Wineduck ha scritto:wwines ha scritto:1) - Ho bevuto il 91, e in effetti ho trovato concordanza con queste percezioni, eccetto la "consistenza della massa", probabilmente dovuta all'annata. Assenza delle note "didattico-stancanti" e bella prograssione
2) - 'Mmazza che scarsi i tuoi amici
3) - Questo pensiero mi fa pensare a temi del tipo: "meglio lasciar parlare la terra con qualsiasi vitigno" o meglio valorizzare, e individuare come pura e ideale l'espressione di vitigni tradizional-locali-autoctoni che portano nel loro dna l'essenza di quel terreno? Non so, forse da talebana preferisco la seconda opzione. Pensando a grandi e particolari espressioni di cs, sul modello del cs di Tasca, penso a La Stoppa 2000. Però, anche se Elena fa parlare indiscutibilmente la terra in modo egregio, trovo che abbia più "anima" il suo Macchiona. (scusatemi è un momento di trip marzulliano)

Se tu sei talebana, io divento il prossimo Papa (non del sangiovese, quello della CdV)! ... Non sparare minchiate
In privato ti racconterò come si riconosce un "talibàn" del vino....
I miei amici sono tutt'altro che scarsi. Anzi con il primo che lo ha detto ti sei trovata molto in sintonia all'ultima nostra degustazione a cui hai partecipato (era suduto accanto a te) ...

In effetti all'inizio ci poteva stare benissimo.
Anche per rispondere ad Alexer, specifico che sono talmente d'accordo che io non ho proprio una visione "antagonista" fra vini prodotti con vitigni autoctoni e alloctoni. Anzi proprio il contrario! Sono convinto che chi difende la tradizione a tutti i costi, con il cervello serrato come il culo di un topo rincorso da un serpente a sonagli, fa un errore assoluto. I territori di una qualunque denominazione sono tendenzialmente vasti e soprattutto variegati: non è vero che in passato si usava un solo vitigno ovunque. Ci sono esposizioni migliori e peggiori, ci sono pendii più scoscesi e quelli meno, ci sono terreni con banchi più argillosi ed altri più ciotolosi e scheletrici. Ogni produttore deve essere libero di sperimentare e di trovare il proprio giusto feeling con la vigna, la varietà ed il clone che gli sembra più adatto ad interpretare la sua filosofia produttiva. I francesi hanno impiegato alcuni secoli a trovare il giusto compromesso e adesso noi pretendiamo di inventarci una storia che in realtà non abbiamo (il tutto ammantato dall'ipocrisia tipica italiana). La storia non è fatta solo di "stelle" ma anche di prove sperimentali, errori, piccoli successi, grandi fallimenti, immensi colpi di culo, ecc.
Per fortuna ci sono produttori che se ne sbattono le balle e continuano a sperimentare per trovare la loro personale strada: se non fosse così oggi non avremmo dei piccoli gioielli enologici come La Ricolma di San Giusto a Rentennano o La Malena di Pàcina o il CS di Tasca o il Paleo delle Macchiole o il Sassicaia (ma ne potrei citare molti altri). Loro continueranno a produrre e far godere migliaia di buongustai sulla faccia della terra e spero che continuino a farlo anche i loro figli, i loro nipoti e pronipoti. Fino al punto in cui, fra qualche secolo anche il Merlot, il Syrah, il CF e il CS saranno vitigni assorbiti definitivamente nel territorio e faranno parte integrante del nostro patrimonio culturale (a quel punto si spera più europeo che iper-comunal-campanilistico come il nostro attuale).
Scherzavo sui tuoi amici, sai bene (ma ora ho qualche perplessità) che mai mi permetterei di pronunciare queste parole seriamente, nei confronti di chiunque. Tutte le volte che mi siedo a degustare rifletto sempre sulle parole di tutti, anche coloro senza esperienza, perché penso che ognuno di noi è diverso nella sensibilità e che ognuno può contribuire in modo interessante, al contrario della maggior parte delle persone. Ma che ti prende, non era chiaro che era una battuta, con faccine scherzose supplementari di sostegno, messe apposta a scanso di equivoci?
Secondo poi, la storia del talebano è sicuramente un’iperbole e anche quella scritta con leggerezza autoironica solo per indicare una mia probabile propensione sensoriale-emozionale verso i vini prodotti da vitigni italici storici.
Premesso che:Credo che un produttore abbia il sacrosanto diritto di essere libero e che trovo grandi vini Ricolma e Paleo e Sassicaia, e come ben sai non ho nessuna difficoltà ad esprimere la bellezza del cs di Tasca o di altri vini;
E che
L’importante è ciò che si ha nel bicchiere,
e che
il vino non è solo poesia ma anche business,
Credo che sia necessario contestualizzare di volta in volta frasi del tipo “noi pretendiamo di inventarci una storia che in realtà non abbiamo”.
Certo, il nostro percorso è infinitamente diverso da quello della Francia: siamo stati e saremo sempre diversi da loro.
Abbiamo avuto una storia ma l’abbiamo calpestata, siamo rimasti tanto indietro e non siamo stati bravi a valorizzarci, ma non credi che sono oramai parecchi quelli che da tempo si sforzano sinceramente di valorizzare il “proprio storico viticolo” attraverso sperimentazioni, investimenti, ricerche e “scommesse” e
silenzio, talvolta con doppia fatica per farsi conoscere perché ci sono i loro vicini che non hanno nessuna voglia di fare sistema e non se la sentono di fare ricerca su vitigni dei quali non si conoscono ancora potenzialità ( = money)?
Perché non pensare che anche dietro un progetto commerciale legato all’autoctono ci può anche essere la voglia di sacrificarsi e di lavorare in situazioni difficili? Perché pensare che i produttori che decidono con convinzione di seguire la strada dell’autoctono-storico hanno “il cervello serrato come il culo di un topo rincorso da un serpente a sonagli” e condiscono tutto con un po’ di ipocrisia italica? Non trovi che il falso si trovi dappertutto e che tutti abbiano comunque il diritto di rispetto delle proprie convinzioni?
“Evviva la sperimentazione e la piena libertà” vale per tutti, anche per quei produttori che vogliono andare a fondo nella ricerca e nella valorizzazione dei vitigni originali o storici o autoctoni. Talvolta, come tutti sappiamo bene, questo è un percorso più impervio perché non ci sono studi predigeriti e cloni sperimentati per adattarsi alle più disparate situazioni pedoclimatiche, ai quali hanno attinto abbondantemente molte aziende italiane (ben per loro, ovviamente, se sono soddisfatte così).
Vorrei ricordare che per ogni martini di cigala (del quale custodisco gelosissimamente in cantina i ricolma e non solo i sangioveto), ci sono 100 produttori che fanno cs o merlot per fare esclusivamente cash vantando vocazioni territoriali inesistenti. Ho sentito più spesso millantare vocazioni, storia e terroir da nuove aziende con cs e merlot prodotti da vigne di 5 anni che da viticoltori che lavorano i propri storici da tanto tempo.
Sono molto contenta se le persone godono bevendo syrah, pinot neri, cs e merlot italici. Mi sembra però che ci sia stata una “leggera” inflessione, quest’anno, sulle vendite di internazioni italici, e siccome alla fine parliamo di business è giusto rimarcare anche questo.