Diario economico

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Re: Diario economico

Messaggioda tenente Drogo » 26 apr 2017 16:28

zampaflex ha scritto:Aspettiamoci un inutile e canagliesco intervento di Di Maio nel giro di pochi minuti.


la tua facile profezia si era avverata il giorno prima
http://i66.tinypic.com/2ppwyuo.jpg
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 27 apr 2017 11:46

L'Istat rende noto che in aprile 2017 l’indice del clima di fiducia dei consumatori rimane sostanzialmente stabile passando da 107,6 di marzo a 107,5 punti (consensus 107,4).
L’indice composito del clima di fiducia delle imprese registra invece un significativo incremento passando da 105,1 a 107,4 punti, a conferma di una tendenza al miglioramento in atto per il quarto mese consecutivo, raggiungendo il valore più elevato da ottobre 2007.
Con riferimento alle imprese, nel mese di aprile si registra un diffuso miglioramento della fiducia: nel settore manifatturiero l’indice aumenta da 107,2 a 107,9 (valore più elevato da gennaio 2008) e nel settore delle costruzioni passa da 123,3 a 128,0 (valore più elevato da maggio 2008). Nei servizi il clima sale da 106,4 a 107,8 e nel commercio al dettaglio passa da 108,8 a 110,8 (valori più elevati, rispettivamente, da gennaio 2016 e da dicembre 2015).

In Europa va altrettanto bene:
https://www.ft.com/content/f0d6d183-5b1d-391c-bce0-9fb3d7e1424a
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Re: Diario economico

Messaggioda harmattan » 27 apr 2017 12:08

Ricapitolando quello che c'è scritto nell'ultima manovrina riguardo l'IVA, il DECRETO-LEGGE 24 aprile 2017, n. 50, al Titolo 1 - art. 9 cita quanto segue:

"... alla lettera a), le parole "e' incrementata di tre punti percentuali dal 1° gennaio 2018" sono sostituite dalle seguenti: "e' incrementata di 1,5 punti percentuali dal 1° gennaio 2018 e di ulteriori 0,5 punti percentuali a decorrere dal I° gennaio 2019 e di un ulteriore punto percentuale a decorrere dal 1° gennaio 2020"

Quindi dal 1° gennaio 2018 dal 22% al 23,5%
dal 1° gennaio 2019 al 24%, e dal 1° gennaio 2010 al 25%.

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/04/24/17G00063/sg

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Re: Diario economico

Messaggioda harmattan » 27 apr 2017 12:40

zampaflex ha scritto:In Europa va altrettanto bene:
https://www.ft.com/content/f0d6d183-5b1d-391c-bce0-9fb3d7e1424a


Scusa ma non sono abbonato :D puoi postarmi il titolo dell'articolo?
Thanks!
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 27 apr 2017 14:08

harmattan ha scritto:
zampaflex ha scritto:In Europa va altrettanto bene:
https://www.ft.com/content/f0d6d183-5b1d-391c-bce0-9fb3d7e1424a


Scusa ma non sono abbonato :D puoi postarmi il titolo dell'articolo?
Thanks!


azz, ci sono arrivato da Fineco e da lì si vede...comunque, era l'indice sulla fiducia delle imprese in Europa, arrivato al massimo dal 2010.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 01 mag 2017 17:42

La lettera di Mauldin di questa settimana è piena zeppa di spunti di riflessione
http://ggc-mauldin-images.s3.amazonaws.com/uploads/pdf/170430_TFTF.pdf

Prima: Mauldin, noto Repubblicano, sembra diventato, per i temi che affronta, un marxista involontario. La compressione dei redditi della classe media, fenomeno presente in modo più o meno chiaro dovunque, non può non richiamare il pensiero del barbuto. E tale situazione è per me la causa nascosta della crescita dei movimenti populistici in tutto il mondo occidentale, altro che il "dito" dell'immigrazione...il vero problema (la "luna" confuciana) è il calo dei redditi. Se fossero cresciuti, non ci sarebbe stata alcuna propensione per le classi in sofferenza per il voto al contestatario di turno.

Seconda: la presentazione è zeppa di grafici, con dati per l'Europa tra il 1991 e il 2010, che ci collocano irrimediabilmente piuttosto in basso; noto anche, però, che il reddito medio che avevamo nel 1991 era figlio di una Lira pesantemente sopravvalutata, tant'è che l'anno dopo scoppiò la crisi dello SME e zac, un bel 25% del potere d'acquisto esterno lo perdemmo.
Notevole il divario con le economie del Nord Europa, ma anche (in meglio) con gli USA.

Terzo, estrapolo frase: "The possibility that we might slide down the class scale is the source of much angst. Upper-income
people worry they will decline to mere upper-middle-class status, while the middle class doesn’t want to join the ranks of the
lower class. It’s not so much that those upper-income people are worried about being middle class, it’s that they have created
expenses and lifestyles around a certain level of income. If that income falls, they will have to change the lifestyle they have become used to.
That is remarkably difficult for many of us to do. Our sense of self-esteem and emotional well-being are, it seems, tied into our lifestyle.
A little personal revelation: I am no exception. I could certainly live a less expensive lifestyle. To some extent, I simply tell myself to enjoy life as I find it and work hard to try to maintain my businesses and to grow them if possible. That is more difficult than you might imagine when the very foundations of the industries that I choose to work in seem to be shifting underneath my feet in directions I can’t control. You just have to adapt.
I have had to downshift my lifestyle on three occasions in my life; and while that’s not fun, I seem to adjust. Maybe there’s a little bit of Wilkins Micawber in me.
In those lean periods, something always does seem to turn up."
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 02 mag 2017 12:21

Buone notizie dal fronte occupazionale.
La ripresa continua, lenta ma costante

MILANO/ROMA, 2 maggio (Reuters) - A marzo è tornato a salire il tasso di disoccupazione in Italia, per effetto di una diminuzione degli inattivi, mentre l'occupazione resta sostanzialmente stabile.
Lo spaccato mensile sul mercato del lavoro italiano fornito stamane da Istat evidenzia una risalita del tasso di disoccupazione a 11,7% da 11,5% di febbraio. La mediana delle stime degli analisti prospettava un dato stabile.

"Va però sottolineato che la risalita del tasso di disoccupazione italiano non è dovuta a un calo degli occupati, ma ad una diminuzione degli inattivi", dunque ad un aumento delle forze di lavoro, sottolinea Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo.
Nel dettaglio, il tasso di inattività rispetto a febbraio è sceso di un decimo di punto al 34,7% in marzo, mentre a perimetro annuo il calo è stato di 0,9 punti.
Il tasso di occupazione è rimasto stabile al 57,6% su mese, mostrando una crescita di 0,9% su anno.
In termini assoluti, gli occupati, 22,870 milioni, sono cresciuti dello 0,2% su base mensile e dello 0,9% su base tendenziale.

Nel trimestre gennaio-marzo, in cui il mercato del lavoro ha camminato con le proprie gambe, essendo terminati gli sgravi contributivi per le assunzioni a tempi indeterminato, le persone con un'occupazione sono aumentate di 35.000 unità rispetto al trimestre precedente. A guidare il rialzo sono proprio i dipendenti permanenti (+40.000 unità), mentre i temporanei sono cresciuti di 33.000 unità, a fronte di una discesa di 38.000 occupati tra gli indipendenti.

"In prospettiva il trend resta quello di un lieve aumento dell'occupazione e di un progressivo e lento calo della disoccupazione", prosegue Mameli.

OCCUPAZIONE PROSEGUE LENTA CRESCITA
Il trend di crescita dell'occupazione su base annua è prosegue. Nei dodici mesi gli occupati sono aumentati di 213.000 unità, per effetto di una crescita di 310.000 unità dei dipendenti (di cui 167.000 a termine), e di un calo degli indipendenti, scesi di 97.000 unità.
Quello che conforta gli analisti inoltre è la crescita dell'occupazione in tutte le fasce d'età, con variazioni nell'arco di un anno comprese tra +0,6 punti percentuali per i 35-49enni e +1,0 punti per i 25-34enni.
Scende così il tasso di disoccupazione giovanile, che si porta a 34,1% da 34,5% (rivisto da 35,2) del mese precedente, toccando il minimo dal febbraio2012.
Un calo che non è imputabile ad aumento degli inattivi, che sono diminuiti di 28.000 unità rispetto al mese precedente. Su base mensile il tasso di inattività tra i giovani è sceso di 0,5 punti a 73,9%. Su trimestre, invece, è cresciuto d,8 punti mentre su anno è rimasto invariato, in controtendenza alla discesa evidenziata nelle altre classi di età.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 06 mag 2017 17:26

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Re: Diario economico

Messaggioda tenente Drogo » 07 mag 2017 17:08

harmattan ha scritto:Come disse quer fenomeno de Padoa Schioppa, le tasse sono bellissime!!! Tepossinomagnà_da_li_vermi______!


che ti frega: lavori all'estero e hai il capitale all'estero
I comunisti mi trattavano da fascista, i fascisti da comunista.

Tutto questo ha aiutato il film.

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Re: Diario economico

Messaggioda harmattan » 07 mag 2017 22:58

tenente Drogo ha scritto:
harmattan ha scritto:Come disse quer fenomeno de Padoa Schioppa, le tasse sono bellissime!!! Tepossinomagnà_da_li_vermi______!


che ti frega: lavori all'estero e hai il capitale all'estero


Sfortunatamente vivo ancora a Roma, quindi continuo a spendere in Itaja e l'aumento dell'IVA mi riguarda.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 10 mag 2017 14:16

Finalmente si legge un commento competente e razionale sulle varie proposte di uscita dall'euro.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/05/08/news/senza_euro_litalia_corre_verso_il_default-164982355/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P13-S4.2-T1

Uno dei tanti aspetti surreali del dibattito in corso sui vantaggi per l’Italia di uscire dall’euro è il tentativo di distinguere gli effetti di breve termine di una tale decisione, unanimemente riconosciuti come dolorosi, da quelli di lungo termine, se mai dovessero dispiegarsi i presunti benefici della maggiore flessibilità che una valuta nazionale consentirebbe. Come se nei sistemi complessi il punto di arrivo fosse indipendente dalle condizioni di partenza e dal percorso seguito. Il processo con cui si disegnano le istituzioni politiche ed economiche di un paese non è indipendente dai traumi che ne caratterizzano l’evoluzione. E il default, che con ogni probabilità seguirebbe alla decisione di lasciare la moneta unica, rappresenta un trauma di primaria grandezza, secondo solo ad una guerra persa nei suoi effetti più profondi sul tessuto sociale e culturale di un paese.

L’euro ha consentito all’Italia di liberare spazi immensi nel proprio bilancio pubblico, prima con il processo di convergenza dei tassi d’interesse italiani al livello tedesco e poi con la politica monetaria ultra-espansiva che ha caratterizzato il mandato di Mario Draghi. Bisognerebbe ricordare a tale proposito che i tassi a zero sono possibili solo se un paese come la Germania presta la propria credibilità ad un paese come l’Italia. Sta a noi italiani, non all’Europa decidere come orientare il flusso di risorse reso disponibile dall’euro. Più che sulla moneta unica in sé, un paese maturo
dovrebbe quindi domandarsi se è stato corretto usare il dividendo dell’euro per aumentare la spesa pubblica corrente, eliminare la tassa sulla prima casa o infittire la selva di bonus alla nostra manifattura incentivando investimenti dalla produttività così bassa da richiedere il sovvenzionamento statale. Il crollo della spesa per interessi, reso possibile dalla adozione delle “stupide” regole di Maastricht e dalla credibilità anti- inflazionistica che la Bundesbank ha portato in dote alla Banca Centrale Europea, ha protetto per 20 anni l’Italia dal rischio di default e ha consentito al nostro paese di mantenere un sistema di welfare “occidentale” pur in presenza di un invecchiamento progressivo della popolazione.

Il fatto che la Germania abbia saputo sfruttare al meglio le opportunità poste dal mercato unico- a cui la creazione dell’euro ha dato slancio, abbassando drasticamente i costi impliciti imposti dalla volatilità dei cambi- mentre l’Italia nello stesso periodo sia arretrata, non ha nulla a che vedere con l’euro. A meno di non pensare che sia l’euro a determinare le modalità di selezione delle classi dirigenti, i tempi della burocrazia e della giustizia oppure, ancora, l’attitudine e gli incentivi degli imprenditori al reinvestimento degli utili e al dimensionamento aziendale.

Con buona pace dei tanti economisti che in questi giorni si dilettano da oltreoceano in disquisizioni teoriche sui vizi e le virtù della moneta unica, attribuire all’euro la causa della divergenza nella performance tra le due economie, italiana e tedesca, è non solo cattiva econometria ma anche un pessimo modo di impostare una seria politica di riforme, economiche e istituzionali. Al più l’eliminazione delle valute nazionali, così come l’abbattimento di altre barriere alla progressiva integrazione sociale ed economica tra paesi, può avere evidenziato i pre-esistenti punti di forza e di debolezza dei vari sistemi che compongono l’eurozona, accelerandone il processo di riposizionamento relativo. Punti di debolezza che peraltro erano ben visibili, se si ha memoria sufficiente per ricordare le svalutazioni e l’iperinflazione degli anni della lira.

Sarebbe stato meglio non entrare nell’euro? A questa domanda si può rispondere spostando la discussione su un piano astratto e rispolverando le classiche argomentazioni a favore o contro un regime di cambi fissi. Ma sarebbe un approccio sbagliato perché non tiene conto del contesto storico in cui una domanda così aveva senso porsela. Immaginiamo quindi di essere alla fine degli anni ’80, poco prima della firma del Trattato di Maastricht. In quel periodo la reputazione del nostro paese presso i risparmiatori, domestici ed esteri, era così bassa che non esistevano titoli a scadenza lunga: il primo BTP decennale fu emesso nel 1991 con una cedola annua del 12,5%. La maggior parte del debito pubblico italiano era o a brevissima scadenza o indicizzato ai tassi BOT. Una durata media del debito così breve voleva dire trasformare in una roulette russa le aste dei titoli di Stato. Impossibile da gestire senza un ferreo controllo dei movimenti di capitale per evitare che i risparmiatori potessero rifugiarsi all’estero, sottraendosi a quella imposta patrimoniale occulta che va sotto il nome di inflazione e svalutazione.

Per i risparmiatori italiani si usava l’appellativo di “BOT-people”, perché ricordavano i profughi in fuga dal Vietnam che nessun porto straniero accettava e che erano costretti a vivere sui barconi in mare. Il clima di paura che i risparmiatori italiani hanno provato nelle giornate più buie della crisi dello spread era praticamente la regola in quegli anni. Il fatto è che nelle condizioni delle finanze pubbliche italiane la decisione di non entrare nell’euro (allora) o di uscirne (oggi) significa fare default sul debito pubblico. Il giorno stesso in cui l’Italia dovesse annunciare l’uscita dall’euro si scatenerebbe la fuga dei capitali dal paese e la corsa ai bancomat, come abbiamo visto accadere in Grecia.

Se la Grecia è riuscita a sopravvivere nell’estate del 2015 è solo perché è rimasta tenacemente aggrappata all’Europa e la Bce ha potuto rifornirne di euro i bancomat. Se però l’Italia decidesse di abbandonare l’euro, per trattenere i capitali necessari a rifinanziare il debito in scadenza il Tesoro dovrebbe offrire tassi d’interesse così elevati da rendere prospetticamente insostenibile il servizio del debito pubblico. In alternativa, bisognerebbe chiudere ermeticamente le frontiere ai movimenti di capitale, ridenominare il debito in lire e monetizzarlo. Isolarsi dal mondo per il tempo necessario a dimezzare il peso reale del debito attraverso il default o l’inflazione ... facile a dirsi, ma impossibile a farsi soprattutto per un paese trasformatore come il nostro, (oggi) pienamente integrato nelle filiere produttive globalizzate.
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Re: Diario economico

Messaggioda Timoteo » 10 mag 2017 14:23

zampaflex ha scritto:Finalmente si legge un commento competente e razionale sulle varie proposte di uscita dall'euro.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/05/08/news/senza_euro_litalia_corre_verso_il_default-164982355/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P13-S4.2-T1

Uno dei tanti aspetti surreali del dibattito in corso sui vantaggi per l’Italia di uscire dall’euro è il tentativo di distinguere gli effetti di breve termine di una tale decisione, unanimemente riconosciuti come dolorosi, da quelli di lungo termine, se mai dovessero dispiegarsi i presunti benefici della maggiore flessibilità che una valuta nazionale consentirebbe. Come se nei sistemi complessi il punto di arrivo fosse indipendente dalle condizioni di partenza e dal percorso seguito. Il processo con cui si disegnano le istituzioni politiche ed economiche di un paese non è indipendente dai traumi che ne caratterizzano l’evoluzione. E il default, che con ogni probabilità seguirebbe alla decisione di lasciare la moneta unica, rappresenta un trauma di primaria grandezza, secondo solo ad una guerra persa nei suoi effetti più profondi sul tessuto sociale e culturale di un paese.

L’euro ha consentito all’Italia di liberare spazi immensi nel proprio bilancio pubblico, prima con il processo di convergenza dei tassi d’interesse italiani al livello tedesco e poi con la politica monetaria ultra-espansiva che ha caratterizzato il mandato di Mario Draghi. Bisognerebbe ricordare a tale proposito che i tassi a zero sono possibili solo se un paese come la Germania presta la propria credibilità ad un paese come l’Italia. Sta a noi italiani, non all’Europa decidere come orientare il flusso di risorse reso disponibile dall’euro. Più che sulla moneta unica in sé, un paese maturo
dovrebbe quindi domandarsi se è stato corretto usare il dividendo dell’euro per aumentare la spesa pubblica corrente, eliminare la tassa sulla prima casa o infittire la selva di bonus alla nostra manifattura incentivando investimenti dalla produttività così bassa da richiedere il sovvenzionamento statale. Il crollo della spesa per interessi, reso possibile dalla adozione delle “stupide” regole di Maastricht e dalla credibilità anti- inflazionistica che la Bundesbank ha portato in dote alla Banca Centrale Europea, ha protetto per 20 anni l’Italia dal rischio di default e ha consentito al nostro paese di mantenere un sistema di welfare “occidentale” pur in presenza di un invecchiamento progressivo della popolazione.

Il fatto che la Germania abbia saputo sfruttare al meglio le opportunità poste dal mercato unico- a cui la creazione dell’euro ha dato slancio, abbassando drasticamente i costi impliciti imposti dalla volatilità dei cambi- mentre l’Italia nello stesso periodo sia arretrata, non ha nulla a che vedere con l’euro. A meno di non pensare che sia l’euro a determinare le modalità di selezione delle classi dirigenti, i tempi della burocrazia e della giustizia oppure, ancora, l’attitudine e gli incentivi degli imprenditori al reinvestimento degli utili e al dimensionamento aziendale.

Con buona pace dei tanti economisti che in questi giorni si dilettano da oltreoceano in disquisizioni teoriche sui vizi e le virtù della moneta unica, attribuire all’euro la causa della divergenza nella performance tra le due economie, italiana e tedesca, è non solo cattiva econometria ma anche un pessimo modo di impostare una seria politica di riforme, economiche e istituzionali. Al più l’eliminazione delle valute nazionali, così come l’abbattimento di altre barriere alla progressiva integrazione sociale ed economica tra paesi, può avere evidenziato i pre-esistenti punti di forza e di debolezza dei vari sistemi che compongono l’eurozona, accelerandone il processo di riposizionamento relativo. Punti di debolezza che peraltro erano ben visibili, se si ha memoria sufficiente per ricordare le svalutazioni e l’iperinflazione degli anni della lira.

Sarebbe stato meglio non entrare nell’euro? A questa domanda si può rispondere spostando la discussione su un piano astratto e rispolverando le classiche argomentazioni a favore o contro un regime di cambi fissi. Ma sarebbe un approccio sbagliato perché non tiene conto del contesto storico in cui una domanda così aveva senso porsela. Immaginiamo quindi di essere alla fine degli anni ’80, poco prima della firma del Trattato di Maastricht. In quel periodo la reputazione del nostro paese presso i risparmiatori, domestici ed esteri, era così bassa che non esistevano titoli a scadenza lunga: il primo BTP decennale fu emesso nel 1991 con una cedola annua del 12,5%. La maggior parte del debito pubblico italiano era o a brevissima scadenza o indicizzato ai tassi BOT. Una durata media del debito così breve voleva dire trasformare in una roulette russa le aste dei titoli di Stato. Impossibile da gestire senza un ferreo controllo dei movimenti di capitale per evitare che i risparmiatori potessero rifugiarsi all’estero, sottraendosi a quella imposta patrimoniale occulta che va sotto il nome di inflazione e svalutazione.

Per i risparmiatori italiani si usava l’appellativo di “BOT-people”, perché ricordavano i profughi in fuga dal Vietnam che nessun porto straniero accettava e che erano costretti a vivere sui barconi in mare. Il clima di paura che i risparmiatori italiani hanno provato nelle giornate più buie della crisi dello spread era praticamente la regola in quegli anni. Il fatto è che nelle condizioni delle finanze pubbliche italiane la decisione di non entrare nell’euro (allora) o di uscirne (oggi) significa fare default sul debito pubblico. Il giorno stesso in cui l’Italia dovesse annunciare l’uscita dall’euro si scatenerebbe la fuga dei capitali dal paese e la corsa ai bancomat, come abbiamo visto accadere in Grecia.

Se la Grecia è riuscita a sopravvivere nell’estate del 2015 è solo perché è rimasta tenacemente aggrappata all’Europa e la Bce ha potuto rifornirne di euro i bancomat. Se però l’Italia decidesse di abbandonare l’euro, per trattenere i capitali necessari a rifinanziare il debito in scadenza il Tesoro dovrebbe offrire tassi d’interesse così elevati da rendere prospetticamente insostenibile il servizio del debito pubblico. In alternativa, bisognerebbe chiudere ermeticamente le frontiere ai movimenti di capitale, ridenominare il debito in lire e monetizzarlo. Isolarsi dal mondo per il tempo necessario a dimezzare il peso reale del debito attraverso il default o l’inflazione ... facile a dirsi, ma impossibile a farsi soprattutto per un paese trasformatore come il nostro, (oggi) pienamente integrato nelle filiere produttive globalizzate.


Aspetto il riassunto di wineduck.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 10 mag 2017 14:41

Timoteo ha scritto:
zampaflex ha scritto:Finalmente si legge un commento competente e razionale sulle varie proposte di uscita dall'euro.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/05/08/news/senza_euro_litalia_corre_verso_il_default-164982355/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P13-S4.2-T1



Aspetto il riassunto di wineduck.


Te lo faccio io: fuori dall'euro = pezze al qulo
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Re: Diario economico

Messaggioda Timoteo » 10 mag 2017 15:28

zampaflex ha scritto:
Timoteo ha scritto:
zampaflex ha scritto:Finalmente si legge un commento competente e razionale sulle varie proposte di uscita dall'euro.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/05/08/news/senza_euro_litalia_corre_verso_il_default-164982355/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P13-S4.2-T1



Aspetto il riassunto di wineduck.


Te lo faccio io: fuori dall'euro = pezze al qulo


Grazie.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 11 mag 2017 14:29

Non continuiamo a lamentarci solo dei politici, quando sono anche i privati a rubare e a truffare.
Desolante il quadro che emerge dal libro di Pierobon basato sulla sua esperienza.

https://it.businessinsider.com/il-magna-magna-italiano-raccontato-da-un-manager-pubblico-dalle-alghe-ai-vestiti-usati-dalla-sabbia-ai-rifiuti/
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 15 mag 2017 17:52

Approfittiamo di Repubblica per riepilogare la storia recente della Popolare dell'Etruria, storia uguale a quella della altre banche finite in dissesto per essere state troppo "locali". Troppe amicizie, poca managerialità.

La crisi di Banca Etruria è stata una sorpresa solo per chi guardava altrove, o non voleva vedere. L'istituto era arroccato e protetto tra le mura e il campanile di uno storico feudo Dc dai tempi di Amintore Fanfani (il nipote Giuseppe è stato sindaco con il Pd fino al dicembre 2014). Ma la "banca dell'oro", 186 sportelli, 1.800 dipendenti e una dozzina di miliardi di attivi, era al disopra delle fazioni politiche, in un sommo intreccio di poteri cattolico-agricoli e laico-massonici per un trentennio governati dal presidente massone Elio Faralli, che lasciò nel 2012 a 87 anni. Sotto il suo regno la crescita per acquisizioni aveva ingigantito anche i crediti, specie quelli ad amici e colleghi amministratori: al momento della risoluzione 13 ex amministratori e 5 ex sindaci dell'istituto erano affidati per 185 milioni, che si erano accordati senza lesinare, originando 198 posizioni di fido finite tra le sofferenze e gli incagli. I problemi del credito, già notevoli dal 2010, erano (ad un certo punto) nelle cure di Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena assunto in banca a fine 2007 come analista e salito tra i dirigenti fino al marzo 2015, quando uscì poco prima del dissesto. Insieme agli insider, i principali beneficiari dell'eccesso di generosità di Banca Etruria sono stati il gruppo Sacci, storica azienda cementiera esposta per 70 milioni; l'Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone (60 milioni); il cantiere Privilege Yard, che doveva costruire un panfilo da 127 metri, tra i più lussuosi al mondo e di cui fu costruito solo il modellino; realizzazioni e bonifiche del gruppo Uno a erre (10,6 milioni); immobiliare Cardinal Grimaldi (11,8 milioni).

La situazione inizia a scappare di mano dall'inizio del 2012: Banca Etruria licenzia l'agenzia Fitch, che le ha assegnato un merito di credito BB+ ("spazzatura") proprio per le sofferenze "a un livello doppio rispetto alla media del sistema". Anche la Banca d'Italia, da mesi in pressing, si fa sotto: a fine 2012 chiede al management, dopo un'altra ispezione, "adeguate misure correttive per sanare la gestione" e di "integrarsi in un gruppo più solido". Il bilancio 2012 porta i segni dell'emergenza, con crediti svalutati per oltre un miliardo. Gli organi sociali cercano rimedi (benché la vigilanza poi li sanzionerà anche per la loro "sostanziale inerzia"). A metà 2013 Etruria aumenta il capitale per 100 milioni, ed emette con il beneplacito della Consob bond subordinati per 120, rifilati alla clientela minuta; una fetta dei 275 milioni che due anni dopo saranno azzerati dal bail in. Il governo Renzi inizia ad affannarsi per la mina Etruria, con cauti sondaggi istituzionali. Come risulta da diverse ricostruzioni e fonti, i problemi dell'Etruria, che è banca popolare, sono anche uno degli sproni perché Renzi acceleri nel progetto di riforma del credito cooperativo, che viaggia in parallelo e passerà per decreto nel gennaio 2015: ma la moral suasion aveva indotto Etruria a portarsi avanti, trasformandosi in spa sei mesi prima. Togliere di mezzo il principio "una testa, un voto" avrebbe facilitato la vendita dell'istituto, ormai necessaria. E proprio tramite ambienti del governo s'era cercato un abboccamento tra Arezzo e il fondo del Qatar, poi chiamato in causa due anni dopo per investire nel Monte dei Paschi (sempre invano).

Nel 2014 la situazione patrimoniale degenera: Bankitalia forza al cambio dei vertici e di metà del cda Etruria (è il passaggio in cui Lorenzo Rosi diventa presidente e Pier Luigi Boschi suo vice, senza deleghe). Mediobanca e il legale Paolo Gualtieri sono nominati dei consulenti per trovare compratori. La banca d'affari si occupa solo dei rapporti con tre fondi stranieri: si parla degli israeliani Hapoalim e Bank Leumi, ma nulla si muove. Più concreto il dialogo con Bper, altra popolare in storici rapporti con Arezzo, e con la popolare di Vicenza. Solo la vicentina entra nella "data room", che presuppone lo scambio di informazioni confidenziali. Ma ad Arezzo prevale ancora il principio "padroni a casa nostra: e nel maggio 2014 il cda dell'Etruria rigetta l'Opa a 1 euro proposta da Vicenza. Una mossa che irrita ulteriormente la vigilanza, che nel novembre avvia l'ispezione decisiva, quella che tre mesi dopo condurrà al commissariamento. E' la fase più drammatica: il management Etruria guarda a 360°. Proprio a novembre, il 4, Maria Elena Boschi presenzia a una ricorrenza di Unicredit a Milano, in cui c'è anche l'ad del colosso Federico Ghizzoni. Pochi giorni dopo, Ghizzoni vede anche il presidente dell'Etruria, Rosi, e si parla di una possibile acquisizione. Ghizzoni prende tempo e passa il dossier a Marina Natale allora vice dg ed esperta di fusioni. Si vocifera di una strategia che possa unire i punti bancari critici di Vicenza, Veneto Banca ed Etruria, con Unicredit a fare da pivot. Ma la banca di Ghizzoni, che ha problemi propri come attesta la ricapitalizzazione da 13 miliardi cui sarà costretta nel 2016, declina e non s'impegna. Intanto l'ispezione di vigilanza attesta che il patrimonio ad Arezzo non c'è più e commina un giudizio "sfavorevole" di 6/6, dopo aver preso atto di una situazione che, a microfoni spenti, gli ispettori di Via Nazionale raccontano di non avere mai visto da decenni. La banca viene commissariata, ma neanche questo basta, anzi le cose peggiorano: nove mesi dopo Etruria è in risoluzione coatta.
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 23 mag 2017 12:52

Incredibile, abbiamo pochi statali. :shock:

Lo studio presentato alla Nuvola di Roma: 5,5 dipendenti della Pa ogni cento residenti. Ce ne sono meno che in Germania, Spagna e Uk. Poca formazione ed età media in costante aumento.

http://www.repubblica.it/economia/2017/05/23/news/forum_pa_l_inaugurazione_con_la_ministra_madia_e_la_sindaca_raggi-166169698/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P7-S1.6-T1

ROMA - Poco formati, solo il 40% è laureato. Sempre più anziani, nel 2020 la loro età media sarà di quasi 54 anni. E perfino sottodimensionati nel confronto con i nostri vicini europei, visto che l'organico è sceso di 237mila unità negli ultimi dieci anni.
Oggi solo il 6,8% dei dipendenti pubblici ha meno di 35 anni, mentre il 33% ne ha più di 55: l'età media dei dipendenti è di 50 anni e cresce di sei mesi ogni anno. Di questo passo nel 2020 negli uffici pubblici la media sarà di 53,6 anni, con 830mila persone, un terzo della forza lavoro complessiva, a un passo dalla pensione.
L'altro effetto del congelamento delle assunzioni è stata la significativa riduzione del personale. Tra il 2007 e il 2015 il numero di dipendenti della PA è diminuito del 5%, cioè oltre 237 mila persone, nonostante il piccolo recupero degli ultimi due anni. Oggi i lavoratori del pubblico impiego sono 3 milioni e 257 mila, ormai in linea, se non sotto a quelli dei principali Paesi europei. L'incidenza del "pubblico" sul mondo del lavoro in Italia è del 14%, inferiore a Spagna (16%) e Regno Unito (17%) e superiore alla Germania (11%). Ma il rapporto con i residenti, 5,5 ogni 100 cittadini, è tra i più bassi d'Europa, visto che la Germania è a 5,7 e il Regno Unito a 7,9. Anche la spesa per i salari è abbastanza linea: l'Italia versa ogni anno il 10,4% del Pil, 161 miliardi, contro l'8,2% tedesco e il 10% inglese. Lo stipendio medio lordo è di 48 mila euro.
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Re: Diario economico

Messaggioda harmattan » 24 mag 2017 08:51

Interessante articolo, con infografica, pubblicato da Wired sulle differenze di reddito in Europa.

Si sdogana il mito dell'italiano medio (inteso come reddito/ricchezza) con un focus tra varie città. In Italia le differenze più accentuate, con Milano al top ed il resto in caduta libera.


https://www.wired.it/economia/lavoro/2017/05/22/mappa-reddito-europei/
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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 31 mag 2017 10:01

Il mercato del lavoro in Italia continua a migliorare, nonostante il clima pessimista nell'opinione pubblica.

ROMA, 31 maggio (Reuters) - Nel mese di aprile il tasso di disoccupazione segna un nuovo minimo da settembre 2012, scendendo all'11,1% dall'11,5% (rivisto da 11,7%) di marzo, rende noto Istat.

Il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24anni, ovvero l'incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, si mantiene al 34% di marzo (rivisto da 34,1%), minimo da febbraio 2012.

Ad aprile il tasso di occupazione risulta al 57,9%, in aumento di 0,2 punti rispetto al mese precedente; si tratta del livello più alto dal febbraio 2009. Gli occupati - 22,998 milioni - crescono dello 0,4% rispetto a marzo(+94.000) e dell'1,2% su base annua (+277.000).

Il tasso di inattività è stabile al 34,7%.

Guardando al periodo febbraio-aprile, secondo i dati Istat, "alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-3,9%, pari a -118.000)e il lieve aumento degli inattivi (+0,1%, pari a +8.000)".

Aggiungo che questa legislatura, nella indifferenza generale, si sta chiudendo con un numero di aumento di posti di lavoro molto vicino a quello della famigerata promessa berlusconiana. Partivamo da un bel buco, ma la ripresa in atto è notevolissima.

Grafico occupati (la cifra più importante di tutte) dal 2004 al 2015, il migliore che abbia trovato. Oggi siamo tornati al livello di fine 2008, che fu l'anno col numero massimo di occupati di sempre, a quanto ho potuto velocemente ricostruire.
Immagine
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Re: Diario economico

Messaggioda Timoteo » 31 mag 2017 11:30

zampaflex ha scritto:Il mercato del lavoro in Italia continua a migliorare, nonostante il clima pessimista nell'opinione pubblica.

ROMA, 31 maggio (Reuters) - Nel mese di aprile il tasso di disoccupazione segna un nuovo minimo da settembre 2012, scendendo all'11,1% dall'11,5% (rivisto da 11,7%) di marzo, rende noto Istat.

Il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24anni, ovvero l'incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, si mantiene al 34% di marzo (rivisto da 34,1%), minimo da febbraio 2012.

Ad aprile il tasso di occupazione risulta al 57,9%, in aumento di 0,2 punti rispetto al mese precedente; si tratta del livello più alto dal febbraio 2009. Gli occupati - 22,998 milioni - crescono dello 0,4% rispetto a marzo(+94.000) e dell'1,2% su base annua (+277.000).

Il tasso di inattività è stabile al 34,7%.

Guardando al periodo febbraio-aprile, secondo i dati Istat, "alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-3,9%, pari a -118.000)e il lieve aumento degli inattivi (+0,1%, pari a +8.000)".


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Re: Diario economico

Messaggioda zampaflex » 31 mag 2017 12:03

Timoteo ha scritto:
zampaflex ha scritto:Il mercato del lavoro in Italia continua a migliorare, nonostante il clima pessimista nell'opinione pubblica.

ROMA, 31 maggio (Reuters) - Nel mese di aprile il tasso di disoccupazione segna un nuovo minimo da settembre 2012, scendendo all'11,1% dall'11,5% (rivisto da 11,7%) di marzo, rende noto Istat.

Il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24anni, ovvero l'incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, si mantiene al 34% di marzo (rivisto da 34,1%), minimo da febbraio 2012.

Ad aprile il tasso di occupazione risulta al 57,9%, in aumento di 0,2 punti rispetto al mese precedente; si tratta del livello più alto dal febbraio 2009. Gli occupati - 22,998 milioni - crescono dello 0,4% rispetto a marzo(+94.000) e dell'1,2% su base annua (+277.000).

Il tasso di inattività è stabile al 34,7%.

Guardando al periodo febbraio-aprile, secondo i dati Istat, "alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-3,9%, pari a -118.000)e il lieve aumento degli inattivi (+0,1%, pari a +8.000)".


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Re: Diario economico

Messaggioda Timoteo » 31 mag 2017 12:19

zampaflex ha scritto:
Timoteo ha scritto:
zampaflex ha scritto:Il mercato del lavoro in Italia continua a migliorare, nonostante il clima pessimista nell'opinione pubblica.

ROMA, 31 maggio (Reuters) - Nel mese di aprile il tasso di disoccupazione segna un nuovo minimo da settembre 2012, scendendo all'11,1% dall'11,5% (rivisto da 11,7%) di marzo, rende noto Istat.

Il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24anni, ovvero l'incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, si mantiene al 34% di marzo (rivisto da 34,1%), minimo da febbraio 2012.

Ad aprile il tasso di occupazione risulta al 57,9%, in aumento di 0,2 punti rispetto al mese precedente; si tratta del livello più alto dal febbraio 2009. Gli occupati - 22,998 milioni - crescono dello 0,4% rispetto a marzo(+94.000) e dell'1,2% su base annua (+277.000).

Il tasso di inattività è stabile al 34,7%.

Guardando al periodo febbraio-aprile, secondo i dati Istat, "alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-3,9%, pari a -118.000)e il lieve aumento degli inattivi (+0,1%, pari a +8.000)".


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Re: Diario economico

Messaggioda pippuz » 31 mag 2017 17:25

Io tra poco più di 20. Vista la impetuosa ripresa economica potrei fare anche una settimana in più. 8)
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Re: Diario economico

Messaggioda harmattan » 01 giu 2017 23:17

pippuz ha scritto:Io tra poco più di 20. Vista la impetuosa ripresa economica potrei fare anche una settimana in più. 8)



"....Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio..." (Pier Carlo Padoan 31/05/2017)

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/31/bankitalia-visco-ce-incertezza-politica-ora-programmi-chiari-fondati-sulla-realta/3626488/

Figurati nel prossimo decennio quante settimane potrai spararti :lol: :lol: :lol:

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