Siria

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tenente Drogo
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Messaggioda tenente Drogo » 26 dic 2016 12:12

ho trovato solo adesso un articolo di Ugo Tramballi apparso sul Sole 24 Ore del 4 dicembre
lo condivido perché mi pare uno dei migliori letti finora

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DALLA SIRIA AL BALTICO. PUTIN E TRUMP, DUE NAZIONALISMI A CONFRONTO
Il Sole 24 Ore 4/12/2016
di Ugo Tramballi
La vittoria in una guerra non è la garanzia dell’automatico conseguimento di una pace. Quando questo non accade si chiama vittoria di Pirro, ricordava ieri alla chiusura dei Dialoghi Mediterranei Staffan de Mistura, il negoziatore Onu nella crisi siriana. Nessuno può mettere in dubbio che la Russia sia ormai riuscita a conquistare Aleppo e ad avere un ruolo predominante nella trattativa – quando ci sarà – sul futuro della Siria. Ma che genere di vittoria sarà, alla fine?
Raramente un diplomatico e politico raffinato come il segretario di Stato uscente John Kerry era stato così brutale nell’ammettere la sconfitta di Aleppo: “E’ andata”, aveva ammesso al collega italiano Paolo Gentiloni. Era la seconda constatazione di un errore, dopo avere ammesso qualche tempo fa che l’uscita di scena di Bashar Assad, il dittatore, non era più quella condizione essenziale per la pace sulla quale gli Stati Uniti avevano tanto insistito per anni. Ma la Russia non è diventata essenziale solo per risolvere il problema siriano. Due anni fa in Medio Oriente erano dei nani diplomatici, oggi la determinazione e la durezza con la quale si sono calati nel conflitto siriano, ha reso i russi protagonisti del futuro della regione quasi quanto gli Stati Uniti. Se ne supererà l’importanza dipende soprattutto da quale politica estera deciderà di perseguire Donald Trump.
Tuttavia, come già hanno sperimentato inglesi, francesi e americani, la cosa difficile non è entrare in Medio Oriente con passo da parata. E’ uscirne. O restarci, potendo dettare politiche, condizionare alleati e non subire sconfitte dai nemici. Un’idea i russi se l’erano fatta in Afghanistan negli anni Ottanta. Molti dei generali oggi in ruoli di comando si sono fatti le ossa in quella guerra e non vorrebbero finire in un nuovo Afghanistan. E’ probabilmente quella tragica esperienza che avrebbe spinto i russi a stabilire contatti segreti con le opposizioni siriane; e Sergei Larov, il ministro degli Esteri, a rilanciare il negoziato sulla pace, ora che Aleppo è stata quasi conquistata.
Salvare il regime alleato di Damasco e possibilmente Bashar Assad, controllare la costa lungo la quale ci sono le basi uniche russe sul Mediterraneo, e assicurare le grandi città: ottenuto questo, i russi avrebbero avviato da una posizione di forza il negoziato sul futuro della Siria. Questo era il piano originale e forse continua ad esserlo. Ma gli alleati di Damasco e gli iraniani puntano alla “liberazione” e al controllo dell’intero paese. Un accordo sulla Siria non è un affare a due, Russia e Usa, aveva ammonito venerdì ai Dialoghi Mediterranei organizzati a Roma da Farnesina e Ispi, il vice-ministro degli Esteri iraniano Sayed Kazem Sajjapour.
Presto anche i russi scopriranno, come hanno già fatto gli americani a loro spese, che in Medio Oriente le grandi potenze non hanno più potere di vita e di morte come un tempo. I paesi della regione, quasi tutti con un’idea sopravvalutata del loro destino, sono ormai più decisivi di russi e americani nella guerra come nella pace. Se dunque Mosca riconoscerà che la guerra civile ha prodotto molti interlocutori, non solo il regime di Damasco, alla vittoria militare seguirà anche una pace; se asseconderà Assad e gli iraniani, cercando di riproporre la stessa Siria del 2011, la sua sarà la vittoria di Pirro che ieri paventava Staffan de Mistura.
Ma oggi non c’è conflitto, tregua, trattato già scritto o da negoziare, politico ed economico, che non sia finito nel congelatore globale che ha creato l’elezione di Donald Trump. Cosa farà il nuovo presidente? Che America sarà la sua? Nessuno, forse nemmeno lui, lo sa. Ciò che al momento sembrano confrontarsi sono due nazionalismi differenti. In quello russo l’elemento imperiale cioè la conquista di territori o di sfere d’influenza, è fondamentale: non è una caratteristica di Putin, è la storia russa da Pietro il Grande a Stalin. Il neo-nazionalismo che Trump ha lasciato intendere, è soprattutto una versione contemporanea, probabilmente con importanti eccezioni, dell’isolazionismo americano precedente a Pearl Harbour 1941. Il confronto fra questi due nazionalismi potrebbe non essere necessariamente uno scontro: Trump potrebbe selezionare alcune questioni e cedere il passo a Putin in molte altre.
L’attenzione generale è sul disordine mediorientale. Quello nell’oriente europeo, intanto, non è venuto meno, è solo in pericolosa attesa. Per il nazionalismo russo recuperare l’influenza perduta nell’Est d’Europa è più importante della Siria. Per l’idea che Trump ha mostrato di avere dell’America nel mondo, il vecchio continente è marginale. E’ possibile dunque che nei prossimi quattro anni non sia una fortuna essere baltici, polacchi e ucraini.
I comunisti mi trattavano da fascista, i fascisti da comunista.
Tutto questo ha aiutato il film.
(Sam Fuller, a proposito di "The Steel Helmet")

http://fortezza-bastiani.blogspot.com

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