccola azienda di Volnay: ci fecero assaggiare dei buonissimi rossi 2004, o perlomeno presentati come tali, ma le stappature in Italia diedero fin da subito esiti molto distanti in negativo. Ora, va bene che i vini in cantina sono o sembrano quasi sempre più buoni, così come capita facilmente di lasciarsi prendere dall’euforia del momento per poi chiedersi a distanza di tempo perché ti ritrovi con così tanti promemoria di quel giro. Aggiungiamoci pure la nostra totale inaffidabilità degustativa, ma in quell’occasione specifica perfino un astemio si sarebbe accorto dello scambio in stile pacco, doppio pacco e contropaccotto. Come difendersi in questi casi? Con quali prove documentabili si può chiamare l’azienda e dire: “Senti amico fritz, tu mi hai fatto assaggiare una cosa e me ne hai data un’altra?” Avvocati in ascolto, diteci qualcosa.

La cuvée journaliste
Può apparire solo uno spin off del precedente, ma per molti versi è un punto ancora più sensibile e discusso in una certa cerchia di appassionati. Da quando esistono guide e riviste, premi e punteggi, si ragiona sull’opportunità di recensire e valutare campioni inviati direttamente dalle aziende. Non solo perché spesso si giudicano dei vini in una finestra magari lontana da quella in cui saranno effettivamente in commercio: l’espressione “cuvée journaliste” sintetizza meglio di qualsiasi arzigogolo quanto sia presente il dubbio che qualcuno non giochi pulito anche in culture molto diverse dalla nostra. Non è difficile, soprattutto per un bravo enologo, confezionare a tavolino la bottiglia “giusta” da sottoporre in esame: la migliore botte presente in cantina, un taglio fatto bene con un’altra annata in affinamento, una lavorazione finale che consenta a quello stock destinato alle guide di essere più “espressivo” nel momento clou. E non voglio nemmeno commentare le leggende più o meno metropolitane messe in giro a volte dalle stesse aziende, quando raccontano di aver comprato e imbottigliato con la propria etichetta un vino pluripremiato, ricevendo valutazioni molto inferiori.
Siamo onesti fino in fondo, però: non c’è modo di essere certi al momento dell’assaggio che il campione ricevuto dalla cantina sarà identico a quello che potranno reperire i lettori. Ci si deve necessariamente fidare per poi, come sempre più spesso accade, andare a verificare le prime impressioni incrociandole con altre ricavate nel riassaggio di bottiglie acquistate e bevute attraverso altri canali. Chi bara prima o poi viene scoperto, soprattutto oggi che i nuovi sistemi di comunicazione consentono uno scambio incessante di informazioni e dati. Da una parte, infatti, ho l’impressione che si faccia ricorso a questa pratica molto meno rispetto a qualche anno fa, dall’altra c’è da dire che è molto più difficile realizzare ad hoc un prototipo da concorso che metta d’accordo tutte le squadre d’assaggio e relative prospettive critiche. A meno che tu non sappia replicare un Monfortino in laboratorio, saresti quasi costretto ad elaborare tante cuvée quante sono le testate d’interesse. E diventerebbe antieconomico, oltre che terribilmente complicato. Alcuni produttori e tecnici sono talmente disorientati da questo continuo susseguirsi di parametri estetici e parole d’ordine, che la casistica si arricchisce di venature surreali. Come trovarsi ad assaggiare campioni guidaioli indiscutibilmente peggiori di quelli realmente disponibili sugli scaffali: qualcuno non ha ancora capito che per “fregare” le commissioni ci vuole un make up opposto a quello necessario per il vinone scuro, concentrato e con la sua quota di rovere. Il modello che garantiva più facilmente allori e cotillon verso la fine degli anni ’90, progressivamente messo in discussione nell’ultimo decennio. Un paio di esempi celebri in tal senso ce l’ho proprio qui, sulla punta della lingua, ma il Natale è alle porte: non diventiamo tutti più buoni, ma desiderosi di maggiore tranquillità senza dubbio.

La bottiglia al ristorante
So che state pensando: ora nemmeno al ristorante possiamo smettere i panni del detective e rilassarci completamente? Non so come dirvelo, ma ni. Godiamoci la serata, stacchiamo il cervello, ma riaccendiamolo in alcuni momenti topici, per esempio quando sta arrivando la bottiglia che abbiamo ordinato. Per evitare ogni possibilità di fraintendimento, pretendiamo che il flacone venga aperto davanti ai nostri occhi, capsula compresa, e cerchiamo di non perderlo mai di vista. Il rischio del tarocco c’è sempre, ma perlomeno non rischiamo che, con un abile gioco di prestigio, la bottiglia stappata finisca nell’ufficio del proprietario, magari con la scusa di decantarla, sostituita da un’altra assai meno rara e costosa. Né ci si può permettere di toglierla dal proprio radar visivo per il resto della cena, perché qualche sommelier pazzarello ogni tanto ce l’ha il vizietto di riempire il suo, di bicchiere, e chiedere se vogliamo ordinarne una seconda senza poterne constatare l’effettivo prosciugamento. Penserete che sono psicopatico e non avete tutti i torti, ma mi rifaccio ad episodi accaduti in presenza di testimoni, non solo in Italia. Figuratevi quindi cosa posso supporre quando la bottiglia richiesta compare sul mio tavolo già stappata da un’altra parte, specialmente quando è un certo tipo di bottiglia.
Estremizzando ma non troppo, operando in questo modo chiunque potrebbe allestire una carta dei vini da sogno recuperando anche un solo vuoto per referenza. Dopo di che al momento della comanda si va in cucina, lo si riempie con un fac-simile plausibile ma più abbordabile, si torna in sala e si fa “felice” il cliente. E’ questo il motivo per cui faccio più fatica di altri a scegliere le proposte al calice quando vado al ristorante: non sono rare le occasioni in cui arriva a tavola il bicchiere già riempito, senza possibilità di vedere nemmeno la bottiglia. La cosa bella è che quasi mai nessuno si lamenta per questo, ecco perché preferisco apparire un rompiscatole malfidente ed esigere un certo tipo di servizio (niente battute, grazie). Altrimenti nessuno mi toglie dalla testa sinapsi maliziose quando incontro ristoranti che hanno lo Chambertin ’99 di Rousseau da più di un lustro in carta a 200 euro. A Cana, con un maitre barbuto, forse lo troverei più normale.

Le bicchierate tematiche
Non è altro che una postilla rispetto all’ambientazione ristorante. Che siano superdegustazioni allestite in fantasmagorici hotel o piccoli ritrovi per pochi fortunati, quando si partecipa a bicchierate più o meno tematiche è necessario nutrire una fiducia totale in chi organizza. Come si potrebbe servire una sequenza di 24 vini per 100 persone senza preparare le bottiglie con largo anticipo? A maggior ragione se si tratta di vini penalizzati da un’apertura express? Ma anche in gruppi meno numerosi è di fatto impossibile, socialmente più che tecnicamente, imporre una stappatura in diretta: quanta più confidenza c’è tra bevitori e conferitori dei flaconi, tanto più si creeranno equivoci e discussioni sgradevoli. Dovrebbe essere il “padrone di casa”, dove praticabile, a “prevenire” eventuali dubbi, aprendo le bottiglie più costose in presenza dei convenuti e lasciandogli la possibilità di portare con sé i vuoti alla fine. Il gioco dei travasi permette di pubblicizzare, o farsi rimborsare come contributo, appetitose line up con bottiglie di annate mitiche, sostituite di soppiatto con altri vini, non importa se altrettanto buoni. Quando l’incidenza delle bottiglie “sottoperformanti” si intensifica e si ripete sempre negli stessi ambienti, i sospetti diventano più che legittimi. Così come è quasi naturale dubitare di un calendario di assaggi dove, a meno che il pusher non sia Giorgio Pinchiorri, ogni volta c’è un Lafite ’28 o un Monfortino ’37 in programma.
Ma non crediate che sia solo una questione economica: per alcuni appassionati ci sono cose che valgono più dei soldi. La propria credibilità e affidabilità critica, per esempio: se mi sbilancio favorevolmente su una determinata annata o etichetta e la mia posizione è messa in discussione, posso sempre organizzare una degustazione con quei vini, presentandone al loro posto altri con cui vado sul sicuro. Sono perfino disposto a sacrificare bottiglie più importanti e costose pur di “dimostrare” davanti a testimoni che effettivamente quella vendemmia 1378 è grande per la Borgogna e non verde e coccinellosa come sostengono altri. Oppure che quel rosso non è dolce come si scrive, quell’altro non è cambiato affatto stilisticamente dal ’96, che quel piccolo produttore che ho scoperto è già all’altezza dei migliori della sua zona.
So che sembrano cose da alieni per voi persone normali che leggete, dubito però ce ne siano in mezzo a voi, ma il mondo del vino è fatto purtroppo anche di queste lunari concatenazioni. La crisi ingrossa il numero di coloro che provano ad imboccare scorciatoie per un facile guadagno, approfittando della buona fede e a volte dell’ignoranza delle persone. Esattamente come accentua i tic di chi nel rapporto col vino e nella sua condivisione cerca prima di tutto una carezza per il proprio ego. Per fortuna resta largamente maggioritaria la quota di operatori e appassionati completamente estranei a meccanismi di questo tipo, che non penserebbe mai di spillare soldi all’amico o all’estraneo manipolando una bottiglia né misurerebbe la realizzazione personale con il numero di seguaci pendenti dalle proprie labbra. I nostri migliori auguri di buon Natale vanno a loro, a chi sa che col vino non conviene mai prendersi troppo sul serio, a chi fa i salti mortali per regalarsi una bella bottiglia, a chi crede che la magia di questo liquido abbia a che fare prima di tutto con la verità. Da e verso il vino, da e verso i compagni di viaggio, da e verso noi stessi."
Arlecchino scherzando si confessò
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda Kalosartipos » 25 dic 2013 20:18

Bellissimo
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Re: Le parole del vino che non vorreste più sentire nel 2014

Messaggioda hansen » 25 dic 2013 21:13

! Gran bell 'articolo che tocca tanti tasti del mondo eno-tarocco di cui si può esser vittima molto facilmente e nella maggior parte dei casi si rimane sempre con il dubbio di esser stati beffati ma è difficile arrivare alla soluzione del tarocco..penso x esempio ad un trebbiano di valentini bevuto insieme a tanti appassionati anche di questoforum che era di sicuro stata contraffatta con un bianco altoatesino da pochi euro..x la cronaca bottiglia presa sul forum da venditore sicuro che però non ha voluto saperne 8) di cui non faccio nome ma dovrei farlo

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